Una scuola come comunità: il lascito educativo di Leandro Cantoni

di Rosita Lanciotti*
«Leandro Cantoni – scrive Rosita Lanciotti – è stato un dirigente scolastico capace di dare forma a una visione della scuola come comunità, come luogo in cui le persone contano prima dei ruoli e in cui lo sviluppo individuale è inseparabile da quello collettivo. Ricordarlo oggi significa riconoscere il valore di una scuola pensata come bene comune, che non si limitava a istruire, ma contribuiva a costruire cittadinanza e dove gli studenti con disabilità non erano “gestiti”, ma accompagnati»

A Leandro Cantoni,
che ha saputo tenere insieme rigore e gentilezza,
visione e ascolto,
e ci ha insegnato che una scuola democratica
non è quella che rende tutti uguali,
ma quella che offre a ciascuno una possibilità. 

Leandro Cantoni
Il dirigente scolastico Leandro Cantoni

Una scuola pensata come bene comune: inclusiva, partecipata, capace di ascoltare i bisogni reali degli studenti e di guardare oltre la burocrazia.
Nel mio percorso scolastico ho incontrato molti dirigenti, ma uno solo ha inciso davvero sul mio modo di pensare la scuola: Leandro Cantoni. Non è stato soltanto un preside competente, ma un dirigente capace di dare forma a una visione. Una visione che, per valori e metodo, richiamava da vicino l’esperienza di Adriano Olivetti: la scuola come comunità, come luogo in cui le persone contano prima dei ruoli e in cui lo sviluppo individuale è inseparabile da quello collettivo. Ricordarlo oggi significa riconoscere il valore di una scuola pensata come bene comune: una scuola che non si limitava a istruire, ma contribuiva a costruire cittadinanza.

L’Istituto Professionale Cattaneo di Roma caratterizzato da diversi indirizzi di studio e da sedi collocate in zone differenti del territorio, ciascuna con proprie specificità sociali, culturali ed educative, era caratterizzato da una complessità organizzativa e umana che richiedeva capacità di ascolto, mediazione, coordinamento e una costante attenzione all’equità delle scelte. Guidato da Cantoni non era uno spazio burocratico, ma un ambiente vivo, attraversato da relazioni e responsabilità condivise. I progetti nascevano dal basso, dall’ascolto dei bisogni reali degli studenti, dalle idee dei docenti, dal dialogo costante con il territorio. Non c’era una progettazione calata dall’alto, ma un lavoro paziente di costruzione comune, in cui l’autonomia scolastica trovava un significato autentico.
Centrale, in questa visione, era il lavoro di rete. La sua scuola si fondava sull’idea di non essere un’istituzione chiusa o autosufficiente, ma un nodo attivo di una trama più ampia che coinvolgeva enti locali, servizi sociali, associazioni, realtà produttive e culturali del territorio. La collaborazione non era episodica né strumentale, ma costruita nel tempo attraverso relazioni di fiducia e corresponsabilità. Su questa rete si fondavano i percorsi di inclusione, orientamento e autonomia, che diventavano concreti e significativi, capaci di superare la logica dell’intervento isolato e di restituire alla scuola il suo ruolo di presidio educativo diffuso.

Questa impostazione emergeva con forza anche nel modo in cui veniva affrontato il tema dell’inclusione. In un’epoca in cui si parlava ancora quasi esclusivamente di integrazione, Leandro Cantoni aveva già uno sguardo che oggi definiremmo vicino ai Disability Studies. Non si trattava di adattare le persone a un modello rigido, ma di modificare l’ambiente scolastico perché potesse accogliere davvero le differenze. Gli studenti con disabilità non erano “gestiti”, ma accompagnati; i tirocini mirati, costruiti attraverso un lavoro di rete solido e continuativo con il territorio, non erano adempimenti formali, ma percorsi di autonomia reale, pensati a partire dalle capacità e dalle aspirazioni dei ragazzi. Allo stesso modo, gli studenti stranieri venivano accolti come parte integrante della comunità scolastica, in un tempo in cui l’attenzione alle differenze culturali e linguistiche non era ancora patrimonio comune.

Il lavoro di rete non riguardava però solo l’esterno. Fondamentale era anche la capacità di creare rete all’interno della scuola, in particolare tra i docenti. Il dirigente Cantoni sapeva riconoscere e valorizzare le competenze di ciascuno, mettendole in dialogo e trasformandole in risorsa collettiva. I nuovi insegnanti non erano figure marginali, ma parte attiva del progetto educativo. Le idee venivano ascoltate, i progetti sostenuti, la sperimentazione incoraggiata. Il lavoro non era affidato a individualità isolate, ma a gruppi che condividevano obiettivi, responsabilità e riflessione pedagogica. È in questo intreccio di saperi ed esperienze che si costruiva una scuola migliore, fondata sulla cooperazione professionale e sulla crescita reciproca.

Il confronto con la scuola di oggi è inevitabile. Dopo anni di riforme, sperimentazioni e dichiarazioni di principio, la scuola appare spesso più burocratizzata, appesantita da procedure, piattaforme e rendicontazioni. I progetti partono sempre più dall’alto, rispondono a bandi e scadenze, e sempre meno ai bisogni concreti degli alunni. Si fa fatica a trovare tempo e spazio per l’ascolto, per la relazione, per la personalizzazione dei percorsi.
Eppure, nonostante il linguaggio dell’innovazione, la scuola continua in molti casi a rimanere ancorata a un impianto gentiliano, trasmissivo, selettivo e poco flessibile. Le metodologie cambiano nei documenti, ma meno nelle aule. La distanza tra ciò che si dichiara e ciò che si pratica resta ampia.
È anche per questo che la figura di Leandro Cantoni appare oggi ancora più attuale. La sua esperienza dimostra che un’altra scuola è possibile, ma solo se il dirigente sceglie di essere guida culturale e pedagogica, non solo amministratore. Una scuola che si fonda sulle relazioni, sulla fiducia e sul lavoro di rete — dentro e fuori l’istituzione — è una scuola capace di rispondere ai bisogni reali degli studenti e di costruire comunità. Ricordare Leandro Cantoni significa allora interrogarsi sul presente e sul futuro della scuola pubblica: su quanto spazio siamo ancora disposti a dare alle persone, alle relazioni, alla corresponsabilità educativa. Una scuola come comunità non è un ricordo del passato, ma una necessità del presente.

*Insegnante di sostegno.

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