Giulia Mazza: oltre l’udito, dentro la musica

di Filippo Visentin
«La musica non è solo ciò che arriva all’orecchio. È ciò che attraversa il corpo, la memoria, l’immaginazione e l’emozione»: è racchiusa in questa frase la chiave per comprendere il percorso umano e artistico di Giulia Mazza, violoncellista e persona con sordità profonda, il cui messaggio più prezioso non è dimostrare che una persona sorda possa fare musica, ma ricordare a tutti che la musica non appartiene solo all’udito, ma appartiene, prima ancora, alla capacità profondamente umana di immaginare, creare e dare significato al mondo
Giulia Mazza
Giulia Mazza

«La musica non è solo ciò che arriva all’orecchio. È ciò che attraversa il corpo, la memoria, l’immaginazione e l’emozione»: probabilmente è tutta racchiusa in questa frase la chiave per comprendere il percorso umano e artistico di Giulia Mazza, violoncellista e persona con sordità profonda.
A Giulia mi lega un’amicizia sincera. Da alcuni anni condividiamo prove e concerti e ogni volta mi colpisce la naturalezza con cui il suo modo di vivere la musica finisce per mettere in discussione molte delle convinzioni che noi musicisti “udenti”, spesso inconsapevolmente, diamo per scontate.
L’idea di questa conversazione non nasce dalla domanda fin troppo prevedibile, su come una persona sorda possa suonare il violoncello. La domanda, piuttosto, è un’altra: che cosa può insegnarci il suo modo di abitare la musica? Per Giulia, infatti, ascoltare non coincide semplicemente con udire. «La musica – ribadisce – è ciò che attraversa il corpo, la memoria, l’immaginazione e l’emozione». Un’affermazione la sua, che non nasce da una riflessione teorica, ma da anni di studio, di concerti e di un’instancabile ricerca personale.
Se molti continuano a identificare la musica con ciò che percepiamo attraverso le orecchie, la sua esperienza suggerisce una prospettiva più ampia. Le vibrazioni, le dinamiche, il movimento interno di un brano, il modo in cui esso modifica lo stato emotivo di chi lo interpreta diventano altrettanti elementi di un ascolto che coinvolge l’intera persona.

Sorprende nelle sue parole il ruolo attribuito all’immaginazione. Prima ancora di portare l’arco sulle corde, Giulia costruisce dentro di sé un’immagine del brano. Lo percorre mentalmente, ne cerca i punti di tensione, immagina dove la musica respira, dove si apre, dove acquista slancio. «Mi canto interiormente tutta la melodia», dice. La partitura diventa così una sorta di paesaggio mentale, una mappa nella quale le altezze delle note assumono quasi una dimensione spaziale. E quando ricorda le tante volte in cui da bambina ascoltava Eine kleine Nachtmusik durante i viaggi in montagna con la madre, il racconto assume un’intensità particolare: le cime che scorrono fuori dal finestrino e le frasi di Mozart finiscono per fondersi in un’unica esperienza nella quale il paesaggio sembra trasformarsi in musica e la musica in paesaggio.

Naturalmente esiste anche una dimensione corporea dell’ascolto. Le vibrazioni sono parte integrante del suo rapporto con il violoncello, ma sarebbe riduttivo considerarle un semplice espediente tecnico. «Rappresentano la profondità del suono», spiega. Non sostituiscono l’ascolto, ma lo completano restituendo quella presenza fisica che gli apparecchi acustici, per quanto sofisticati, non possono offrire completamente. È una relazione che nel tempo è cambiata: «Da giovane – mi spiega – ricercavo un suono pieno, intenso, quasi travolgente; oggi sento di avere imparato a dosarlo, trovando nuovi equilibri espressivi».
Persino nello studio teorico le vibrazioni sono diventate uno strumento prezioso: per affrontare gli esercizi di Ear Training al Conservatorio utilizzava cuffie a conduzione ossea, arrivando ad appoggiare un dito sulla struttura vibrante per riuscire a cogliere durata e altezza delle note.

C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. Parlando dell’intonazione, Giulia non nasconde che rappresenti il terreno sul quale investe più tempo ed energie. «Non tanto perché costituisca il cuore della mia esperienza musicale – dice -, quanto perché è il punto sul quale sento di essere più facilmente giudicata». Ed è una distinzione importante: l’intonazione non definisce il suo modo di vivere la musica, ma richiede un lavoro costante, anche per confrontarsi con aspettative che spesso il pubblico applica senza conoscere la complessità del suo percorso.
Nel tempo ha sviluppato anche strumenti personali per facilitare lo studio, come i riferimenti tattili applicati al manico del violoncello, ispirati al Braille. Ma guai a considerarli un segno di inferiorità. «Sono strumenti di libertà – osserva -. Del resto nessuno giudicherebbe meno atleta una persona che utilizza un tutore per correre. Allo stesso modo, le tecnologie assistive e gli accorgimenti tecnici non diminuiscono il valore del musicista: gli consentono semplicemente di accedere alle informazioni necessarie per esprimersi». La vera disabilità, sembra suggerire, nasce quando questi strumenti vengono guardati con sospetto anziché essere riconosciuti per ciò che sono: mezzi che permettono a ciascuno di sviluppare pienamente il proprio talento.

Alla fine di questa chiacchierata, le pongo una domanda volutamente difficile: che cos’è, in fondo, la musica? La risposta arriva senza esitazioni: «Per me la musica è relazione. Non dunque la perfezione tecnica, non l’assenza di errori, neppure la ricerca ossessiva del suono ideale. La musica è un percorso umano fatto di crescita, di trasformazioni, di intuizioni, di crisi e di conquiste. È il luogo in cui memoria, corpo, emozione, immaginazione e pensiero si incontrano per dare forma a qualcosa che prima non esisteva».
Credo sia proprio questo il messaggio più prezioso che ci lascia l’esperienza di Giulia Mazza. Non dimostrare che una persona sorda possa fare musica, ma ricordare a tutti noi che la musica non appartiene esclusivamente all’udito. Appartiene, prima di tutto, alla capacità profondamente umana di immaginare, creare e dare significato al mondo.

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