L’ipovisione che “entra” in un convegno di professionisti della psiche

di Laura Bonanni*
I punti di forza e di debolezza che sono implicati quando sia un terapeuta – nella fattispecie una psicologa psicoterapeuta – sia un paziente presentano una condizione di ipovisione: a raccontarli è Laura Bonanni, che è appunto psicologa psicoterapeuta, specialista in Analisi Transazionale, che su tale tema ha dedicato una relazione durante il recente convegno annuale dell’AIAT (Associazione Italiana di Analisi Transazionale)
Laura Bonanni a Convegno AIAT, novembre 2025, Torino
La locandina dell’intervento di Laura Bonanni al convegno dell’AIAT del novembre scorso

Qualche tempo fa si è svolto a Torino l’annuale Convegno dell’AIAT (Associazione Italiana di  Analisi Transazionale), denominato appunto 50 anni di Analisi Transazionale in Italia: Storia , identità e prospettive, che quest’anno ricordava appunto i cinquant’anni di analisi transazionale in Italia. Diverse le relazioni e i workshop: dai disturbi della nutrizione alle dipendenze, dall’intelligenza artificiale alla ricerca della felicità, dalla terapia di gruppo e di coppia, all’importanza della percezione del corpo in terapia… tutti argomenti interessanti e stimolanti, che hanno messo in luce l’identità, la storia e le prospettive di un modello psicoterapico, come appunto l’analisi transazionale (d’ora in poi semplicemente AT), che approdò in Italia, dall’America, alla metà degli Anni Settanta, grazie ai primi corsi introduttivi del dottor Carlo Moiso e del dottor Michele Novellino.

L’idea di presentare un lavoro per i cinquant’anni dell’AT in Italia mi stimolava e motivava molto. In realtà avevo pensato ad un altro argomento da trattare, ma “galeotta” fu una cena di maggio con il mio gruppo “storico” di colleghi: il Gruppo dei Seminari Clinici di Michele Novellino. Nel bel mezzo della cena, infatti, fra una battuta e una risata, fra una riflessione teorica in merito ad alcuni argomenti di lavoro e altre riflessioni sul convegno che si sarebbe svolto a Torino, Mario mi invita a pensare alla possibilità di presentare qualcosa sull’ipovisione, vista la mia realtà personale e anche professionale, in merito all’argomento.
Ci penso un po’ su e quindi decido di accogliere la “sfida”. Dico sfida, poiché l’idea, se pur buona mi appare anche da subito un po’ onerosa.
Decido dunque di lavorare su una dimensione prettamente clinica in merito all’ipovisione e cioè sui limiti e le risorse di una condizione condivisa tra terapeuta e paziente. Aiutata da un paio di colleghe che hanno un’ottima conoscenza dell’inglese, ottengo degli articoli dal nostro giornale internazionale di AT: il TAJ. Ebbene, sull’ipovisione in senso specifico, c’è il nulla! Qualche articolo un po’ datato ma interessante sulla disabilità, qualcosa in merito alla cecità e, insomma, capisco che debbo “costruire” io qualcosa che manca, che devo fare un po’ da apripista.

Con tutti i limiti del caso (in tutti i sensi), mi dedico quindi alla stesura dell’articolo che mi servirà per poi trarne la relazione da presentare al convegno. Lavoro alacremente, non senza sforzo e, data la mia disabilità visiva, passo anche giorni in cui debbo riposare gli occhi.
Siccome ho imparato a conoscere il mio limite, mi dico che sono stata brava a partire per tempo, in questo lavoro. Così anche i giorni di stanchezza e di pausa sono stati messi in conto e ho meno ansia. So che raggiungerò il mio obiettivo e sono mossa non da una sfida, ma da un sano desiderio di portare a conoscenza della mia specifica realtà scentifico/professionale, riflessioni e considerazioni in merito all’ipovisione e ai punti di forza e di debolezza che sono implicati quando sia il terapeuta che il paziente presentano una condizione di ipovisione.
Benché sia nata con ipovisione, perché sono albina oculocutanea, mentre leggo e scrivo per questa relazione, ho la netta sensazione di mettere ancor meglio a fuoco alcune dimensioni; usando il gergo psicologico, direi “mettere a fuoco alcune dinamiche”.
Da racconti riferiti, così come da esperienze vissute, risulta non chiaro ai più cosa comporti esattamente l’ipovisione. Comprendere o cercare di comprendere un non vedente sembrerebbe più “semplice” o comunque scontato, a livello sociale. È qualcosa che non ha “sfumature”: si vede! L’ipovedente, invece, tende in generale a “mimetizzarsi”, tende un po’ a camuffarsi, a “normalizzarsi” e in questo modo passa abbastanza inosservato, fino a quando però non è posto di fronte a situazioni e contesti in cui dovrà “ammettere” che ci vede poco o pochissimo se non usa determinati accorgimenti.

Nel corso degli anni, sia dalla mia esperienza personale che professionale, mi sono resa conto che le persone non capiscono bene cosa significhi, cosa comporti, essere ipovedente e questo è un bel problema, nel senso che perpetua un circolo vizioso, acuendo ansia e a volte disadattamento e senso di inferiorità. In altre parole, più la gente non sa e non comprende, più l’ipovedente camuffa e nasconde e così via… L’obiettivo è attivare un circolo virtuoso.
Quando parliamo di ipovisione, ci riferiamo ad una particolare condizione causata da una minorazione visiva centrale, periferica o mista, congenita o acquisita che può limitare lo svolgimento delle normali attività della vita quotidiana e che non può essere migliorata attraverso trattamenti farmacologici, chirurgici, né corretta mediante l’uso di lenti convenzionali.
Le persone ipovedenti non posseggono la stessa capacità visiva, poiché l’ipovisione è una categoria generica che sta a indicare capacità visive inferiori rispetto ad alcuni parametri definiti dalla legge. Vengono considerati ipovedenti coloro che possiedono: acuità visiva non superiore ai 3/10, in entrambi gli occhi o nell’occhio migliore, nonostante la migliore correzione ottica; residuo perimetrico binoculare inferiore al 60%.

L’ipovisione è una condizione visiva che produce un impatto profondo sulla vita psicologica, comportamentale, relazionale ed emotiva di una persona. Questa condizione può influenzare, in diversa misura, la percezione di sé, la capacità di adattamento, l’umore e le interazioni sociali.
Il mio lavoro come psicoterapeuta è particolare e delicato, perché lo strumento che viene utilizzato sono io: il mio modo di essere, la mia storia, i miei punti di forza e le mie debolezze, i limiti e le risorse e inoltre le mie reazioni emotive a ciò che un paziente, con le sue narrazioni, mi suscita. Quest’ultima dimensione viene definita con un termine tecnico: controtransfert.
In una psicoterapia ad indirizzo analitico, come quella da me praticata, tutto ciò che si muove nel “campo relazionale” terapeuta-paziente, è oggetto di analisi. Questo perché la persona che decide di venire in terapia inevitabilmente proietterà su di me vissuti, fantasie, desideri e quant’altro ha sperimentato più o meno esplicitamente, con persone appartenenti al suo contesto relazionale (genitori, fratelli, insegnanti, educatori, amici…). Queste proiezioni, che inevitabilmente avverranno, vengono chiamate in gergo tecnico transfert.
Nel corso della mia pratica professionale, ormai trentennale, ho avuto modo di incontrare anche persone con ipovisione. Cosa succede, dunque, cosa si attiva in una psicoterapia, quando sia il paziente che il terapeuta presentano una ipovisione? Quali possono essere i vantaggi e gli svantaggi, i pro e i contro, quando esiste un problema visivo condiviso?
Ecco quindi che dalla mia esperienza e da queste domande, partono delle riflessioni che ho voluto concretizzare in una relazione da condividere in un contesto professionale come appunto un convegno. Sono fermamente convinta, infatti, che per un clinico la riflessione e la condivisione siano fondamentali punti di partenza per ampliare l’esperienza di tutti e per “provare” quanto le proprie ipotesi cliniche siano fondate e quindi condivisibili e utilizzabili da altri colleghi.
Se poi si nasce con una disabilità, come nel mio caso, penso sia anche doveroso riflettere sul modo in cui il proprio limite impatti professionalmente in modo specifico su chi presenti un limite similare.
Presentare in un convegno di psicoterapeuti, dinamiche e specificità dell’ipovedente, senza cadere nell’autoreferenzialità, credo possa rappresentare un’importante risorsa per tutti i colleghi che non conoscono dal di dentro questo problema.

Gli ipovedenti presentano delle loro specificità comportamentali strettamente legate alle modalità di accudimento e cura che hanno sperimentato da parte dei propri genitori, come ad esempio un marcato bisogno di vicinanza, sostegno e ansia da separazione. Ho riscontrato anche la tendenza allo sforzo e il “non sentire” stanchezza e fatica nel tentativo di volersi normalizzare rispetto a tempi e modi, portando avanti compiti e attività, per sentirsi pari ai “normodotati visivi”; così come ho riscontrato la tendenza a dissimulare l’insicurezza con alcuni tentativi di ostentazione della messa in atto di comportamenti rischiosi o comunque poco protettivi, come falsi “atti dimostrativi” di normalità e forza.
Bisogna lavorare sull’insicurezza, affrontandola, renderla esplicita quando non lo è, perché essa non divenga più limitante dello stesso limite. A mio avviso e per mia personale esperienza, lavorare sulle dinamiche dell’insicurezza rappresenta una parte centrale del processo terapeutico, a prescindere dai bisogni e dalle difficoltà che hanno portato un ipovedente a chiedere un aiuto psicoterapico. Così come è molto importante dare il permesso all’ipovedente di sentire il dolore, la rabbia e/o la paura nei confronti della propria disabilità visiva e di ciò che essa ha comportato nella vita.
Proprio per la peculiarità del mio lavoro ed essendo io lo strumento fondamentale, con onestà e coraggio ho dovuto riprendere terapeuticamente le fila del mio rapporto con la disabilità visiva. Questo perché altrimenti il mio controtransfert con pazienti ipovedenti stava rischiando di inficiare il lavoro terapeutico, proprio con coloro che avevano e condividevano parte della mia “storia” di disabilità.
Pur presentando delle similarità con i vissuti di alcuni pazienti ipovedenti, è bene ricordare che si condivide solo “parte della storia”, perché poi esistono tutti i dovuti e debiti distinguo: non bisogna mai dimenticarlo. L’ “incastro” di aspetti condivisi, infatti, può rappresentare sia una risorsa, se si è consapevoli come terapeuti e quindi ci si lavora, sia un oneroso ostacolo se ignorato.

Concludo queste mie considerazioni e riflessioni con una significativa citazione del dottor Michele Novellino (tratta da un suo saggio) a cui sono molto grata per le competenze professionali che condivide da un ventennio, nel nostro gruppo di colleghi dei seminari clinici periodici: «…la cosa migliore che possiamo fare è quella di imparare a conoscere la nostra soggettività, ad accettarla ed espanderla, piuttosto che cercare disastrose imitazioni e paragoni» (M. Novellino, La sindrome dell’uomo mascherato. Come sfatare il mito dell’uomo forte e insensibile). In questa asserzione così puntuale ed esplicativa, è racchiuso il processo evolutivo di una vita. Processo evolutivo che si snoda sia a livello intrapsichico che relazionale.
Conoscere la nostra soggettività, accettarla ed espanderla, rappresentano i passaggi fondamentali di un processo psicoterapeutico funzionalmente e concretamente riuscito.

*Psicologa psicoterapeuta, specialista in Analisi Transazionale ([email protected]).

Share the Post: