Maria Luisa Garatti: per me sport e diritto parlano la stessa lingua

di Anna Maria Gioria*
Avvocata con la sclerosi multipla, Maria Luisa Garatti è una maratoneta paralimpica nazionale e in gennaio è stata tedofora delle Olimpiadi Invernali a Iseo (Brescia). «Sport e diritto – dice – per me parlano la stessa lingua: la dignità della persona». E augli atlete e le atlete delle Paralimpiadi aggiunge: «Ognuno di loro porta con sé una storia, un percorso, una forza invisibile: ebbene, che le Paralimpiadi siano il palco in cui questa forza può essere mostrata senza doverla trasformare in simbolo!»
Maria Luisa Garatti tedofora a Iseo, gennaio 2026
Maria Luisa Garatti è stata tedofora della Fiamma Olimpica nel gennaio scorso a Iseo (Brescia)

La tedofora Maria Luisa Garatti (57 anni), avvocata bresciana con sclerosi multipla, condizione che l’ha portata a reagire scoprendo la corsa e diventando una maratoneta paralimpica nazionale in atletica leggera, il 17 gennaio scorso ha portato la fiamma olimpica a Iseo (Brescia), diventando un simbolo nazionale di resilienza, rinascita e diritto alla partecipazione [se ne legga già ampiamente anche sulle nostre pagine, N.d.R.]. Abbiamo voluto sapere direttamente da lei come ha vissuto quell’esperienza e come sta ora vivendo le Paralimpiadi di Milano Cortina.

Maria Luisa, la sua è sicuramente una storia di riscatto e la recente esperienza di tedofora l’ha resa un simbolo italiano di resilienza, rinascita e diritto alla partecipazione. Ce ne vuole parlare?
«Io non mi sono mai sentita un simbolo; sono, semplicemente, una donna che ha dovuto imparare a vivere dentro un cambiamento profondo, spesso doloroso, spesso silenzioso. La fiamma che ho portato non rappresentava un traguardo sportivo, ma una storia umana. Vent’anni di vita ricostruita pezzo per pezzo.
La sclerosi multipla non è stata un evento, ma una trasformazione continua. Ha cambiato il mio corpo, il mio tempo, i miei progetti, il mio modo di guardare il mondo. Portare la fiamma è stato come rendere visibile tutto questo percorso. Se oggi questa immagine ha un valore simbolico, spero che racconti una cosa semplice: che la fragilità non toglie dignità, che la malattia non cancella l’identità, che la disabilità non elimina il diritto di esserci. La partecipazione non è un privilegio, è un diritto umano».

In che modo la sua esperienza personale e professionale le permette di vedere le Paralimpiadi come uno strumento per contrastare l’abilismo?
«Quando penso alle Paralimpiadi, non vedo solo una competizione sportiva, ma una piattaforma potente per cambiare lo sguardo collettivo sulle persone con disabilità. L’abilismo, come ho imparato nella mia esperienza, non nasce solo dalle barriere architettoniche o dalla mancanza di servizi, nasce dalle parole che usiamo, dalle immagini che scegliamo, dalle storie che raccontiamo. Per troppo tempo le persone con disabilità sono state invisibili, oppure rappresentate come eroi straordinari, lontani dalla realtà di tutti i giorni. Entrambe le narrazioni sono sbagliate, perché cancellano la normalità e la complessità di una vita. Le Paralimpiadi hanno la capacità di invertire questa prospettiva. Mostrano corpi diversi che competono, che si allenano, che si preparano con dedizione, senza bisogno di spettacolarizzare la loro condizione. In quel momento, la visibilità diventa reale, concreta, e non simbolica. È un messaggio potente: la diversità non è eccezione né limite, è parte integrante della nostra società.
Come avvocata, vedo la stessa logica: il diritto non è solo accessibilità o tutela materiale, è anche educazione culturale, cambiamento della percezione sociale. Mostrare, raccontare, dare spazio reale significa costruire un nuovo immaginario in cui l’abilismo non trovi terreno».

Per lei, il 6 marzo, giorno della cerimonia di apertura delle Paralimpiadi, è stato una data particolare: il compleanno di sua madre e il giorno dei primi sintomi della sua malattia nel 2006. Come ha vissuto quella giornata?
«Il 6 marzo è un giorno che porta con sé una densità emotiva incredibile. Ricordo chiaramente il 2006, il momento in cui il mio corpo ha iniziato a mandarmi segnali che non capivo, segnali che mesi dopo hanno avuto un nome: sclerosi multipla. Era come se la mia vita fosse entrata in un terreno sconosciuto, dove la sicurezza del quotidiano veniva meno e il futuro si faceva incerto.
Allo stesso tempo, quella data è il compleanno di mia madre, che è stata un punto di riferimento costante, un’àncora nei momenti in cui mi sentivo più fragile.
E ora ha coinciso con l’inizio delle Paralimpiadi, un evento che mette al centro atleti e atlete con disabilità, mostrando al mondo che i limiti non definiscono chi siamo. Quella sovrapposizione di significati mi ha attraversato profondamente. Il 6 marzo non più solo “giorno della paura” o della malattia, ma anche giorno della consapevolezza, della forza costruita nel tempo, della persona che sono diventata. Racconta la fragilità e la resilienza, la memoria e il futuro, il dolore e la gratitudine. E le Paralimpiadi raccontano una storia simile: corpi e talenti che convivono con le difficoltà, senza essere ridotti a simboli, ma celebrando la possibilità di esprimersi appieno, nella loro complessità».

Che cosa intende quando afferma che lo sport le ha cambiato la vita? Secondo lei, le Paralimpiadi possono “testimoniare” tale ruolo dello sport nell’esistenza di molti atleti e atlete?
«Dopo la diagnosi, il corpo smette di essere un alleato. Diventa estraneo, fragile, imprevedibile. Ti senti tradita dalle tue stesse mani, dalle tue gambe, dal respiro. Lo sport è stato il mezzo attraverso cui ho potuto riconquistare questa alleanza. Non è stato un semplice allenamento: è stato un processo di ricostruzione, un percorso per rientrare nel mio corpo, ascoltarlo, rispettarlo senza paura. Mi ha insegnato che i limiti non sono una condanna, ma una diversa forma di possibilità, e che la forza non si misura nell’invincibilità, ma nella consapevolezza.
Le Paralimpiadi rappresentano questa trasformazione su scala collettiva. Atleti e atlete che affrontano ogni giorno allenamenti, dolori, sfide fisiche e mentali, mostrano al mondo che il corpo con disabilità non è meno capace, non è meno prezioso. La competizione diventa testimonianza di resilienza quotidiana, non di eroismo straordinario. E questo messaggio, veicolato in milioni di occhi e nelle migliaia di storie che si intrecciano nei Giochi, ha il potere di modificare l’immaginario collettivo, dimostrando che la diversità non è una barriera, ma una risorsa».

Nella sua vita è riuscita a coniugare il ruolo di atleta con quello di avvocata ed entrambi sono portatori di valori; come possono gli stessi emergere anche dalle Paralimpiadi?
«Lo sport è un linguaggio concreto di valori: rispetto, responsabilità, regole, cooperazione, inclusione. Come atleta li vivo nel corpo, nelle mani che stringono l’attrezzo, nelle gambe che spingono, negli occhi che osservano l’avversario. Come avvocata, cerco di tradurre questi stessi valori in strumenti concreti: politiche, leggi, diritti che garantiscano a tutti di poter partecipare pienamente alla vita.
Le Paralimpiadi mostrano questi valori a livello globale: l’equità regolata, la competizione che premia il merito, la collaborazione e la responsabilità individuale dentro la squadra. È lo stesso principio che dovrebbe guidare la società: creare le condizioni perché ogni persona possa esprimere le proprie capacità senza barriere invisibili. Sport e diritto, per me, parlano la stessa lingua: la dignità della persona. La mia battaglia è culturale prima ancora che professionale: cambiare lo sguardo, modificare l’immaginario collettivo, affermare che la diversità non è un limite, ma parte della nostra normalità».

Qual è il suo augurio agli atleti e alle atlete delle Paralimpiadi in pieno svolgimento in questa settimana?
«Vorrei dir loro di vivere le Paralimpiadi come uno spazio di libertà, non come una prova in cui dover incarnare un simbolo. Di restare prima di tutto persone, con i loro sogni, le loro emozioni, la loro complessità. Che possano assaporare la gioia della gara, sentire la fatica dell’allenamento e l’emozione del confronto senza il peso delle aspettative altrui. La loro vita va oltre la medaglia.
Le Paralimpiadi sono un momento altissimo, un evento unico che raccoglie attenzione e sguardi da tutto il mondo, ma non definiscono la loro identità. La dignità non si misura sul podio: si misura nel modo in cui scelgono di vivere ogni giorno, nel rispetto di se stessi e nel coraggio di esprimere ciò che sono. Ogni atleta che entra in campo porta con sé una storia, un percorso, una forza invisibile: ebbene, che le Paralimpiadi siano il palco in cui questa forza può essere mostrata senza doverla trasformare in simbolo!».

*Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “L’avvocatessa e maratoneta Maria Luisa Garatti: ‘Non più invisibili, ma neppure eroi: le Paralimpiadi ci aiutano a un’educazione culturale sulla disabilità’” e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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