«Progettare secondo i princìpi dell’Universal Design – scrive Gabriele Fabbri – significa concepire, realizzare e distribuire ambienti, prodotti, sistemi grafici e servizi che siano fruibili fin dal principio dal maggior numero di persone possibile, senza alcun bisogno di adattamenti successivi, soluzioni posticce o marchiature speciali che finiscono inevitabilmente per generare stigma e separazione sociale»

Nel panorama normativo, amministrativo e culturale italiano, il tema dell’accessibilità viene ancora troppo spesso confinato all’interno di una dimensione settoriale, emergenziale o puramente assistenziale. Infatti, nonostante decenni di battaglie della società civile e delle associazioni impegnate sul tema, quando si affronta il nodo delle barriere architettoniche, sensoriali, digitali o cognitive, l’approccio predominante delle amministrazioni e dei progettisti resta purtroppo quello della “soluzione speciale” o della compensazione ex post.
Si individua cioè una specifica categoria di utenti considerata “non standard”, si calcolano le deroghe e si progetta un intervento separato, isolato dal contesto generale e spesso ghettizzante. È invece tempo di affermare con assoluta fermezza che questa impostazione è culturalmente superata, ma anche economicamente inefficiente. Il Paese ha bisogno di una transizione normativa e culturale radicale verso un concetto chiaro come quello dell’Universal Design, che a settembre arriverà alla Camera dei Deputati e che quest’estate girerà per l’Italia per continuare a farsi conoscere, inteso come vero e proprio atto politico universalistico.
L’Universal Design (in italiano “progettazione universale”) non dev’essere confuso con un sinonimo più moderno o accattivante di “abbattimento delle barriere”, né tanto meno può essere percepito come un favore o una concessione eccezionale fatta a una minoranza di cittadini. Si tratta, al contrario, di un paradigma progettuale ed etico radicale, che assume la diversità delle esigenze umane non come un’eccezione statistica, ma come una caratteristica intrinseca, naturale, strutturale e permanente della società nel suo complesso.
Progettare secondo i princìpi dell’Universal Design significa concepire, realizzare e distribuire ambienti, prodotti, sistemi grafici e servizi che siano fruibili fin dal principio dal maggior numero di persone possibile, senza alcun bisogno di adattamenti successivi, soluzioni posticce o marchiature speciali che finiscono inevitabilmente per generare stigma e separazione sociale.
Il passaggio storico da un vecchio modello di “integrazione a richiesta” a un reale modello di “inclusione di diritto” richiede un impianto legislativo chiaro, vincolante e strutturato, capace di dialogare in modo sinergico con le istituzioni nazionali e i territori. Progettare in modo universale significa comprendere che l’equità nell’uso degli spazi pubblici, l’intuitività dei servizi digitali della Pubblica Amministrazione e la sicurezza ambientale non sono optional normativi lasciati alla buona volontà dei singoli enti, ma prerequisiti materiali essenziali per l’esercizio dei diritti civili fondamentali e della stessa democrazia.
Ora la vera sfida che viene lanciata è alla politica e ai decisori pubblici che devono/possono raccogliere approvando un disegno di legge, quello dell’Universal Design appunto, che sia in grado di progettare e riprogettare il mondo comune finalmente a misura di tutti e tutte, per tutti e per tutte nessuno escluso.
*Dottore in Giurisprudenza.
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