«Vogliamo continuare a ripeterci – scrive Maurizio Piacenza – che abbiamo una normativa sull’inclusione scolastica invidiata da molti, anche se il quotidiano ci racconta una realtà nella quale troppo spesso c’è solo “un’inclusione di plastica”, oppure vogliamo rendere sostanziale ciò che spesso resta solo formale? Non accontentiamoci di restare fermi alla forma senza farla diventare sostanza. Insomma, “fatta la normativa, servirebbe fare cultura”!»
Sono 13 anni che conviviamo con un’epilessia farmacoresistente. La malattia ha portato “in dono” una disabilità e una certa qual fatica nello studio. Abbiamo dunque un PEI (Piano Educativo Individualizzato) e sì, uso e userò il plurale perché salute, inclusione scolastica e diritto allo studio per chi ha bisogni educativi speciali non sono mai questioni della singola persona. Sono questioni collettive. Familiari, in primis, ma a essere onesti sono – o almeno dovrebbero essere – temi di interesse e riflessione per l’intera società.
Gli ultimi due anni, cioè da che siamo alla secondaria di secondo grado, il livello di inclusione scolastica e rispetto del diritto allo studio sono venuti alla luce per quello che sono: formalità, nella sua duplice veste. Forma, intesa come qualcosa che è ancora lontano dal diventare sostanza e forma come attenzione alle procedure, svolte le quali si è – formalmente, nonché legalmente – a posto.
Che ci siamo imbattuti in un’eccezione ben poco virtuosa? Potrebbe ben essere, per carità. Quindi guardiamoci un po’ attorno.
Il terzo Rapporto Annuale sui diritti delle persone con disabilità dell’Osservatorio Giuridico Permanente dell’Università di Milano Human Hall ci dice, tra le altre cose, che «emerge un quadro segnato da persistenti criticità nell’attuazione effettiva dei diritti, soprattutto nell’àmbito dell’inclusione scolastica». Su un altro fronte, gli articoli di Superando sul tema inclusione e scuola che descrivono situazioni di criticità stanno diventando davvero numerosi. Dulcis in fundo (si fa per dire…), il gruppo Facebook Normativa Inclusione continua a essere ricco di segnalazioni di vario tipo. Non un panorama idilliaco, come si può vedere. Ma torniamo a noi e agli ultimi due anni.
Due anni davvero tosti, sia sul fronte salute che sul fronte scuola. E altri ne abbiamo di fronte, ahinoi. Sul fronte salute poco ci possiamo fare. O meglio, usiamo tutti i mezzi che medicina e scienza ci mettono a disposizione e sfruttiamo le positività derivanti dall’essere riusciti quasi sempre a fare squadra in modo vincente con i professionisti che ci supportano. Rapporti win-win, direbbero quelli bravi. Rapporti dove il rispetto reciproco e il contributo di tutti concorre al risultato finale.
Sul fronte scolastico mi sarei aspettato di riuscire a fare qualcosa di simile. La realtà però ci ha raccontato una storia diversa. Episodi di “scarsa cordialità” (chi legge l’onore e l’onere di usare altri termini…) sia il primo che il secondo anno. Un contesto classe davvero ostico, dobbiamo dirlo. Certe meccaniche della Scuola di oggi che davvero non aiutano e, a volte, paiono anche molto poco logiche.
Ed ecco la prima domanda: come mai il tanto sbandierato Patto educativo di corresponsabilità scuola-famiglia in questi frangenti non esce fuori dai fogli scritti – o dai PDF sui siti – per diventare qualcosa di concreto, di vivo, di vero? Me lo sono chiesto e continuo a chiedermelo.
Ci sarebbe modo, e necessità, di instaurare anche qui rapporti win-win. Allora perché invece di lavorare insieme a un obiettivo comune, ci si ritrova a non firmare un PEI? Per più di un motivo, a dire il vero. Il formato digitale adottato, innanzitutto, che in realtà non era tale perché della piattaforma ministeriale non c’era traccia, ma eravamo di fronte a un coacervo di file su Google Drive. Nessuna possibilità di firma digitale con valore legale, ça va sans dire, ma nemmeno un documento cartaceo stampato che, una volta letto e se condiviso, si poteva stampare. Perché tutto questo, mi chiedo io? Una risposta non ce l’ho.
Ma non fermiamoci alla forma. Abbiamo detto che ciò che conta è la sostanza e se il principio vale, deve valere sempre. Ubi maior, minor cessat, dicevano. Se i contenuti del PEI fossero stati condivisi, la forma avrebbe potuto passare in secondo piano. Ma nel PEI si alternavano approcci diametralmente opposti. Si passava da un’assenza totale di personalizzazioni e strumenti compensativi e/o dispensativi perché non ritenuti necessari, a elenchi di strumenti decisamente troppo completi. Per poter scegliere al bisogno, il motivo. Sigh. E accanto alla singolarità dell’approccio “altalenante”, ecco spuntare espressioni generali e di principio, così poco tarate su necessità specifiche da ricordarmi molto alcuni testi della Erickson. O di altro editore con pubblicazioni simili, qui non si fanno preferenze. Per dire che sembravano più affermazioni di principio adatte a un convegno in tema di inclusione scolastica che ad un progetto su misura come il PEI, invece, dovrebbe essere. Più forma che sostanza, di nuovo.
Passiamo quindi a una veloce digressione sulle “mappe concettuali”, tanto utili quanto mai veramente affrontate in modo serio. Quest’anno ci siamo trovati a crearle a casa in autonomia. Ovviamente seguiva il vaglio del/la docente di turno. Vaglio dovuto, intendiamoci, perché le mappe concettuali – come gli altri strumenti compensativi – devono appunto compensare una difficoltà che altrimenti risulterebbe eccessiva, non devono certo favorire. Quindi che controllo sia!
La domanda che mi pongo, però, è questa: su materie specifiche di indirizzo non sarebbe più opportuno che, se il ragazzo o la ragazza non riescono a crearle in autonomia, la scuola fornisse il supporto per crearle o, in caso di impossibilità, le producesse essa stessa? Ovvio, il discorso dovrebbe valere per tutte le materie, ma per quelle di indirizzo vedo la cosa ancora più dirimente, e deprimente, per come troppo spesso viene affrontata. Parliamo infatti di competenze che non sempre in famiglia ci sono. E se non ci sono, come si fa?
«Volevo essere più forte / di ogni mia perplessità / ma come posso accontentarmi / se tutto quello che sai darmi / è un’inclusione di plastica?». A parte queste semi-citazioni volutamente ironiche (Carmen Console, cantautrice di Amore di plastica mi perdonerà, o almeno lo spero), mi piacerebbe proporre una riflessione: penso che alla luce di come stanno andando le cose nella realtà, dobbiamo farci una domanda. Come società, intendo. Vogliamo continuare a nasconderci dietro a un dito, ripetendoci che abbiamo una normativa che ci invidiano in molti, anche se il quotidiano ci racconta una realtà troppo spesso difficile oppure vogliamo rendere sostanziale ciò che spesso resta solo formale? Perché c’è una differenza abissale tra un diritto formale e un diritto sostanziale. Il primo, per quanto sacrosanto, resta sulla carta, il secondo lo possiamo esercitare. Io la mia preferenza ce l’ho, penso si sia capito.
Di quest’anno scolastico appena chiuso ho omesso molte cose, ma una la inserisco adesso: il discorso caregiving. Con una scuola sempre più assente, che delega – ma sarebbe meglio dire lascia – alla famiglia quanto dovrebbe fare lei, quale mai potrà essere la disponibilità di tempo da dedicare al lavoro per chi abbia deciso di seguire il figlio o la figlia nel percorso scolastico, per non lasciare che affronti in solitaria quel percorso che dovrebbe fargli acquisire competenze per la vita?
Attenzione, però. Non vivo su Marte. Conosco bene i problemi che sta attraversando la Scuola, non da oggi. Ma questo non cambia di una virgola il discorso, anzi. È proprio questo il contesto in cui il Patto educativo di corresponsabilità dovrebbe svolgere un suo ruolo ben preciso. E quindi? E quindi non lo so. E con queste tante domande e ben poche risposte, ad un certo punto ho deciso di scrivere una lettera al ministro Valditara. L’avrà letta? Non lo so, non ne ho idea. Lo spero, ovvio, anche se ad oggi non ho avuto risposte. E perché mai avrebbe dovuto rispondermi, dirà qualcuno. Non sono un’associazione, non sono un ente che rappresenta una moltitudine di persone, non sono una persona pubblicamente rilevante. Tutto molto vero. Ma ho una presunzione: non sono nemmeno l’unico che crede ancora che la Scuola e il diritto allo studio per tutti/e siano uno dei pilastri fondamentali di una società che voglia definirsi civile. E allora una sorta di rappresentanza minima – ideale, s’intende, ché nessuno mi ha dato alcun mandato – me la arrogo. Se mi è concesso. E se non mi è concesso, fa lo stesso, tiè.
E dico che serve un cambio di passo. Non è la stessa Costituzione a dirci con l’articolo 34 che «la scuola è aperta a tutti», che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale» e con l’articolo 3 che la Repubblica deve «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana»?
Allora serve un cambio culturale che, per resistere alle intemperie del tempo e anche a certe nuove spinte sociali, nasca dal basso. Che dal basso fiorisca coinvolgendo sempre più persone. Perché quando parliamo di certi temi. parliamo di temi condivisi. Non riguardano solo qualcuno, rappresentano precise scelte sociali.
Non accontentiamoci di restare fermi alla forma senza farla diventare sostanza. Insomma, “fatta la normativa, servirebbe fare cultura”!
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