La storia di Rabte Mohmed e il potere dello sport nel cambiare la vita e la mentalità delle persone

Ingegnere e atleta, Rabte Mohmed, arrivato a Roma dalla Libia, in occasione del recente “Meeting Internazionale di Canottaggio Special Olympics 2026”, ha portato la propria testimonianza di un percorso di vita profondamente segnato dapprima dalla guerra e poi dallo sport e dalla capacità di rinascere dopo un evento traumatico
Rabte Mohmed
Rabte Mohmed a Roma, Roma, durante il recente “Meeting Internazionale di Canottaggio Special Olympics 2026”

Tra le storie più significative emerse a Roma, durante il recente Meeting Internazionale di Canottaggio Special Olympics 2026, dedicato appunto ad atleti e atlete componenti del movimento internazionale di sport praticato da persone con disabilità intellettive, e che a suo tempo avevamo presentato sulle nostre pagine, vi è stata certamente quella di Rabte Mohmed, 37 anni, originario di Zuara, in Libia.
Ingegnere e atleta, Rabte ha raccontato un percorso di vita profondamente segnato dallo sport e dalla capacità di rinascere dopo un evento traumatico. «La Libia ha oltre 2.000 chilometri di costa: il mare è parte della nostra identità. Tutti nuotano, pescano, vivono l’acqua. Per me, remare è sempre stato tutto», racconta lo stesso Rabte, che dal 2006 è stato atleta della Federazione di Canottaggio Olimpico di Tripoli, partecipando ai campionati nazionali libici (precedentemente noti come Campionato Rafata) e gareggiando anche a livello internazionale in Tunisia, Egitto e Marocco. La sua carriera sportiva ha subìto però un’interruzione nel 2011, durante la prima guerra civile libica iniziata come rivolta popolare contro il regime quarantennale di Muammar Gheddafi e poi degenerata in un conflitto armato interno, che gli è costata la perdita del braccio sinistro. «Con il mio braccio – dice – mi sembrava di avere perso tutto, anche l’amore della mia vita, il canottaggio. Ho detto alla mia famiglia: datemi tempo per piangere. Poi ho iniziato a chiedermi come avrei fatto a tornare a remare».
La risposta è arrivata con a un viaggio negli Stati Uniti, in Pennsylvania, dove ha ricevuto una protesi che gli ha consentito di tornare in barca. «Non sapevo quando né come, ma ero certo che sarei tornato a remare. E così è stato».

Rientrato in Libia, dunque, Rabte ha intrapreso un nuovo percorso come atleta paralimpico, contribuendo, su richiesta del Presidente della Federazione, a costituire e allenare una squadra nazionale composta da atleti con disabilità, coinvolgendo numerosi giovani del suo territorio. «Nella Federazione Paralimpica – spiega – ho trovato persone straordinariamente gentili. In Libia, Special Olympics e Comitato Paralimpico coincidono, costituendo un’unica realtà per tutti gli sport». Una condizione diversa, com’è noto, rispetto al nostro Paese, dove, pur collaborando strettamente, Special Olympics e il Movimento Paralimpico restano entità distinte, con modalità organizzative differenti, ma unite dallo stesso obiettivo, che è la piena inclusione attraverso lo sport.

Tra il 24 e il 26 aprile, dunque, Rabte è arrivato a Roma, in gara insieme agli atleti Special Olympics, rappresentando il suo Paese in un contesto internazionale che ha celebrato non solo la competizione, ma soprattutto la condivisione e la crescita personale. «Dopo il 2011 in Libia – sottolinea – è cambiato molto: prima non c’era consapevolezza sul potenziale delle persone con disabilità. Oggi, grazie anche al lavoro con i media, c’è più sensibilità e ritengo che lo sport abbia un potere unico nel cambiare la mentalità delle persone».
«La presenza di Rabte al nostro Meeting di Roma – commentano da Special Olympics – è stata un potente simbolo di resilienza e determinazione: prima atleta olimpico, oggi paralimpico, Rabte incarna infatti lo spirito di chi non si arrende e trova nello sport una nuova strada. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa Special Olympics Italia (Giampiero Casale), [email protected].
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