«Nei contesti ecclesiastici – scrive Claudio Imprudente nella sua rubrica “Pensiero Imprudente” – il concetto di inclusione, per essere autentico, deve affondare le proprie radici in una prospettiva che riconosca il valore dell’appartenenza ad un’unica umanità e del fatto che le fragilità appartengono a tutte e tutti. La fragilità, dunque, non più come sinonimo di staticità, passività, invisibilità. Tutto ciò è affascinante perché elimina le categorie: la disabilità non è più una categoria!»

Tra le molteplici eredità che ci ha lasciato Papa Francesco ce n’è una che mi ha stuzzicato: «Essere capaci di riconoscere ogni persona come unica e irripetibile, al di là del limite fisico». È il messaggio di Papa Francesco nella Lettera Enciclica Fratelli Tutti del Santo Padre Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale del 3 ottobre 2020.
Mi sono chiesto: “Ma cosa vuol dire precisamente?”. E così, ho iniziato a documentarmi su come la Chiesa abbia divulgato e valorizzato questo concetto.
Al giorno d’oggi le persone con disabilità continuano a essere considerate, e soprattutto trattate, come deboli e fragili, in ragione dei loro deficit. A tal proposito, anche su queste pagine si fa spesso riferimento al punto di vista di Justin Glyn, padre gesuita non vedente di origine australiana [autore di “Us” not “Them”: Disability and Catholic Theology and Social Teaching, “‘Noi’ non ‘loro’: disabilità, teologia cattolica e dottrina sociale”, N.d.R.], il quale ci ricorda che tra le radici profonde che spiegano questo drammatico fenomeno culturale e sociale, dobbiamo anche considerare la convinzione, radicata e di antica memoria «secondo la quale la disabilità, e il deterioramento cognitivo in particolare, è un guasto dell’immagine divina […]». «Glyn – è stato scritto -, essendo egli stesso una persona disabile, coglie in modo limpido il processo di inferiorizzazione a cui sono esposte le persone con disabilità all’interno della Chiesa».

Quindi, nei contesti ecclesiastici il concetto di inclusione, per essere autentico, non può fondarsi solo ed esclusivamente su princìpi quali la carità e la tolleranza, ma deve affondare le proprie radici in una prospettiva differente che riconosca il valore dell’appartenenza ad un’unica umanità. Di conseguenza, non abbiamo più bisogno di parlare di ospitalità o inclusione delle persone con disabilità.
Alla base di questa visione, vi è la questione secondo cui le fragilità appartengono a tutte e tutti, e possono essere anche riconosciute come motivazione che spingono le persone ad essere protagoniste, oltre che a porsi nelle condizioni di scoprire se stesse per cogliere nuove opportunità. Infatti, come pure è stato scritto, «essere fragili non significa essere fermi, ma vuol dire avere il coraggio di fare i conti, ciascuno, con il proprio limite».
La fragilità non è più sinonimo di staticità, passività, invisibilità e tutto ciò è affascinante perché elimina le categorie: la disabilità non è più una categoria. “Appartenere”, per una persona con disabilità, significa far parte dell’intero genere umano e non a un gruppo di persone marginalizzate, visibili solo per il proprio deficit, quindi bisogna considerare le varie «menomazioni che colpiscono gli esseri umani come aspetti di ciò che significa essere umani», citando quanto scritto su queste stesse pagine da Giovanni Merlo.
Sono fermamente convinto che la Chiesa abbia un ruolo cruciale nella trasmissione di questo pensiero e mi auguro che il neo arrivato Papa Leone XIV possa continuare su questa scia avviata da Francesco. È un processo lungo e complesso, ci vuole tempo, ma è inevitabile, è una bella sfida per l’umanità.
Eliminare le categorie è un concetto che mi ha sempre affascinato, facciamo tutti e tutte parte della stessa umanità. Come canta Marco Mengoni: «Credo negli esseri umani / Che hanno coraggio, coraggio di essere umani».
E voi, sentite di appartenere all’umanità?
Scrivete a [email protected] oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.
*Il presente contributo è già apparso nella testata «Messaggero di Sant’Antonio», con il titolo “A chi appartengo?” e viene qui ripreso con diverso titolo e una serie di riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.
Pensiero Imprudente
Dalla fine del 2022 Claudio Imprudente è divenuto una firma regolare del nostro giornale, con questa suo spazio fisso che abbiamo concordato assieme di chiamare Pensiero Imprudente, grazie alla quale sta impreziosendo le nostre pagine, condividendo con Lettori e Lettrici il proprio sguardo sull’attualità.
Persona già assai nota a chi si occupa di disabilità e di tutto quanto ruota attorno a tale tema, Claudio Imprudente è giornalista, scrittore ed educatore, presidente onorario del CDH di Bologna (Centro Documentazione Handicap) e tra i fondatori della Comunità di Famiglie per l’Accoglienza Maranà-tha. All’interno del CDH ha ideato, insieme a un’équipe di educatori e formatori specializzati, il Progetto Calamaio, che da tantissimi anni propone percorsi formativi sulla diversità e l’handicap al mondo della scuola e del lavoro. Attraverso di esso ha realizzato, dal 1986 a oggi, più di diecimila incontri con gli studenti e le studentesse delle scuole italiane. In qualità di formatore, poi, è stato invitato a numerosi convegni e ha partecipato a trasmissioni televisive e radiofoniche.
Già direttore di una testata “storica” come «Hp-Accaparlante», ha pubblicato libri per adulti e ragazzi, dalle fiabe ai saggi, tra cui Una vita imprudente. Percorsi di un diversabile in un contesto di fiducia, Da geranio a educatore. Frammenti di un percorso possibile, entrambi editi da Erickson e il recente Scritti imprudenti. Idee e riflessioni intorno alla disabilità (La Meridiana).
Ha collaborato e collabora con varie riviste e testate, come il «Messaggero di Sant’Antonio», per cui cura da anni la rubrica “DiversaMente”. Il 18 Maggio 2011 è stato insignito della laurea ad honorem dall’Università di Bologna, in Formazione e Cooperazione.
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