«La vera sfida è tornare a utilizzare la connessione per costruire relazioni, conoscenza e partecipazione – scrive Vincenzo Falabella -, evitando che la compulsione a giudicare finisca per soffocare la capacità di comprendere. Perché la qualità della nostra democrazia dipende anche da questo: dalla possibilità di difendere con determinazione le proprie idee, senza dimenticare la dignità delle persone con cui non siamo d’accordo»

Basta una fotografia pubblicata sui social, un incontro istituzionale, una riunione dedicata ai diritti delle persone con disabilità, un confronto su una questione di interesse sociale. Poche righe per raccontare il lavoro svolto, le proposte avanzate, gli impegni assunti o quelli ancora da verificare. Eppure, prima ancora che qualcuno si interroghi sui contenuti, iniziano ad arrivare i commenti. C’è chi interpreta quella fotografia come il segno di un accordo politico, chi mette in dubbio l’indipendenza di chi vi ha partecipato, chi attribuisce interessi personali e chi arriva a formulare giudizi offensivi senza conoscere ciò di cui si è realmente discusso.
A quel punto il tema originario scompare. Non si parla più dei diritti da garantire, dei problemi da risolvere o dei risultati da raggiungere. Al centro della discussione finiscono le persone, le loro presunte intenzioni e una contrapposizione che sembra non avere più bisogno di fatti per alimentarsi. È una dinamica che osservo con crescente preoccupazione e che mi porta a una domanda: quando abbiamo cominciato a considerare il sospetto più credibile dei fatti e l’aggressività più efficace del confronto?
Non è un fenomeno circoscritto al mondo della disabilità, nel quale opero da molti anni. Attraversa la politica, le istituzioni, il mondo associativo e, più in generale, le relazioni tra cittadini. Rivela una difficoltà crescente a riconoscere la complessità delle questioni e la legittimità di posizioni diverse dalle nostre. Eppure, una società democratica non si misura dall’assenza di conflitti, ma dalla capacità di affrontarli senza trasformare ogni differenza in un’inimicizia.
Se la connessione diventa compulsione
I social network hanno ampliato le possibilità di partecipazione, consentendo a tante persone di raccontare esperienze, denunciare ingiustizie e dare visibilità a problemi che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra. È un patrimonio che non dobbiamo disperdere. Ma questi stessi strumenti possono favorire una comunicazione dominata dall’immediatezza, nella quale la necessità di reagire prevale sulla volontà di comprendere.
Si legge un titolo e si formula una sentenza. Si estrapola una frase dal suo contesto e la si trasforma in un’accusa. Si condivide un giudizio soltanto perché conferma una convinzione già maturata. Ed è qui che la connessione rischia di trasformarsi in compulsione: il bisogno continuo di commentare e prendere posizione finisce per sostituire l’ascolto, l’approfondimento e la verifica dei fatti. La polemica può diventare così un meccanismo che si alimenta da solo. Si alzano i toni per ottenere attenzione, si esasperano le contrapposizioni per suscitare reazioni e si perde progressivamente il legame con il problema originario.
Il risultato è un dibattito nel quale la visibilità rischia di contare più della qualità degli argomenti. Non si cerca necessariamente di convincere o comprendere, ma di ottenere conferma delle proprie convinzioni.
Il valore della critica e la complessità delle decisioni
Non considero questo fenomeno una ragione per limitare il dissenso. Al contrario, la critica è indispensabile alla vita democratica. Chi esercita responsabilità pubbliche, politiche o associative deve accettare domande scomode, contestazioni e giudizi severi. Nessuno può pretendere consenso in virtù del ruolo che ricopre. Ma criticare significa entrare nel merito delle scelte, individuare responsabilità, denunciare errori e chiedere risultati. Attribuire automaticamente malafede a chi sostiene una posizione diversa non rende più solida una rivendicazione.
Nel dibattito politico e sociale si sta diffondendo anche un’altra convinzione: che riconoscere un risultato significhi condividere tutte le scelte di chi lo ha prodotto, oppure che dialogare con un’istituzione equivalga a rinunciare alla propria autonomia. È una semplificazione che non tiene conto della complessità dei processi decisionali.
Non tutto ciò che è insufficiente è inutile. Un avanzamento può essere riconosciuto senza rinunciare a chiedere ciò che ancora manca. Una misura può contenere elementi positivi e criticità da correggere. Un confronto istituzionale può produrre risultati parziali o non raggiungere gli obiettivi attesi. Occorre saper distinguere queste situazioni, anziché ricondurle tutte a un giudizio prestabilito.
La capacità di valutare i fatti, anche quando non confermano interamente le nostre aspettative, è ciò che rende una critica credibile e utile.
Disabilità, diritti e responsabilità della rappresentanza
Nel mondo della disabilità queste dinamiche assumono un significato particolarmente delicato, perché riguardano diritti fondamentali e scelte che incidono direttamente sulla vita delle persone.
Parliamo di istruzione, lavoro, salute, assistenza, accessibilità, vita indipendente e autodeterminazione. Parliamo di persone e famiglie che affrontano quotidianamente ostacoli burocratici, servizi insufficienti e diritti che troppo spesso continuano a rimanere sulla carta. La loro indignazione è legittima e merita ascolto. Chi vede negato un diritto deve poter manifestare il proprio dissenso, denunciare le responsabilità e pretendere risposte concrete. Ma proprio perché parliamo di diritti e di condizioni di vita, dobbiamo essere consapevoli che la rappresentanza comporta una responsabilità che va ben oltre la denuncia.
Rappresentare non significa soltanto dare voce a un disagio. Significa assumersi l’impegno di trasformare quel disagio in una proposta, quella proposta in un’interlocuzione istituzionale e, quando possibile, quell’interlocuzione in un cambiamento concreto. È un lavoro che richiede competenze, continuità, capacità di mediazione e, soprattutto, disponibilità a confrontarsi anche con chi non condivide le nostre posizioni.
Le organizzazioni di rappresentanza non sono semplici spettatrici delle decisioni pubbliche. Sono soggetti della partecipazione democratica e hanno il compito di contribuire alla costruzione delle politiche che riguardano le persone e le comunità. La loro autorevolezza non deriva dalla vicinanza a un governo, a un partito o a una determinata istituzione, ma dalla capacità di mantenere autonomia, coerenza e fedeltà agli interessi e ai diritti delle persone rappresentate.
Nella mia esperienza alla guida della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e nell’attività istituzionale svolta all’interno del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), ho maturato una convinzione precisa: la rappresentanza non si esercita rimanendo ai margini dei luoghi decisionali, ma partecipandovi con indipendenza, competenza e capacità critica. Sedersi a un tavolo istituzionale non significa condividere automaticamente le scelte di chi governa, né rinunciare alla possibilità di contestarle. Significa portare in quella sede problemi, esperienze, conoscenze e proposte che altrimenti rischierebbero di non trovare adeguata considerazione.
Il confronto non è una forma di subordinazione politica, è uno degli strumenti attraverso i quali una rappresentanza autonoma può esercitare la propria funzione e contribuire a orientare le decisioni pubbliche.
Naturalmente, partecipare non basta. Occorre misurare l’efficacia di quella partecipazione, verificare gli impegni assunti, denunciare le risposte insufficienti e riconoscere con onestà anche gli eventuali risultati raggiunti. La vera indipendenza non consiste nel dire sempre no, così come la responsabilità non consiste nel dire sempre sì. Consiste nel saper valutare ogni scelta nel merito, senza condizionamenti e senza pregiudizi.
Non dobbiamo confondere la radicalità delle dichiarazioni con l’efficacia dell’azione. Una posizione può suscitare consenso immediato senza produrre alcun cambiamento, mentre un lavoro istituzionale meno visibile può contribuire a modificare norme, orientare politiche e migliorare concretamente la vita delle persone. Questo non significa attribuire automaticamente valore a ogni interlocuzione o chiedere fiducia incondizionata a chi rappresenta. Significa giudicare il lavoro svolto sulla base di elementi verificabili: le proposte avanzate, le posizioni sostenute, gli impegni ottenuti, i risultati raggiunti e le questioni ancora irrisolte.
Ed è qui che entra in gioco anche la nostra responsabilità. Chi rappresenta deve saper rendere conto delle proprie scelte, riconoscere gli errori, spiegare le difficoltà e accettare le critiche. Nessuna organizzazione può pretendere di esaurire la pluralità delle esperienze della disabilità, né considerarsi l’unica interprete legittima dei bisogni e delle aspirazioni delle persone.
La rappresentanza, inoltre, non può limitarsi a parlare per le persone con disabilità. Deve costruire le condizioni affinché siano le persone stesse a partecipare, esprimere le proprie priorità e contribuire alle decisioni che le riguardano, nel rispetto del principio Nulla su di Noi senza di Noi.
È questo il fondamento della nostra azione associativa: non sostituirci alle persone, ma rafforzarne la voce, l’autodeterminazione e la capacità di incidere sulle politiche pubbliche. Per questo ritengo che la qualità della rappresentanza debba essere valutata non sulla base delle fotografie pubblicate, degli incontri svolti o delle polemiche suscitate, ma sulla coerenza tra gli obiettivi dichiarati e l’azione effettivamente realizzata.
Rappresentare non significa cercare visibilità o consenso a ogni costo. Significa assumersi una responsabilità collettiva, anche quando le scelte sono difficili, i risultati richiedono tempo e il lavoro necessario per raggiungerli non trova spazio nella comunicazione immediata dei social.
È su questo terreno che la critica può diventare uno stimolo prezioso e il confronto può contribuire realmente al cambiamento.
Recuperare la responsabilità delle parole
C’è poi una questione culturale che va oltre la disabilità e investe il nostro modo di vivere il confronto pubblico.
Sembra talvolta prevalere l’idea che il linguaggio più aggressivo sia anche quello più coraggioso, che l’accusa più dura dimostri maggiore indipendenza e che la capacità di colpire un interlocutore rappresenti una forma di autorevolezza. Non è così. L’aggressività non rende automaticamente più autentica una posizione. Può anzi indebolirla, spostando l’attenzione dalle questioni da affrontare alle contrapposizioni personali.
Questo non significa chiedere un dibattito accomodante o privare le rivendicazioni della loro forza. Significa riconoscere che la precisione delle argomentazioni, la conoscenza dei fatti e la capacità di assumersi la responsabilità di ciò che si afferma sono elementi essenziali di una partecipazione consapevole.
La responsabilità riguarda tutti: cittadini, rappresentanti istituzionali, organizzazioni associative, giornalisti e amministratori delle pagine social. Riguarda la scelta di verificare un’informazione prima di diffonderla, di leggere una proposta prima di giudicarla, di correggere un’affermazione sbagliata e di riconoscere quando un interlocutore porta un contributo utile, anche se non ne condividiamo tutte le posizioni.
Sono comportamenti semplici soltanto in apparenza. In una comunicazione sempre più veloce e polarizzata richiedono attenzione, equilibrio e disponibilità a mettersi in discussione.
Tornare al senso della partecipazione
Non credo che la risposta sia abbandonare i social network o sottrarsi alla discussione pubblica. Sarebbe una rinuncia a strumenti che, se utilizzati responsabilmente, possono contribuire a rafforzare la cittadinanza attiva e la partecipazione democratica. Credo invece che dovremmo recuperare una domanda fondamentale: ciò che stiamo dicendo contribuisce a comprendere un problema e a individuare possibili soluzioni, oppure serve soltanto ad alimentare una contrapposizione?
Nel mio percorso associativo e istituzionale ho incontrato persone con sensibilità politiche, culturali e sociali molto diverse. Ho condiviso alcune posizioni, ne ho contestate altre e ho attraversato confronti anche particolarmente difficili. Da queste esperienze ho maturato la convinzione che la capacità di dialogare non sia una forma di debolezza, ma una responsabilità di chiunque voglia contribuire al cambiamento.
Non abbiamo bisogno di opinioni uniformi, di critiche attenuate o di un consenso costruito artificialmente. Abbiamo bisogno di un dibattito pubblico nel quale le differenze possano esprimersi senza che ogni divergenza diventi una frattura insanabile.
Abbiamo bisogno di più partecipazione, non di più ostilità. Di più pensiero critico, non di più sospetto. Di maggiore attenzione ai risultati concreti, non di una continua competizione a chi pronuncia l’accusa più dura.
Per parte mia continuerò a considerare il confronto, anche aspro, una componente irrinunciabile dell’impegno pubblico, mantenendo la libertà di criticare, la disponibilità ad ascoltare e il dovere di rendere conto delle scelte compiute. Il rancore, il livore e la cattiveria non rendono più forte una battaglia, né più credibile chi la conduce.
La vera sfida è tornare a utilizzare la connessione per costruire relazioni, conoscenza e partecipazione, evitando che la compulsione a giudicare finisca per soffocare la capacità di comprendere. Perché la qualità della nostra democrazia dipende anche da questo: dalla possibilità di difendere con determinazione le proprie idee, senza dimenticare la dignità delle persone con cui non siamo d’accordo.
*Presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).
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