A Savona – come riferito dai giornali del 2 febbraio scorso («Il Secolo XIX» e «La Stampa», edizioni locali) – un pensionato di 88 anni ha ucciso il figlio disabile di 35 e poi si è ucciso. Rimasto vedovo da alcuni anni, il pensionato temeva di non riuscire più ad accudire il figlio e ne paventava il ricovero in qualche struttura alla sua scomparsa.
Due morti per amore, anche se per eccesso d’amore. Due morti che ripropongono, ancora una volta, il dramma esistenziale del genitore anziano che vede nella propria fine, prevedibilmente vicina, anche quella del figlio.
Oppure (fatto ai suoi occhi ancora peggiore) l’internamento del figlio in qualche struttura non-umana, perché priva del calore del sentimento e della necessaria qualità dell’assistenza.
Secondo i Servizi Sociali del Comune di residenza, la famiglia (ancor viva la madre) avrebbe rifiutato assistenza e collaborazione. Se questa notizia è corretta (e non dubitiamo che sostanzialmente lo sia), sarebbe forse utile che i Servizi si chiedessero il perché di tali “repulse d’aiuto”: forse l’aiuto non è presentato correttamente? O non è considerato “efficace”? Oppure viene visto come una “regalia” e non come un servizio in un certo senso dovuto? O chi lo riceve ritiene erroneamente possa ledere la sua dignità umana?
Se esistessero davvero dei “dopo di noi” sufficientemente piccoli, numerosi, aperti sul territorio e sulla società, queste tragedie accadrebbero egualmente?
E se qui titoliamo l’amore che uccide, che dire dell’odio, come a Bagdad, dove due donne con disabilità sono state fatte saltare in aria per provocare l’ennesima strage? Una visione distorta e di comodo della persona con disabilità che si vorrebbe così più vicina a Dio con il suo sacrificio o un ulteriore salto di qualità della strategia del terrore?
Molte domande e pochissime risposte.
*Federazione Italiana ABC (Associazione Adulti e Bambini Cerebrolesi) e Associazione DopoDomani ONLUS.
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