«Credo che una reale inclusione delle persone con disabilità – scrive Luca Grecchi -, ossia la loro partecipazione sociale su base di uguaglianza con gli altri, sia reale solo se tutti possono svolgere le proprie attività nei luoghi in cui le svolgono tutti, facendo, pur magari con differenti funzioni, le stesse cose di tutti. A mio avviso, quindi, l’inclusione non è pienamente presente in un qualunque luogo destinato non a tutte le persone, ma soltanto a quelle con disabilità»
Le statistiche relative al lavoro delle persone con disabilità rivelano in Italia un quadro sconfortante. Il loro tasso di occupazione risulta in effetti inferiore al 33%, con percentuali molto più basse per le persone con disabilità intellettiva.
Il problema della forte discriminazione che subiscono queste persone non è solo italiano, ma mondiale. In un sistema economico che ha come fine la massimizzazione del profitto, i soggetti meno efficienti vengono infatti, senza una legislazione stringente, sempre più esclusi dal mercato del lavoro.
Vorrei dunque prendere spunto da quel dato statistico per una riflessione più ampia sulla partecipazione sociale delle persone con disabilità, che la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità indica appunto poter avvenire principalmente tramite il lavoro.
Uno dei pregiudizi più diffusi sui soggetti con disabilità, come noto, consiste nel ritenerli degli “eterni bambini”. Quando ci si riferisce a loro, in effetti, anche se si tratta di persone adulte, si tende spesso a parlare di “ragazzi”. Non si riflette abbastanza, tuttavia, sulle cause di tali comportamenti maggiormente infantili (quando essi sono presenti). Se una persona, infatti, è costretta, subito dopo la scuola, a rapportarsi quasi esclusivamente coi genitori, o a frequentare centri per disabili in cui l’atteggiamento degli operatori risulta infantilizzante, tenderà inevitabilmente a comportarsi in maniera un po’ immatura.
Per tale motivo, è stato da più parti sottolineato che, per le persone con disabilità, il passaggio verso la condizione adulta può avvenire principalmente tramite una vera attività lavorativa, svolta negli stessi contesti in cui la svolgono le altre persone. L’inclusione, in effetti – ossia appunto la partecipazione sociale su base di uguaglianza delle persone con disabilità -, è reale se tutti possono svolgere le loro attività nei luoghi in cui le svolgono tutti, facendo, pur magari con differenti funzioni, le stesse cose di tutti. L’inclusione non è dunque pienamente presente, almeno a mio avviso, in un’aula scolastica, o in un locale ricreativo, o in un qualunque altro luogo destinato non a tutte le persone, ma soltanto a quelle con disabilità.
Ciò vale anche, per quanto questo possa apparire paradossale, per quei contesti lavorativi i quali, pur pensati per favorire l’occupazione dei soggetti con disabilità, diventando “contesti speciali” per “persone speciali”, rischiano di riproporre, sotto diverse forme, la medesima separazione presente nelle “classi speciali” o negli “istituti speciali”.
Per evitare incomprensioni, manifesto subito la mia vicinanza a quelle persone che, nella difficoltà estrema di assicurare un futuro lavorativo ad un figlio con disabilità, hanno cercato di creare contesti ad hoc, inserendovi anche altri soggetti con disabilità. Ciò nonostante, vorrei provare ad aprire un dibattito, che reputo necessario per comprendere quali siano le modalità di partecipazione lavorativa più idonee a favorire una migliore inclusione delle persone con disabilità. Sempre più spesso, infatti, sui media, sembra passare l’idea che la soluzione preferibile, per questo fine, sia creare iniziative imprenditoriali composte quasi esclusivamente da lavoratori con disabilità, fornendo ad esse un’elevata visibilità mediatica per promuovere la vendita dei relativi prodotti. Questa situazione, per la comprensibile condivisione emotiva che solitamente convoglia, è oggi considerata, da molti, il migliore modello inclusivo, o forse il solo possibile nell’attuale contesto economico.
Il quadro legislativo in Italia, a cominciare dalla Legge 68/99 sulle cosiddette “categorie protette”, prevede tuttavia che «le istituzioni statali debbano occuparsi di garantire un collocamento mirato alle persone con disabilità, inserendole in contesti lavorativi ordinari, sia pubblici che privati». Personalmente, ritengo corretto questo approccio normativo, proprio in quanto i contesti ordinari, se ben gestiti, a differenza dei contesti speciali, non creano separazione, essendo in linea di principio aperti a tutti.
Chi legge potrà certo pensare che, in un’epoca di crescente disimpegno delle politiche pubbliche – la stessa applicazione della Legge 68 è ormai divenuta molto farraginosa, per carenza di risorse, organizzazione e controlli –, non si dovrebbero neppure esprimere perplessità su questi “contesti speciali”, i quali danno almeno lavoro ad alcune centinaia di persone. Vorrei, però, ugualmente provare a riflettere sul fatto se queste iniziative imprenditoriali producano davvero la migliore possibile partecipazione sociale, ovvero se esse possano realmente essere pensate, sul piano dell’inclusione, come il migliore modello di riferimento. La mia preoccupazione, infatti, è che ci si avvii sempre più, in questo modo, a considerare il burocratico Stato come un organismo da ridimensionare, il che creerebbe, verosimilmente, un ulteriore grave pericolo per la tutela delle persone con disabilità.
Ritenere, inoltre, queste specifiche iniziative imprenditoriali come il principale modello cui ispirarsi, può rivelarsi problematico per almeno tre motivi.
Il primo motivo è quello per cui simili attività economiche, se non accompagnate da una notevole risonanza mediatica – la quale può inevitabilmente concentrarsi solo su poche aziende –, finiscono sovente, nell’indifferenza generale, col fallimento, per la loro minore produttività.
Il secondo motivo è che queste iniziative tendono di solito a costituirsi intorno a figure dalla personalità molto forte, le quali, anche se involontariamente, instaurano spesso con i loro dipendenti rapporti troppo “paternalistici”; tali rapporti sono tuttavia ciò di cui i soggetti con disabilità meno hanno bisogno per svincolarsi dalla condizione “infantile” in cui l’attuale totalità sociale vorrebbe invece mantenerli, forse per lasciarli lontani dai luoghi lavorativi “veri”, i quali non tollerano inefficienze, lentezze, immaturità.
Il terzo motivo, infine, già ricordato, è che se l’inclusione vera si ha solo in contesti aperti a tutti, un contesto “chiuso”, realizzato cioè soltanto per alcuni, non riesce ad essere pienamente inclusivo. Anche i fiori, del resto, crescono meglio all’aperto insieme a tutti gli altri fiori, piuttosto che al chiuso. La vera inclusione, infatti, non predilige i luoghi “speciali”, neanche quando gli stessi vengono ritenuti maggiormente vantaggiosi per le persone “speciali” (che tali, appunto, non sono, essendo semplicemente persone).
Gli antichi filosofi greci, di cui solitamente mi occupo, dicevano che tutto ciò che non è necessario è spesso dannoso, e l’inserimento di queste persone in contesti “speciali” non è, quasi mai, realmente necessario per la loro migliore partecipazione sociale.
Spero che i lettori e le lettrici comprendano le ragioni di queste mie parole, finalizzate soltanto a favorire una migliore inclusione delle persone con disabilità, anche in àmbito lavorativo.
*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con alcune modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione.
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