Non un “disabilicidio”, ma un fallimento del patto sociale

di Claudia D'Addio*
«A proposito dei fatti di Pietralata a Roma – scrive Claudia D’Addio, persona con disabilità, caregiver e professionista del Terzo Settore – tanti attivisti con disabilità (non tutti) stanno fermamente gridando al “disabilicidio” e alcuni giornali hanno a propria volta diffuso questa lettura dell’evento. Tuttavia parlare di disabilicidio non è solo inesatto, ma rischia anche di polarizzare e appiattire il dibattito e le riflessioni che questo evento ha prodotto e vorrei spiegare perché»

Donna pensierosa disegnata a tratti neriScrivo questo contributo in tre vesti: persona con disabilità, caregiver e professionista del Terzo Settore. Il dibattito sui fatti di Pietralata a Roma e la posizione che stanno prendendo alcuni attivisti con disabilità e giornali mi sta preoccupando e vorrei sottoporre a tutte e tutti noi una riflessione.
Tanti attivisti con disabilità (non tutti) stanno fermamente gridando al “disabilicidio” e alcuni giornali li stanno appoggiando, diffondendo questa lettura dell’evento. Tuttavia parlare di disabilicidio per Pietralata non è solo inesatto, ma rischia anche di polarizzare e appiattire il dibattito e le riflessioni che questo evento ha prodotto e spiegherò perché.

Disabilicidio è un termine che circola da un paio d’anni tra gli attivisti con disabilità italiani, nato da un calco del femminicidio. Indica un crimine d’odio verso le persone con disabilità che ha come movente la repulsione e il disprezzo e la negazione del valore e del diritto alla vita delle stesse persone con disabilità. Nel caso di Pietralata viene applicato in modo inesatto per due motivi. Il primo è che non si tratta di un crimine d’odio: per quanto ne sappiamo dalle lettere lasciate dai genitori di Bianca – la bambina con disabilità uccisa – il movente è stato la solitudine incontrata nell’affrontare il compito di cura. Il secondo motivo è che la decisione dei genitori di uccidere anche Bianca insieme a loro viene automaticamente letta come abilista ovvero legata alla negazione di un’identità indipendente di Bianca da quella dei genitori, che l’avrebbero considerata come una loro estensione, quando non una loro proprietà su cui decidere.
Sia ben inteso, non sto sostenendo che queste dinamiche non esistano, sono ben documentate e studiate nei Disability Studies, quello che sto sostenendo è che la “diagnosi” di alcuni attivisti con disabilità è stata affrettata e non andava applicata a questo episodio.
Non siamo infatti in grado di ricostruire i motivi profondi per cui i genitori hanno deciso di uccidere anche la figlia oltre a se stessi; non sono qui vivi per poterli interrogare e capire se la dinamica dell’omicidio sia riconducibile all’abilismo.
Ci tengo a precisare che questa analisi costituisce un tentativo di comprendere la dinamica del crimine per prevenire una sua ripetizione e non costituisce una negazione dell’esistenza del disabilicidio, dell’abilismo che possono interiorizzare alcuni genitori e tantomeno della gravità dell’omicidio di Bianca. L’atto è gravissimo e ingiustificabile, ma se ci limitiamo a condannare e a gridare slogan anziché tentare di comprendere il fenomeno, saremo condannati a vederlo ricapitare; soprattutto penso sia compito della società e della giustizia tentare di comprendere i fenomeni criminali per prevenirli senza limitarsi a giudicarli e punirli.

Eppure il dibattito sui social e giornali è fermo qui, polarizzato, senza la possibilità di poter affermare che il movente del crimine è da ricercare nella solitudine e nella fatica del caregiver abbandonato dalla società e dallo Stato senza essere tacciati di abilismo o di stare giustificando il crimine.
Sembra diventata un tabù la complessità. Sembra un tabù affermare che dobbiamo avere la lucidità di tenere insieme due aspetti dolorosi: l’omicidio di una bambina di 5 anni e il baratro in cui sono precipitati due genitori.
La prima vittima di questo crimine è senza ombra di dubbio Bianca, che non ha scelto di nascere con una paralisi cerebrale e non ha scelto di morire. Sul fatto che la stampa non abbia parlato abbastanza di lei e non abbia sottolineato abbastanza la gravità del gesto, gli attivisti con disabilità hanno ragione: la persona con disabilità è sempre meno importante e sacrificabile. Tuttavia dobbiamo avere la lucidità di riconoscere ai genitori un doppio status, ambiguo e scomodo, di carnefice e insieme vittima secondaria: vittime di un sistema che li ha lasciati soli davanti ad un compito enorme. Affermare questo non è una giustificazione del crimine, è sempre importante dirlo, così come non toglie niente all’importanza e alla dignità della prima vittima, Bianca. Le due condizioni – vittima primaria e carnefici-vittime secondarie – possono stare insieme.
Dirò di più, devono stare insieme, è importante capirlo e affermarlo perché altrimenti non agiremo preventivamente sulle giuste cause per prevenire altri crimini.
Se infatti spiegassimo il crimine con il movente dell’abilismo e lo etichettassimo come “disabilicidio”, faremmo prevenzione attraverso la sensibilizzazione sugli stereotipi dell’abilismo ai genitori, magari organizzando formazioni, gruppi di incontro e nella migliore delle ipotesi un supporto psico-educativo per i genitori. Questo basterebbe a prevenire altri crimini simili o servirebbe altro?
Se invece capiamo che il movente è stato non solo psicologico e individuale, ma sociale e politico, allora agiremmo diversamente per fare prevenzione: faremmo pressione sulla politica sia locale che nazionale per avere servizi di cura domiciliari per le persone con disabilità non autonome, con infermieri, educatori e assistenti all’autonomia forniti dallo Stato che entrino nelle case e sostituiscano i caregiver nel compito di cura, permettendo sia alla persona con disabilità che ai caregiver di vivere una vita degna di essere vissuta e di qualità.

Pensiamo inoltre all’enorme stigma sui problemi di salute mentale indotti dal Caregiving Burden [“carico del caregiving”, N.d.R.] che questo etichettamento produce: pensiamo a tutti i caregiver che arrivano ad avere pensieri orribili e indicibili e non sanno a chi confessarli o si vergognano terribilmente a farlo. Leggendosi condannati senza appello come “orribili abilisti” saranno ancora più scoraggiati e intimiditi nel parlare dei loro pensieri di morte con qualcuno e nel chiedere aiuto.
Discutere con lucidità di tutto questo sui social è diventato molto difficile, tutto si trasforma in tristi processi sommari e superficiali. Qualsiasi tentativo di parlare della centralità della fatica dei caregiver in questo crimine viene etichettato come abilista. Sembra che l’unica cosa che non sia abilista e possa dare giustizia alla morte di Bianca sia una condanna ferma e senza pietà del gesto dei genitori, con nessuna possibilità di ulteriori considerazioni, approfondimenti e problematizzazioni.
Questa riflessione va infatti distinta da altre reazioni che hanno popolato i social riguardo a questo crimine. Alcune persone hanno definito l’omicidio di Bianca come un “gesto d’amore estremo”, giustificando (in questo caso sì, e anche apertamente) il crimine come un sollievo dato alla bambina la quale non viveva una vita degna di essere vissuta. Questa è una posizione chiaramente abilista, poiché nega alla persona con disabilità l’autodeterminazione e il suo diritto a vivere. Ma è molto diversa dalla riflessione che si sta facendo qui.
Altre persone ancora hanno cercato di riconoscere un’attenuante ai genitori, sostenendo che vadano comprese le loro ragioni, nella fatica enorme che sostenevano nel prendersi cura della figlia. Anche questa è una posizione abilista, che non separa l’identità disabile della bambina dal carico del prendersi cura di lei la cui gravità dipende non dalla bambina stessa, ma dal contesto.
Di nuovo, non è questa la riflessione che si sta portando qui. Non si sta usando comprensione ed empatia ai carnefici, si sta tentando di comprendere la dinamica del fenomeno che è molto più complessa della lettura del “disabilicidio”.

Questa complessità va compresa e gridare al “disabilicidio” ed etichettare ogni dissidenza come abilista appiattisce di molto il dibattito e ci mette fuori strada. In genere a questo punto sui social, per tagliare il discorso qualcuno afferma: «Se non fosse stata disabile non sarebbe morta», quindi è disabilicidio. Ma questa affermazione non prende in considerazione altri fattori (di nuovo, la complessità). Potremmo considerare ad esempio che se questi genitori non fossero stati lasciati soli davanti al compito di cura, Bianca non sarebbe morta. Inoltre, non è detto che Bianca non sarebbe morta se non fosse stata disabile. Sarebbero potuti intervenire altri fattori, ad esempio una grave depressione o psicosi di uno dei genitori, come documenta la letteratura sul figlicidio, termine molto più adatto per questo crimine che il “disabilicidio”.
Paradossalmente etichettare questo crimine come “disabilicidio” commette il grave errore (da manuale, nei Disability Studies) di non separare l’identità disabile della vittima dal carico del prendersi cura di lei, che invece deriva dal contesto – dove infatti va cercato il movente.

Questo gridare inesatto al “disabilicidio” fa pensare che alcuni attivisti con disabilità siano stati affrettati nell’esprimere un giudizio, nonché più inclini al gridare “hanno ucciso una dei nostri” che al tentare di comprendere il fenomeno. E questo mi ha suscitato un’ulteriore riflessione, sul modo di fare attivismo, su chi sia un attivista, sull’importanza dell’intersezionalità delle lotte. E quindi ci tengo a ricordare la mia triplice identità, come persona con disabilità, caregiver e professionista del Terzo Settore cui si aggiunge il mio attivismo nelle scuole e sul territorio milanese sui temi della disabilità, della salute mentale e dell’inclusione sociale.
Fare attivismo non significa creare slogan per i social, significa costruire e diffondere conoscenza del fenomeno, promuovendo dei miglioramenti nella società, sia nella consapevolezza delle persone, sia nelle politiche delle Istituzioni. L’analisi di questo fenomeno, delle reazioni e letture al crimine di Pietralata mi preoccupa, perché mi sembra un esempio di cattivo attivismo, volto più a mettere etichette, azzerare il confronto e il dibattito e ridurre tutto a tifo da stadio.
Questo mi ha ricordato e deve ricordare a tutti e tutte che noi attiviste e noi persone con disabilità siamo persone come tutte le altre: non siamo migliori e non siamo sante perché viviamo una discriminazione e ci battiamo per contrastarla; siamo fallibili, parziali e manchevoli come tutti gli altri, sbagliamo anche noi e siamo soggette alla spietata logica dei social anche noi.
È il motivo per cui di questi temi non dovrebbero parlarne solo le persone che vivono la discriminazione: su questo i progressi che hanno fatto i movimenti per la salute mentale (come la Psichiatria Democratica di Franco Basaglia) hanno fatto scuola. Attorno al tavolo per migliorare la vita delle persone discriminate non possono sedere le persone discriminate da sole. La loro esperienza diretta del fenomeno è imprescindibile, costituisce un sapere altrimenti inaccessibile, e la loro voce va ascoltata per prima. Ma devono anche essere affiancate e confrontarsi con chi studia il fenomeno da professionista e – nel caso delle persone con disabilità – con chi si prende cura di chi tra di loro non è autonomo. In questo modo possiamo confrontare più saperi e avere una visione completa del fenomeno.
Questo discorso applicato al nostro caso ha un importante corollario: un attivista con disabilità è una voce importantissima e imprescindibile, ma non ha la verità in tasca; è importante riflettere e discutere le sue affermazioni con rigore e lucidità senza dargli ragione sulla base di un principio di auctoritas e il dibattito deve essere sia interno a noi attivisti con disabilità che aperto e allargato ad altre figure.
Mi sembra che alcuni giornali abbiano scelto di inseguire le affermazioni di alcuni attivisti con disabilità, magari popolari su social e giornali, senza provare a problematizzare le loro affermazioni. E questo è un problema.

L’ultima riflessione è sull’intersezionalità delle lotte e sul perché il crimine di Pietralata sia stato un’occasione mancata di unire la lotta delle persone con disabilità con quella dei caregiver che è poi un’unica lotta.
Come dicevo prima, la difficoltà nell’analizzare questo crimine sta nel tenere insieme la condizione di vittima primaria di Bianca e la condizione ambigua di carnefici-vittime secondarie dei genitori – il diritto di vita negato di Bianca e il baratro in cui sono sprofondati i genitori. Se riusciamo a tenere insieme questi due piani, capiamo che persone con disabilità e i caregiver devono unirsi per accusare il colpevole dietro le quinte: lo Stato assente che non garantisce qualità della vita alle persone con disabilità e ai loro caregiver. Introducendo invece l’abilismo nel movente e il termine “disabilicidio”, tutto questo sparisce perché devono sparire dalla discussione i genitori, visti unicamente come “carnefici” e non nella doppia veste di carnefice e vittima insieme.
Nell’attivismo si parla tanto di intersezionalità delle lotte, ma poi si perdono occasioni come questa per realizzarla davvero. E questo è un altro enorme problema.
Quello che mi auguro dunque, con questo mio contributo, è di stimolare delle riflessioni lucide, rigorose, non polarizzate e di promuovere maggiore consapevolezza sulla complessità delle discriminazioni sociali, consapevole di avere portato affermazioni impopolari tra i miei colleghi attivisti con disabilità.
Perché non abbiamo bisogno di condanne esemplari e di caccia alle streghe ma di giustizia riparativa: rinsaldare un patto sociale che si è rotto, prima che crolli tutto.

*Persona con disabilità, caregiver, responsabile dei progetti sociali per Sanga Milano Basket, attivista su inclusione, disabilità e salute mentale.

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