Il diritto di non dover sempre essere all’altezza di tutto

di Daniela Mignogna*
«Forse quella massima stoica che parla di sopportare il dolore e di astenersi dal metterlo in scena – scrive Daniela Mignogna, a proposito della quotidianità dei caregiver familiari – andrebbe riletta non come un invito a nascondere il dolore, ma a non farsene travolgere da soli. E accanto ad essa bisognerebbe aggiungere il diritto di condividere, di essere sostenuti, di non dover essere sempre all’altezza di tutto. Perché nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra il proprio dolore e la possibilità di restare in relazione con gli altri»
Shikha Ojhha, "Solitary", 2010
Shikha Ojhha, “Solitary“, 2010

Alle persone tristi verrebbe da consigliare la massima stoica Sustine et abstine, ossia “sopporta il dolore e astieniti dal metterlo in scena”. Gli stoici la indicavano come esercizio per rafforzare il carattere, come disciplina interiore per attraversare la fatica senza lasciarsene travolgere. Ma per molti caregiver familiari questa non è una scelta filosofica: è la forma concreta della loro quotidianità.
Chi assiste una persona fragile, un genitore, un partner, un figlio, impara presto a reggere la sofferenza e, allo stesso tempo, a contenerla. Non perché sia giusto, non perché sia sano, ma perché spesso sembra l’unico modo per andare avanti. Il dolore viene composto, reso presentabile, quasi addomesticato. Si impara a non mostrarlo troppo, a non “metterlo in scena”, per non appesantire gli altri, per non essere evitati, per non ricevere risposte frettolose che suonano come congedi, «dai, forza», «vedrai che passa».
E così il peso resta, ma diventa invisibile. Si consuma dentro relazioni che, a volte, si fanno più distanti proprio quando ci sarebbe più bisogno di prossimità. Non sempre per cattiveria: spesso per paura, per impotenza, o perché si è disabituati a stare accanto alla sofferenza altrui.
Il dolore degli altri mette a disagio, ricorda una fragilità che si preferirebbe ignorare, almeno finché non riguarda noi.
Ma c’è un prezzo in questo silenzio. Perché trattenere sempre, reggere sempre, senza uno spazio in cui poter essere visti e ascoltati, logora. Il caregiver diventa forte, sì, ma di una forza solitaria che rischia di trasformarsi in isolamento.
Forse allora quella massima andrebbe riletta. Non come un invito a nascondere il dolore, ma a non farsene travolgere da soli. E accanto a Sustine et abstine bisognerebbe aggiungere qualcos’altro: il diritto di condividere, di essere sostenuti, di non dover essere sempre all’altezza di tutto.
Perché nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra il proprio dolore e la possibilità di restare in relazione con gli altri. E, soprattutto, perché prendersi cura di chi cura non è un gesto straordinario: è una responsabilità collettiva.

*Referente per l’Emilia Romagna di Caregiver Familiari Uniti (CFU) ([email protected]).

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