«“Se sei stanco di fare il caregiver, vuol dire che ami poco” – scrive Daniela Mignogna -: questa è un’idea diffusa, ma è sbagliata. La stanchezza non misura l’amore. Misura il carico. Assistere un familiare ogni giorno – soprattutto per mesi o anni – significa gestire fatica fisica, pressione emotiva e responsabilità continue. Senza pause adeguate, chiunque si esaurisce»

«Se sei stanco di fare il caregiver, vuol dire che ami poco»: è un’idea diffusa. Ed è sbagliata. La stanchezza non misura l’amore. Misura il carico.
Assistere un familiare ogni giorno – soprattutto per mesi o anni – significa gestire fatica fisica, pressione emotiva e responsabilità continue. Senza pause adeguate, chiunque si esaurisce.
Dire «sono stanco» non vuol dire «non mi importa», vuol dire: sto arrivando al limite!
Il problema è che spesso questa fatica viene letta come egoismo. E così chi assiste:
– si sente in colpa,
– evita di chiedere aiuto,
– regge da solo, finché può.
Con il risultato opposto: più stress, meno lucidità, meno energia anche nella relazione di cura.
Una lettura più utile è semplice: la fatica non è una colpa, è un segnale. E ignorarla non rende la cura più “pura”. La rende solo meno sostenibile!
*Referente per l’Emilia Romagna di Caregiver Familiari Uniti (CFU) ([email protected]).
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