Quando la disabilità chiude la porta di casa

L’idea che una persona con disabilità rappresenti necessariamente “un problema”, che non sappia gestire una casa, che non sia facilmente sfrattabile: sono convinzioni infondate, come quelle che emergono dal racconto di una nostra Lettrice con disabilità alla ricerca di una casa, convinzioni che però producono conseguenze reali. Storie come la sua vanno certamente raccontate, perché chi le legge possa riconoscere il pregiudizio, magari anche dentro di sé, e scegliere di comportarsi diversamente

Segnale di casa vietataCi è giunta nei giorni scorsi in redazione la lettera di una nostra lettrice, Daniela Pecchia, che desidera raccontare uno spiacevole episodio accadutole di recente a Sassari, legato alla sua disabilità. La pubblichiamo integralmente qui di seguito.

Facendo seguito a un annuncio trovato via web da un collega, decido di interessarmi a un appartamento, poiché, dopo aver letto accuratamente la descrizione, penso proprio che faccia al caso mio e del mio gatto. La casa, un trilocale più servizi, si trova vicino al posto di lavoro, in zona centrale a Sassari, angolo Viale Italia. Faccio un respiro e trovo il coraggio di chiamare il numero indicato. Ho il grande desiderio di costruire, di farmi una nuova vita all’insegna dell’autonomia, dato che sto attraversando un periodo difficile, di grandi cambiamenti. Io sono incerta, insicura, titubante, determinata: insomma, sono tante le emozioni che provo, ma dall’altra parte del telefono la proprietaria dell’immobile non mi pare sia sintonizzata sulla stessa frequenza. Non è accogliente, risponde con una certa diffidenza, ma poi mi parla della casa e stiamo per fissare l’appuntamento: prima di accettare vorrei vederla.
Per come è fatta la società, che non è sempre inclusiva, decido, per onestà intellettuale, di informarla della mia disabilità. Qui arriva il colpo di scena: la signora, appena sentita la questione relativa alle mie difficoltà, decide di cambiare idea e inizia a inventare scuse e a ritrattare. Sostanzialmente, io pensavo già di essere dentro la casa, di essere vicina al posto di lavoro, di avere autonomia e di poter iniziare una nuova vita, ma così non è stato e, lo dico con forza ma anche con grande pacatezza, non si può negare la casa a nessuno, perché i soldi di una persona con disabilità hanno lo stesso valore di quelli di tutte le altre persone.
Il suo comportamento denota ancora un grande timore nei confronti di chi non ha le caratteristiche “standard”; questo però non significa niente, perché tutti abbiamo diritto di realizzare i nostri sogni e di vivere una vita al 100%, ricca di soddisfazioni, e questo mi è stato negato solo e semplicemente per una questione di timore verso il diverso.
L’affermazione relativa alle mie problematiche mi ha negato l’opportunità di vedere la casa e non mi capacito: era tutto già stabilito ed ero pronta mentalmente a trasferirmi, ma il mondo mi è crollato addosso e mi sento veramente sconcertata, perché pensavo che nel 2026 non esistessero più persone come quella che ho incontrato.
Tuttavia non dispero e sono sicura che nei dintorni troverò qualcosa; quello che scrivo, quindi, lo dico per segnalare la difficoltà di chi cerca casa senza avere un garante vedente. Come a dire che se non sei abile e arruolabile sei sporco e trasandato. Chi mi conosce profondamente sa come sono fatta: sono una battagliera e nulla mi fermerà, neanche questa brutta avventura.

Ringraziamo Daniela per aver scelto di condividere con noi e con i nostri Lettori e Lettrici un’esperienza tanto amara, raccontata con una lucidità e una compostezza che non possono che suscitare rispetto. La sua lettera, però, non parla soltanto di lei. Parla di un meccanismo che molte persone con disabilità conoscono bene: quello per cui, prima ancora di essere incontrati, si viene giudicati. Bastano una parola, un’informazione fornita per correttezza perché una trattativa si interrompa e le scuse o i giri di parole prendano il posto delle ragioni.
È lo stesso meccanismo che colpisce chi viene scartato per il colore della pelle, per il Paese da cui proviene, per un accento, per un cognome, per la religione che professa. Gli annunci del tipo «affittasi solo a italiani» o i proprietari che, al telefono, si ritirano appena capiscono chi hanno davanti non sono episodi isolati: sono il segno di un pregiudizio che attraversa la nostra società e che, quando si parla della casa, tocca un bisogno primario. Perché avere un’abitazione significa poter scegliere dove e con chi vivere, avvicinarsi al lavoro, costruire la propria autonomia: esattamente ciò che Daniela desiderava.
Dietro il rifiuto c’è spesso la paura di ciò che non si conosce: l’idea che una persona con disabilità rappresenti necessariamente “un problema”, che non sappia gestire una casa, che non sia facilmente sfrattabile. Sono convinzioni infondate, che però producono conseguenze reali.
Ricordiamo che la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità riconosce all’articolo 19 il diritto di scegliere il proprio luogo di residenza e di vivere in modo indipendente, e che in Italia la Legge 67/06 tutela le persone con disabilità vittime di discriminazioni. Le norme tuttavia non bastano se non cambia lo sguardo. Ed è anche per questo che storie come questa vanno raccontate: perché chi le legge possa riconoscere il pregiudizio, magari anche dentro di sé, e scegliere di comportarsi diversamente.
A Daniela auguriamo di trovare presto l’abitazione che cerca. Con la determinazione che traspare dalle sue parole, siamo certi che ci riuscirà. (F.V.) 

Ringraziamo Marco Farina per la segnalazione.

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