Un bimbo neurodivergente su dieci, ma quanti adulti sono preparati ad accompagnarlo?

di Valeria Della Rosa*
Si parla spesso di quanti bambini siano neurodivergenti, molto meno di quanti adulti abbiano gli strumenti per accompagnarli. Dall’esperienza di una madre, una riflessione sulla formazione e sull’alleanza che può cambiare la vita di un bambino. Perché se gli adulti preparati, da uno su cinque diventano ad esempio tre, non cambia solo la giornata del bambino, ma cambia l’idea che ha di sé, il modo in cui attraversa la scuola e a volte il suo destino
Oli help
“Oli help“, ovvero l’app nata per prendersi cura di bimbi con menti diverse

Alla fine di un incontro del GLO, il Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione di mio figlio, ho guardato quante persone erano collegate. Erano venti. Venti persone che, almeno sulla carta, si impegnavano a costruire insieme il suo percorso attraverso il PEI, il Piano Educativo Individualizzato. Eppure avevo perso il conto delle volte in cui ero stata chiamata a scuola perché nessuno riusciva ad aiutarlo a rientrare da una crisi acuta. Su quante di quelle persone poteva contare davvero mio figlio? Non era un’accusa. Ma quella domanda mi tormentava, di giorno e di notte.
Anch’io, però, ho conosciuto quella sensazione di impotenza. Ci sono stati momenti in cui mi sono sentita del tutto impreparata e ho avuto paura. Quello che per me, da genitore, ha fatto la differenza è stata la preparazione: formazione teorica ed esperienza pratica.

I numeri che conosciamo e quelli che non contiamo
ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività), autismo, DSA (disturbi specifici dell’apprendimento), disturbi del linguaggio e della coordinazione, sindrome di Tourette, che spesso si presentano insieme: le sigle ormai le conosciamo, e i dati sulle prevalenze sono sempre più citati. Ed è un bene. Considerando insieme queste condizioni e tenendo conto delle loro frequenti sovrapposizioni, possiamo parlare, come ordine di grandezza, di circa un bambino su dieci.
C’è però un altro numero che nessuno conta: quanti adulti, intorno a quel bambino, sono preparati ad accompagnarlo. Semplificando, e lo dico da madre prima che da analista, la mia stima è questa: su cinque adulti intorno a un bambino neurodivergente, uno solo ha ricevuto una preparazione specifica. Non è un censimento. E i pochi dati disponibili, pur non permettendo di verificare questa proporzione, raccontano quanto sia ancora difficile accedere alla formazione.
Le linee guida internazionali per l’ADHD, come quelle per l’autismo, riconoscono l’importanza del lavoro con i genitori. Eppure, negli Stati Uniti, meno di un genitore su tre tra quelli considerati da una ricerca sull’ADHD aveva ricevuto un intervento di Parent Training. In Italia una rilevazione nazionale ufficiale non esiste, e già questo dice qualcosa. Nell’esperienza delle Associazioni di famiglie, sono sempre meno i servizi pubblici di Neuropsichiatria Infantile che riescono a offrire percorsi per genitori e insegnanti.
E non è previsto per tutti i docenti un percorso obbligatorio e specifico su ADHD, DSA e altre condizioni del neurosviluppo: è proprio quello che chiede la petizione di Sonia Brescianini, cui Superando ha dato recentemente spazio, che ha superato le 17.000 firme.

Quando la preparazione resta sulle spalle di uno solo
Ci sono arrivata dopo anni di errori, letture e notti a cercare risposte. Ma quando ti sembra di essere l’unico adulto ad avere gli strumenti per leggere un comportamento senza giudizio, il peso si sente.
Lo stesso comportamento si può leggere in due modi. D’istinto, come un capriccio, una sfida, una mancanza di educazione. Oppure, con una lente diversa, come il segnale di un sovraccarico: troppi stimoli, un cambiamento arrivato senza preavviso, una richiesta che in quel momento non è alla sua portata.
Per l’adulto la differenza è concreta. Nel primo caso vive una frustrazione continua, perché il bambino non risponde alle aspettative e ogni giornata sembra una battaglia persa. Nel secondo caso fa una fatica diversa, spesso enorme: quella di anticipare, preparare, abbassare il carico prima che arrivi la crisi.
Con l’esperienza questo lavoro dà i suoi frutti. Ma nessuno nota la crisi evitata: ti chiamano solo per quella già esplosa. Eppure il bambino se ne accorge. Se la maggior parte degli adulti intorno a lui interpreta le sue difficoltà come capricci, rischia di ricevere, giorno dopo giorno, un messaggio: il problema è lui! E nel tempo questo lascia il segno.

Da uno su cinque a tre su cinque
Non serve “un adulto eroico”, serve che la maggioranza degli adulti intorno al bambino condivida lo stesso sguardo. Pensiamo a una mattina qualunque. Il cambio d’aula viene annunciato all’ultimo momento, il corridoio è rumoroso, la lezione successiva comincia con un compito lungo. Se gli strumenti per anticipare queste difficoltà sono nelle mani di un solo adulto – magari l’insegnante di sostegno presente solo in alcune ore – la crisi può arrivare e chi c’è la gestisce come può: un richiamo, una nota, infine una telefonata a casa. L’epilogo lo lasciamo all’immaginazione di chi queste dinamiche le conosce bene.
Con tre adulti che condividono gli stessi strumenti, la stessa mattina può andare diversamente. L’insegnante curricolare annuncia il cambio qualche minuto prima. L’insegnante di sostegno spezza il compito in parti più piccole. Nel pomeriggio, al campo da calcio, l’allenatore sa che dopo una giornata iniziata così, può essere utile lasciargli dieci minuti per ritrovare la calma prima di entrare nel gioco. Un cambio è stato gestito, una crisi forse evitata. Nessuno ha fatto nulla di straordinario: hanno letto la situazione nello stesso modo e preso piccoli accorgimenti.
Per questo non può essere tutto sulle spalle di un solo adulto. La differenza la fanno gli altri, quando imparano a leggere la situazione con lo stesso sguardo.

Formarsi è prendersi cura
Quando cercavo aiuto e non trovavo indicazioni pratiche, ho capito che dovevo individuare un modo per formarmi da sola. E poi imparare a mettere in pratica quello che studiavo, che è ancora più difficile.
Il Parent Training è arrivato, ma più di due anni dopo la prima diagnosi, che a sua volta è stato un percorso di anni. Da lì è nata Oli help, una app per genitori di bambini con ADHD. Poi sono arrivati gli insegnanti a chiedere uno strumento pensato per loro, e lo abbiamo costruito insieme a oltre 180 docenti. Lavorando con loro ho capito una cosa che da madre intuivo già: un insegnante preparato non basta, se resta solo.
La formazione obbligatoria chiesta dalla citata petizione lanciata da Sonia Brescianini è un passo necessario, perché può spostare l’ago della bilancia. Un obbligo, però, da solo rischia di diventare l’ennesimo adempimento: un attestato in più, nozioni che restano sulla carta quando in classe arriva la crisi. Al di là degli obblighi, infatti, ho imparato che formarsi vuol dire prendersi cura. E quando gli adulti intorno a un bambino fanno questa scelta insieme, quando da uno su cinque diventano tre, non cambia solo la sua giornata. Cambiano l’idea che ha di sé, il modo in cui attraversa la scuola, a volte il suo destino.
Non esiste una cura che cancelli una neurodivergenza. Ma quella domanda che mi tormentava ha trovato una risposta, e posso dire che, almeno per me, trovare quell’alleanza è stata una cura.

*Madre di un bambino con ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività) e altre condizioni del neurosviluppo e fondatrice di Oli help, che sviluppa strumenti basati sulle evidenze per genitori, insegnanti e caregiver di bambini con menti diverse.

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