Per molte persone con disabilità e per le loro famiglie il caro carburanti incide direttamente sull’autonomia, sulla partecipazione sociale e sull’esercizio di diritti fondamentali. Per questo il Governo deve intervenire con urgenza, assumendo misure capaci di considerare l’impatto specifico che l’aumento del prezzo della benzina e del gasolio produce sulle persone con disabilità, soprattutto su quelle che, per l’inaccessibilità o l’inefficienza del trasporto pubblico, sono costrette a utilizzare quotidianamente il proprio mezzo
Il caro carburanti non è soltanto una questione economica: per molte persone con disabilità e per le loro famiglie rappresenta un problema che incide direttamente sull’autonomia, sulla partecipazione sociale e sull’esercizio di diritti fondamentali. Per questo rivolgiamo un appello al Governo affinché intervenga con urgenza, assumendo misure capaci di considerare l’impatto specifico che l’aumento del prezzo della benzina e del gasolio produce sulle persone con disabilità, soprattutto su quelle che, per l’inaccessibilità o l’inefficienza del trasporto pubblico, sono costrette a utilizzare quotidianamente il proprio mezzo.
Per una persona con disabilità l’automobile, infatti, non è sempre una scelta. Molto spesso è una necessità. Serve per andare al lavoro, raggiungere una scuola o un’università, recarsi presso un ospedale o un centro di riabilitazione, svolgere una commissione, partecipare alla vita associativa, mantenere relazioni, praticare attività sportive e culturali o, più semplicemente, vivere la propria quotidianità con il maggior grado possibile di autonomia.
Il problema è che ancora oggi, nelle grandi città come nei piccoli Comuni e nelle aree interne, il trasporto pubblico presenta criticità profonde. Nelle aree urbane persistono stazioni non pienamente accessibili, ascensori frequentemente fuori servizio, fermate inadeguate, autobus con pedane non funzionanti, percorsi interrotti da barriere architettoniche, servizi di assistenza che richiedono prenotazioni preventive o tempi incompatibili con una normale organizzazione della vita quotidiana.
Nei territori più piccoli la situazione è spesso ancora più complessa: poche corse, collegamenti insufficienti, servizi ridotti nei giorni festivi, difficoltà a raggiungere ospedali, strutture sanitarie, luoghi di lavoro o centri di riabilitazione.
In questo quadro, chiedere a una persona con disabilità di rinunciare all’automobile perché il carburante costa troppo significa, in molti casi, chiedere semplicemente di rinunciare a muoversi.
Da una parte, dunque, abbiamo un sistema di trasporto pubblico che ancora non garantisce ovunque condizioni di piena accessibilità, continuità ed efficienza, mentre dall’altra aumentano i costi della mobilità privata. In sostanza, chi non può utilizzare il trasporto pubblico è costretto ad usare il proprio veicolo, ma contemporaneamente deve sostenere costi sempre più elevati per farlo. Se cioè per molti altri cittadini e cittadine l’aumento della benzina può tradursi nella scelta di utilizzare maggiormente l’autobus, il treno o la metropolitana, per moltissime persone con disabilità questa possibilità semplicemente non esiste, cosicché 1uella che per alcuni è una scelta di risparmio, per altri non è disponibile. E questo determina un’evidente disparità.
Il peso del caro carburanti, inoltre, non può essere analizzato separatamente dal più generale aumento del costo della vita. Negli ultimi anni famiglie e cittadini hanno dovuto fare i conti con incrementi significativi dei costi dell’energia, degli alimentari, dell’abitare, dei servizi e della mobilità. Ma queste crisi non producono gli stessi effetti su tutti. Per le persone con disabilità e per le loro famiglie, infatti, l’aumento generalizzato dei prezzi si somma a una condizione economica spesso già gravata da costi aggiuntivi. Vivere con una disabilità può comportare maggiori spese per l’assistenza personale, gli ausili, la riabilitazione, le cure, l’adattamento dell’abitazione, i trasporti, l’accesso ai servizi, la manutenzione o l’adattamento di un veicolo.
A questi costi diretti si aggiungono spesso costi indiretti altrettanto rilevanti. Può accadere ad esempio che un familiare debba ridurre il proprio orario di lavoro o rinunciare del tutto a un’occupazione per garantire assistenza, mentre su un altro versante le persone con disabilità incontrano ancora maggiori ostacoli nell’accesso e nella permanenza nel mercato del lavoro.
Tutto questo può determinare minori opportunità professionali, minori redditi e una più ridotta capacità di assorbire gli aumenti dei prezzi.
È quindi evidente che 100 euro in più al mese non pesano allo stesso modo su tutte le famiglie. Per una famiglia che già destina una quota significativa del proprio reddito alle conseguenze economiche della disabilità, anche un incremento apparentemente limitato può produrre effetti molto più pesanti. E in assenza di interventi pubblici adeguati, l’impoverimento rischia di essere più rapido e più profondo.
Non siamo quindi di fronte soltanto all’aumento del costo della vita, siamo di fronte a un vero moltiplicatore delle disuguaglianze: chi dispone di meno alternative è anche colui sul quale ricade maggiormente il peso degli aumenti. E il caro carburanti rende questo meccanismo particolarmente evidente. Se una persona con disabilità non può utilizzare il trasporto pubblico perché inaccessibile o insufficiente, non può semplicemente decidere di lasciare l’auto a casa. Deve continuare a usarla e deve quindi sostenere integralmente l’aumento dei costi.
Il problema, poi, non si ferma solamente al portafoglio. Quando le risorse economiche diminuiscono, si cominciano inevitabilmente a selezionare gli spostamenti. Si mantiene ciò che appare indispensabile e si rinuncia progressivamente a tutto il resto: si va al lavoro, quando possibile; si raggiunge un medico; si affronta una visita sanitaria. Ma si rinuncia più facilmente a una cena con amici, a un evento culturale, allo sport, a una riunione associativa, a un momento di socialità, a una giornata fuori casa. Si esce meno. Si partecipa meno. Si incontrano meno persone. È così che l’impoverimento economico diventa impoverimento sociale. E quando una persona è formalmente libera di partecipare alla vita della comunità, ma materialmente non dispone più dei mezzi economici o dei servizi necessari per farlo, dobbiamo avere il coraggio di parlare anche di segregazione. La segregazione, infatti, non è soltanto quella fisicamente rappresentata dalle mura di un istituto, esiste anche una segregazione economica e sociale, meno visibile ma altrettanto concreta, che si realizza quando una persona viene progressivamente confinata nella propria abitazione perché non può permettersi gli spostamenti, perché i servizi non sono accessibili o perché ogni uscita comporta un costo che il bilancio familiare non riesce più a sostenere. Una persona costretta a rimanere a casa perché muoversi costa troppo non è pienamente libera.
In altre parole, non possiamo parlare di inclusione, vita indipendente, partecipazione e piena cittadinanza se poi l’effettivo esercizio di questi diritti dipende dal prezzo di un litro di carburante. La mobilità è il presupposto materiale per l’esercizio di molti altri diritti: lavoro, studio, salute, relazioni, partecipazione alla vita pubblica, libertà di scegliere dove e come vivere.
Occorre ancora considerare che molte delle dinamiche sottostanti all’aumento dei prezzi hanno una dimensione internazionale: crisi energetiche, tensioni geopolitiche, andamento dei mercati, aumento delle materie prime, variazioni dei costi di produzione. Ma se le cause possono essere globali, gli effetti si scaricano concretamente sulla vita quotidiana delle persone. E spetta alle politiche nazionali decidere come distribuire il peso di queste crisi.
Non possiamo certo controllare ogni dinamica dell’economia internazionale, ma possiamo decidere se lasciare che il loro costo ricada indistintamente sui cittadini oppure introdurre strumenti capaci di proteggere chi parte da condizioni di maggiore fragilità economica e dispone di minori possibilità di scelta.
Per questo non bastano risposte occasionali o bonus temporanei. Occorrono misure strutturali per far fronte a rincari che stanno assumendo un carattere sempre più persistente e difficilmente controllabile, soprattutto per chi vive già una condizione di maggiore esposizione economica. Le politiche pubbliche devono riconoscere il maggior costo del vivere con una disabilità e costruire meccanismi stabili di protezione, compensazione e sostegno alla mobilità.
Trattare allo stesso modo situazioni profondamente diverse non sempre produce uguaglianza. Talvolta rischia, al contrario, di consolidare, se non ampliare, le disuguaglianze esistenti. Per questo chiediamo al Governo di valutare misure specifiche di sostegno alla mobilità delle persone con disabilità e delle loro famiglie: contributi, rimborsi, agevolazioni fiscali o altre forme di compensazione per chi, a causa della propria condizione o dell’assenza di alternative accessibili, è costretto a utilizzare il mezzo privato.
Particolare attenzione, infatti, dev’essere riservata alle fasce economicamente più fragili, perché è proprio lì che l’aumento dei costi rischia di produrre gli effetti sociali più pesanti. Al tempo stesso, serve una strategia nazionale capace di rendere il trasporto pubblico realmente accessibile, affidabile ed efficiente, investendo nell’ammodernamento dei mezzi, nelle stazioni, negli ascensori, nelle pedane, nei sistemi di informazione, nella formazione del personale e nella manutenzione delle infrastrutture. E occorre sì intervenire nelle grandi città, ma anche nei piccoli Comuni e nelle aree interne, dove la mancanza di alternative può diventare ancora più grave. Perché il diritto alla mobilità non può dipendere dal territorio nel quale una persona vive. Altrimenti continueremo a chiedere alle persone con disabilità di pagare due volte: la prima per l’assenza di servizi adeguati, la seconda per il costo necessario a sostituire quei servizi con mezzi propri.
Il caro carburanti ci pone, però, anche davanti a una questione più ampia, come detto inizialmente, ma che è opportuno riprendere, ossia quella della mobilità delle persone con disabilità e della responsabilità dei singoli Comuni nel costruire sistemi di trasporto realmente accessibili e fruibili da tutti. Non basta intervenire sul costo degli spostamenti se, a monte, autobus, metropolitane, stazioni, servizi locali e spazi urbani continuano a presentare barriere. Ogni Amministrazione Comunale deve considerare la mobilità accessibile una parte essenziale della propria programmazione, perché da essa dipendono autonomia, lavoro, studio, salute, relazioni e partecipazione sociale. La mobilità non è un lusso e non può essere un privilegio riservato a pochi: è un diritto di cittadinanza che deve essere garantito a tutti, comprese le persone con disabilità, in condizioni di pari opportunità. Su questo la nostra Costituzione è chiara: il principio di uguaglianza impone alla Repubblica non soltanto di riconoscere formalmente i diritti, ma di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che ne impediscono, di fatto, il pieno esercizio. È quindi anche nella capacità dei Comuni di organizzare territori e servizi accessibili che si misura la qualità concreta della cittadinanza.
Il nostro appello si rivolge dunque al Governo affinché intervenga con urgenza, riconoscendo che il caro carburanti non è soltanto una questione di prezzi, accise o dinamiche di mercato. Per molte persone con disabilità è una questione di autonomia, libertà e partecipazione.
Una società realmente inclusiva non può accettare che il costo della vita diventi una barriera. Non può accettare che una persona debba scegliere tra fare benzina e partecipare alla vita della propria comunità. Non può accettare che l’assenza di servizi accessibili e l’aumento dei costi finiscano insieme per produrre isolamento. Perché quando una persona rinuncia a uscire di casa non per scelta, ma perché non può permetterselo o perché non esistono alternative accessibili, non siamo più di fronte soltanto a un problema economico. Siamo di fronte a una nuova forma di esclusione: una barriera invisibile, ma reale. E rimuovere le barriere, anche quelle economiche, è responsabilità delle Istituzioni.
*Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).
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