“Che tu sia dei nostri”, ovvero molto più della sola realizzazione di una spiaggia accessibile

di Maria Rosaria Duraccio*
«Questo progetto è una piccola dimostrazione di ciò che può accadere se anziché domandarci “dove possiamo mettere le persone con disabilità?”, iniziamo a domandarci “come possiamo progettare un luogo affinché possa essere vissuto dal maggior numero possibile di persone?”»: lo dice Maria Rosaria Duraccio, a proposito di  “BETUABU – Pace e Inclusione”, nuova spiaggia libera, pubblica e gratuita, progettata e realizzata ad Ascea (Salerno) dal MOVICA (Movimento Vita Indipendente Campania)
Ascea (Salerno), "BETUABU"
La spiaggia di Ascea (Salerno), frutto del progetto “BETUABU – Pace e Inclusione”

Ci sono momenti nei quali un progetto smette di essere fatto di carte, disegni, riunioni e idee e diventa finalmente un luogo abitato dalle persone. È quello che ho provato ad Ascea (Salerno), l’11 agosto scorso, durante l’inaugurazione di BETUABU – Pace e Inclusione, nuova spiaggia libera, pubblica e gratuita, progettata e realizzata dal MOVICA APS (Movimento Vita Indipendente Campania), su richiesta e grazie al finanziamento del Comune di Ascea.
Per chi scrive quel momento ha avuto un significato particolare, perché BETUABU nasce da una convinzione che accompagna da molti anni il mio impegno personale e associativo: l’inclusione non consiste nel creare luoghi speciali per le persone con disabilità, ma nel rendere i luoghi ordinari accessibili e fruibili da tutte e tutti. Sembra una differenza terminologica, ma non lo è affatto. Non dunque una spiaggia “per disabili”!
Negli ultimi anni sono aumentate in Italia le esperienze definite “spiagge inclusive”. È certamente il segnale di una maggiore attenzione al diritto delle persone con disabilità al turismo, al tempo libero e alla balneazione. Ma dobbiamo avere il coraggio di interrogarci anche sul significato della parola inclusione. Una spiaggia, infatti, può essere perfettamente attrezzata e, nello stesso tempo, continuare a riprodurre una logica separante, se individua uno spazio nel quale concentrare le persone con disabilità, magari insieme ai propri accompagnatori, distinguendole dal resto dei bagnanti.

Accessibilità e segregazione non possono convivere
Una persona con disabilità non dovrebbe essere costretta a scegliere una “spiaggia per disabili”. Dovrebbe poter scegliere semplicemente una spiaggia, andarci con la propria famiglia, con gli amici, con i figli, incontrare altre persone e decidere liberamente come trascorrere la propria giornata.
È da questa idea che siamo partiti nella progettazione di BETUABU. La spiaggia libera sul tratto Levante del lungomare di Ascea Marina è stata infatti pensata come uno spazio comune, destinato a persone con e senza disabilità, bambini, famiglie, persone anziane e turisti. Non abbiamo quindi progettato uno spazio nel quale “inserire” successivamente le persone con disabilità. Abbiamo provato a progettare, fin dall’inizio, considerando la diversità umana.

Ascea (Salerno), "BETUABU"
Un’altra immagine della spiaggia di Ascea

Dall’abbattimento delle barriere all’accessibilità universale
Per troppo tempo abbiamo identificato l’accessibilità quasi esclusivamente con l’eliminazione delle barriere architettoniche. Una rampa, una passerella o un bagno accessibile sono indispensabili, ma non sono sufficienti a rendere un luogo realmente fruibile da tutti e tutte. Le persone sono diverse e diverse sono le modalità attraverso le quali si muovono, comunicano, comprendono le informazioni, si orientano e interagiscono con l’ambiente. Per questo BETUABU dispone di una larga passerella che collega i diversi servizi e raggiunge il mare, piattaforme con gazebo e ombrelloni, lettini maxi e rialzati, servizio igienico e doccia accessibili, spogliatoio utilizzabile in autonomia e sicurezza, segnaletica inclusiva in CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa) e tattile, sedie Job per l’accesso al mare e personale formato disponibile per chi necessiti di assistenza. Abbiamo inoltre scelto materiali ecosostenibili e rispettosi dell’ambiente costiero, perché accessibilità e sostenibilità non sono obiettivi contrapposti, ma possono e devono diventare parti della stessa progettazione.
BETUABU, per altro, è solo un primo intervento: non pretendiamo di avere realizzato una spiaggia perfetta. Anzi, considero importante affermare esattamente il contrario: l’accessibilità è un processo, non un bollino che si applica a un luogo una volta per tutte. Occorre osservare, ascoltare le persone che utilizzano gli spazi, raccogliere criticità e suggerimenti e continuare a migliorare.

“Che tu sia dei nostri!”
Anche il nome scelto per la spiaggia racconta questa filosofia, se è vero che BETUABU, in ciluba, una delle lingue della Repubblica Democratica del Congo, significa “Che tu sia dei nostri”, nome che vuole anche rendere omaggio a Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018, che proprio l’11 agosto 2024 fu ospite ad Ascea [se ne legga anche in Superando, N.d.R.]. Abbiamo voluto così unire due parole che considero profondamente connesse: pace e inclusione.
Non può esserci una società realmente pacificata se alcune persone continuano ad essere escluse dalla partecipazione alla vita della comunità. E “Che tu sia dei nostri” non vuole significare che qualcuno debba essere accolto benevolmente dentro uno spazio deciso da altri. Al contrario, significa riconoscere che nessuno deve chiedere il permesso di appartenere alla propria comunità. Le persone con disabilità non sono ospiti delle nostre città, delle nostre chiese, delle nostre scuole, delle nostre spiagge o dei nostri luoghi di cultura. Sono cittadine e cittadini titolari degli stessi diritti di ogni altro.

Inagurazione di "BETUABU", 2026
Un’immagine dell’inaugurazione

Dalla Convenzione ONU ai luoghi della vita quotidiana
È del resto proprio quello sin qui tratteggiato il cambio di paradigma introdotto dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Non è cioè la persona a dover essere “adattata” a un ambiente costruito senza considerarla. Sono i contesti a dover essere progettati affinché la diversità delle persone non si trasformi in esclusione. La disabilità, in questa prospettiva, non può più essere letta soltanto come una caratteristica individuale, ma emerge dall’interazione tra la persona e le barriere ambientali, culturali, organizzative e comportamentali che ne ostacolano la piena partecipazione. Applicare questo principio al turismo significa compiere un passaggio importante. Il turismo accessibile, infatti, non dovrebbe essere “una nicchia del turismo”, ma il modo ordinario di progettare l’offerta turistica. E questo vale ancora di più per un territorio come quello del Cilento, che possiede uno straordinario patrimonio ambientale, paesaggistico, culturale e spirituale. L’accessibilità può diventare una componente strutturale della qualità dell’accoglienza del territorio. Non un costo aggiuntivo. Non una concessione. Non un servizio speciale. Una qualità.

Una responsabilità anche per le comunità ecclesiali
Questo tema interpella profondamente anche il mio servizio come Direttrice dell’Ufficio per il Servizio della Pastorale delle Persone con Disabilità della Diocesi di Vallo della Lucania. L’esperienza ecclesiale mi porta ogni giorno a riflettere su quanto sia importante passare dall’idea dell’“accogliere le persone con disabilità” a quella dell’appartenenza. Accogliere presuppone sempre qualcuno che accoglie e qualcuno che viene accolto. L’appartenenza, invece, dice qualcosa di diverso: questa è anche casa mia! È una riflessione che riguarda la Chiesa, ma che può essere estesa a tutta la società. Una comunità realmente inclusiva non organizza semplicemente attività per le persone con disabilità, ma fa in modo che le persone con disabilità possano partecipare, contribuire, scegliere, assumere responsabilità e concorrere alla costruzione della comunità stessa. Per questo trovo particolarmente significativo il nome BETUABU, poiché “Che tu sia dei nostri” può essere letto quasi come un invito. Ma vorrei che, nel tempo, diventasse qualcosa di ancora più radicale: siamo già tutti parte della stessa comunità umana.

"BETUABU", cartello con Mukwege e Duraccio
Il cartello all’ingresso della spiaggia, con le immagini di Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018 e di Maria Rosaria Duraccio, presidente del MOVICA

L’importanza della collaborazione
La realizzazione di BETUABU è stata possibile perché il Comune di Ascea ha scelto di investire risorse pubbliche nell’accessibilità e ha affidato al MOVICA la progettazione e la realizzazione dell’intervento.
È stata una collaborazione importante, che dimostra quanto possa essere fecondo il rapporto tra Istituzioni e Associazioni quando le competenze e l’esperienza maturate dalle persone con disabilità entrano realmente nei processi decisionali. Ringrazio quindi il sindaco di Ascea Stefano Sansone, l’Amministrazione Comunale e l’assessora alle Politiche Sociali Mariangela Rizzo, per avere creduto in questo percorso, così come la Misericordia di Ascea, alla quale è stato affidato il servizio di assistenza.
Credo inoltre sia altrettanto importante sottolineare il metodo. Infatti “nulla sulle persone con disabilità senza le persone con disabilità” non può essere solo uno slogan pronunciato nei convegni, ma significa in concreto riconoscere il sapere che nasce dall’esperienza della disabilità e portarlo dentro la progettazione delle politiche, dei servizi e degli spazi.
Le persone con disabilità non possono continuare a essere considerate esclusivamente destinatarie degli interventi. Devono poter essere protagoniste della loro ideazione, progettazione, realizzazione e valutazione.

Questo è soltanto l’inizio!
Non considero quindi BETUABU un punto di arrivo, ma piuttosto una piccola dimostrazione di ciò che può accadere quando proviamo a cambiare la domanda. Invece di domandarci «dove possiamo mettere le persone con disabilità?», iniziamo a domandarci «come possiamo progettare questo luogo affinché possa essere vissuto dal maggior numero possibile di persone?». Si tratta di una domanda che dovremmo porci davanti a una spiaggia, ma anche davanti a un albergo, un ristorante, un museo, una chiesa, un sentiero naturalistico, un evento culturale, una piazza o un servizio pubblico. Se questo nuovo sguardo riuscirà a contaminare progressivamente l’intera filiera turistica e culturale del Cilento, BETUABU avrà raggiunto un risultato molto più importante della realizzazione di una spiaggia accessibile. Avrà contribuito a cambiare il modo in cui pensiamo gli spazi e, forse, anche il modo in cui pensiamo le persone. Perché l’accessibilità universale non riguarda una minoranza, ma riguarda la qualità della società che vogliamo costruire. E forse il messaggio più semplice continua ad essere quello racchiuso nel nome scelto per questa spiaggia: BETUABU, ossia “Che tu sia dei nostri”!

*Sociologa, presidente del MOVICA APS (Movimento Vita Indipendente Campania), presidente di DPI Italia (Disabled Peoples’ International), vicepresidente di ENIL Italia (European Network on Independent Living), membro della Giunta FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e della FISH Campania, direttrice dell’Ufficio per il Servizio della Pastorale delle Persone con Disabilità della Diocesi di Vallo della Lucania (Salerno), coadiutrice del Gruppo di Lavoro Accessibilità Universale dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità.

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