«Trovo preoccupante – scrive Michela Farabella – che nel 2026 esista ancora una cultura che identifica la disabilità esclusivamente con ciò che si vede. Molte persone convivono con malattie oncologiche, neurologiche, autoimmuni, cardiache o respiratorie che non lasciano segni evidenti all’esterno, ma che incidono profondamente sulla qualità della vita. E credo che quanto accaduto a me riguardi anche molti altri che ogni giorno si devono giustificare la propria malattia e la propria disabilità davanti a perfetti sconosciuti»
Sono una scrittrice e cittadina torinese di 52 anni con invalidità civile riconosciuta all’80%, beneficiaria della Legge 104 e titolare della Disability Card Europea. Qualche giorno fa ho vissuto direttamente una vicenda che ritengo emblematica delle difficoltà che molte persone con disabilità invisibili continuano a vivere ogni giorno.
Recatami infatti presso l’Ufficio Postale di Via Issiglio a Torino, pur avendo esibito la mia Disability Card e spiegato la mia condizione, mi è stato negato l’accesso prioritario, con la motivazione che la precedenza sarebbe stata riservata a chi utilizza stampelle o bastoni.
Quella risposta mi ha profondamente ferita. Sono affetta da gravi patologie croniche invalidanti, sono sottoposta a terapie importanti e soffro di una cardiopatia. Tuttavia non utilizzo sempre un bastone. Questo significa forse che la mia disabilità vale meno? Che il mio dolore è meno reale? Che la mia fragilità può essere ignorata perché non immediatamente visibile?
Trovo preoccupante che nel 2026 esista ancora una cultura che identifica la disabilità esclusivamente con ciò che si vede. Molte persone convivono con malattie oncologiche, neurologiche, autoimmuni, cardiache o respiratorie che non lasciano segni evidenti all’esterno, ma che incidono profondamente sulla qualità della vita.
La Disability Card è stata istituita proprio per semplificare il riconoscimento della condizione di disabilità e garantire un accesso più equo ai servizi. Se poi chi la esibisce viene sottoposto a una valutazione soggettiva basata sull’aspetto fisico, il significato di essa viene completamente svuotato.
Credo che questa vicenda non riguardi soltanto me, ma migliaia di cittadini e cittadine che ogni giorno si sentono costretti a giustificare la propria malattia e la propria disabilità davanti a perfetti sconosciuti.
*Scrittrice e attivista per i diritti delle persone con disabilità.
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