Persona con disabilità dalla nascita, Renato Apuzzo ha intrecciato la propria vita con il percorso dei diritti: battaglie civili, lettere ai Ministeri, appelli pubblici e una conoscenza impressionante delle leggi che riguardano le persone con disabilità. Parla con calma e lucidità, ma dietro ogni parola si avverte la passione di chi non ha mai smesso di credere che le cose possano cambiare. Conoscerlo, per Superando, è stato un piacere

Renato Apuzzo è un simpatico signore di 76 anni, originario della Spezia e oggi utente – non vuole essere definito ospite – presso una RSA a Castellammare di Stabia (Napoli).
Disabile dalla nascita, da sempre, la sua vita è intrecciata con quella dei diritti: battaglie civili, lettere ai Ministeri, appelli pubblici e una conoscenza impressionante delle leggi che riguardano le persone con disabilità. Parla con calma e lucidità, ma dietro ogni parola si avverte la passione di chi non ha mai smesso di credere che le cose possano cambiare.
Tutto comincia negli Anni Settanta, quando Renato, poco più che ventenne, decide di non restare a guardare. «A quei tempi – racconta – si parlava di “invalidi”, non di “persone con disabilità”. Erano altri anni, altri linguaggi, altre mentalità. Io ho iniziato a lottare per la Legge 482 del 1968 e poi per la 118 del 1971, che introdusse per la prima volta l’abbattimento delle barriere architettoniche e migliorò le pensioni».
Da allora, non si è più fermato. Ha scritto a Sindaci, Regioni, Ministeri, senza mai ricorrere ad avvocati: «Perché un disabile deve imparare a difendersi da sé. Gli avvocati costano e spesso ti insegnano come rinunciare ai tuoi diritti», ride. «Io preferisco studiare, informarmi e lottare da solo».
Ha collaborato anche con il Ministero della Disabilità, suggerendo e segnalando correzioni linguistiche nella redazione di importanti provvedimenti e spingendo per una semplificazione burocratica: «Bisogna smettere di chiedere certificati medici a chi ha già un verbale di invalidità permanente, o dover rinnovare i contrassegni per auto ogni cinque anni».
Renato parla con la precisione di un giurista, ma con la forza di chi quelle norme le vive ogni giorno sulla propria pelle. «Il problema – mi dice – è l’ignoranza, non solo delle Istituzioni, ma anche dei cittadini. Le persone troppe volte non conoscono le leggi che le riguardano, non sanno di avere diritti. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ad esempio, ratificata dall’Italia nel 2009 [con la Legge 18/09, N.d.R.], è un documento vincolante: significa che lo Stato è obbligato ad applicarla, e non può dire che non ci sono soldi. Quando ratifichi una convenzione internazionale, devi trovare le risorse: è una questione di dignità costituzionale».
La conversazione intanto scorre tra ricordi e qualche riflessione amara. «Quando un disabile porta a casa una medaglia, tutti si riempiono il petto d’orgoglio. Ma quando chiede il rispetto dei propri diritti, improvvisamente non interessa più a nessuno. È un doppio standard che ferisce».
E rincara: «La RAI, ad esempio, dovrebbe fare di più. C’è una trasmissione che si chiama O anche no, condotta con sensibilità da Paola Severini Melograni, ma non basta. Mi piacerebbe potesse andare in onda in prima serata, perché l’informazione sulla disabilità non può restare relegata alla domenica mattina. Tutti devono sapere che cosa significa vivere una condizione di disabilità».
Nel suo discorso si intrecciano esperienza e visione politica. Parla di leggi, ma soprattutto di persone, di rispetto, di linguaggio. «Io non sono un ammalato, sono una persona con disabilità», dice con decisione. «Bisogna imparare a usare le parole giuste. Anche la Chiesa dovrebbe farlo. Gli ammalati sono tali perché vivono una malattia, mentre noi abbiamo una condizione fisica diversa, ma non per questo siamo malati».
Su questo punto, Renato non fa sconti. Si spinge oltre, toccando un tema tabù almeno dalle nostre parti: «In molti Paesi esiste la figura dell’assistente sessuale, in Italia no. Eppure il sesso è una parte importante nella vita. Negarlo significa togliere alle persone con disabilità un pezzo della loro umanità. Anche questo è un diritto».
Quando parla di RSA, la sua voce si fa più critica ma anche più concreta. «La parola ospite è sbagliata: un ospite è chi non paga. Noi siamo utenti, paghiamo e abbiamo diritti. Un disabile non deve chiedere il permesso per mangiare una pizza o per uscire. E i familiari dovrebbero poter entrare anche a sorpresa, per vedere come vengono trattati i loro cari. I controlli preannunciati non servono: danno solo il tempo di nascondere i problemi».
Poi, in un tono più intimo, Renato parla della sua storia personale. «Vivo in RSA dal 2013. Prima ero stato in un’altra struttura, ma ho deciso di trasferirmi qui anche per stare vicino a Elvira, la donna che amo da trentanove anni. Non la chiamo “la mia compagna”, perché le persone non si possiedono. La chiamo “la donna che ho conquistato”. L’amore vero è anche libertà: significa non appesantire l’altro, non imporre, ma condividere. Elvira è una donna colta, parla più lingue, e nella sua vita ha dovuto affrontare molti pregiudizi, proprio come me. Ora viviamo insieme, ci aiutiamo, ma restiamo due persone autonome. Se mi dice “posso fare questo?”, le rispondo: “non devi chiedere il permesso, devi decidere tu”».
Renato ha una storia familiare difficile alle spalle, ma ne parla senza rancore: «Mia madre diceva che le avevo rovinato la vita. Io invece ho trasformato quel dolore in forza. Non mi sono mai pianto addosso. Piangersi addosso non serve, peggiora solo le cose. Bisogna combattere!».
Oggi si definisce un “accumulatore seriale”. Sorride mentre lo dice: «Colleziono profumi, francobolli, penne, monete, piccoli oggetti. Mi piace circondarmi di cose belle, perché non potendo viaggiare o muovermi come gli altri, almeno ho intorno qualcosa che mi dà piacere. Bisogna imparare ad accontentarsi e a trovare gioia nelle piccole cose».
La sua voce torna poi seria, vibrante: «Non ci divertiamo a essere disabili. Non abbiamo fatto niente di male. È la vita che ci ha messi così. Eppure spesso veniamo trattati come un peso per lo Stato. Ma una società che ragiona in termini di costi e non di persone non è una società civile».
Prima di salutarci, ci tiene ad aggiungere un pensiero che racchiude il senso di tutta la sua vita: «La vita è un dono, e la libertà è la cosa più preziosa che abbiamo. Io devo aspettare qualcuno che mi vesta, mi lavi, mi porti fuori, e allora non sopporto chi spreca la propria vita. Chi la getta via, offende chi non può viverla pienamente».
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