Voce, spazio, tecnologia: tre dimensioni che nella ricerca di Agnese Banti si intrecciano fino a dissolvere i confini tra suono e corpo, presenza e assenza, umano e macchina. Con il suo progetto “Speaking Cables”, ove l’accessibilità è un’estensione naturale del dispositivo artistico, la sound designer toscana invita l’ascoltatore a entrare in un paesaggio acustico fatto di fili, altoparlanti e respiri, dove il suono non è più semplice veicolo, ma materia viva, vibrante, capace di creare relazioni

Voce, spazio, tecnologia: tre dimensioni che nella ricerca di Agnese Banti si intrecciano fino a dissolvere i confini tra suono e corpo, presenza e assenza, umano e macchina. Con il suo progetto Speaking Cables. Dispositivo coreografico per voce, cavi e altoparlanti, proposto all’ultima edizione del RomaEuropa Festival e di cui abbiamo dato notizia anche sulle nostre pagine, l’artista e sound designer toscana invita l’ascoltatore a entrare in un paesaggio acustico fatto di fili, altoparlanti e respiri, dove il suono non è più semplice veicolo, ma materia viva, vibrante, capace di creare relazioni. L’abbiamo incontrata per parlare del suo percorso e del suo modo di “abitare” il suono.
Il cuore di Speaking Cables nasce, racconta Banti, da «un rapporto di gioco che si crea tra corpo e voce». La voce si stacca dal corpo, esce nello spazio e «non è più solo di chi la emette: diventa dello spazio e di chi l’ascolta». Questo principio si materializza affidando la voce a una costellazione di altoparlanti e a lunghe bobine di cavi: l’artista li sposta, li ordina, li intreccia, componendo immagini nello spazio, mentre la voce – viva, registrata o catturata in tempo reale – si stratifica e si sposta come una presenza fisica.
La scena è un grande foglio bianco: un tappeto di circa dieci metri per dieci su cui sono disposti, a vista, dodici piccoli altoparlanti e dodici bobine di cavo da trenta metri, tutti neri. Al centro, un solo elemento “divergente”, il cavo del microfono, l’unico da cui il suono entra invece di uscire.
«Tutto parte dal suono», spiega Banti. Lei interagisce con il microfono, mentre in regia Andrea Trona lavora sulla spazializzazione e, a volte, sul congelamento nel tempo di frammenti vocali. Non ci sono effetti di scena ridondanti, niente riverberi o filtri decorativi, se non un abbassamento in frequenza organizzato secondo la serie degli armonici naturali, che moltiplica la voce in dodici altezze imparentate. Il timbro resta rigorosamente vocale: Banti pratica canto armonico e difonico, e quando la voce sembra “raddoppiare” non è elettronica, ma tecnica.
La partitura del lavoro ha due anime, sonora e grafica, inscindibili. Le figure che nascono sul tappeto – cerchi, linee, costellazioni – sono disegnate spostando di volta in volta gli altoparlanti e rifinendo la posizione dei cavi: un processo semplice all’apparenza, quasi “manuale”, che però produce molti livelli di evocazione. «È un po’ come disegnare con la voce», dice.
La scena, pulita e rigorosa, gioca su opposti elementari ma potentissimi: pieno e vuoto, luce e buio, ordine e caos, voce parlata e suono puro. C’è un momento in cui tutto si fa nero: Banti continua a lavorare al buio, e il pubblico vedente, privato della guida visiva, deve ri-sincronizzare l’ascolto; poco dopo la luce ritorna e ciò che è accaduto viene “rivelato”. Per le persone non vedenti, osserva, quel passaggio conferma ciò che hanno già ricostruito con l’orecchio.
L’accessibilità, qui, non è un’aggiunta esterna, ma un’estensione naturale del dispositivo artistico. Speaking Cables nasce già accessibile perché il suo focus è il suono nello spazio – un terreno su cui molte persone cieche, nota Banti, hanno una consapevolezza affinata. Da questa consapevolezza si sviluppa un lavoro specifico: la partitura grafica diventa uno storyboard tattile. Una piccola legenda (anche in Braille, ma sempre spiegata a voce) apre il libretto; ogni pagina corrisponde a una figura, e braccialetti vibranti – creati ad hoc ispirandosi ai cercapersone da ristorante – suggeriscono quando voltare pagina, in coerenza con i tempi della scena.
Prima dello spettacolo le persone vengono accolte con un breve tour tattile: toccano una cassa, una bobina, sentono il peso degli oggetti e la guaina dei cavi. «Se non si è del mestiere, trenta metri di cavo restano un dato astratto: volevamo condividere una sensazione concreta per immaginare meglio la fruizione».
Anche la disposizione del pubblico favorisce la prossimità: seduti a ferro di cavallo su tre lati del tappeto, su doppia fila (a terra e su sedia), gli spettatori percepiscono vicino e lontano, addensamenti e rarefazioni. La dislocazione della voce – quella “acustica” del corpo in un punto, quella diffusa dagli altoparlanti in un altro – diventa una componente poetica e percettiva. La mappa tattile aiuta a collocare questa “incoerenza intenzionale”: orienta, conferma, non sostituisce l’ascolto.
Vi è una dimensione concettuale che attraversa tutto il progetto: l’idea – affiorata anche nella psicoanalisi – che la separazione della voce dal corpo possa essere traumatica. Banti la rovescia con delicatezza: quel distacco è anche stupore, meraviglia, possibilità. «Quando uso la voce come risonanza e smetto di riconoscerla come “mia” nel senso identitario, mi sento tramite di qualcosa. Non è per forza un trauma negativo». Da qui la cura nel lasciare che la voce, pura e radicale, faccia tutto: musica, spazio, disegno.
Il percorso di Banti unisce studi di grafica e comunicazione alla formazione in sound design al Conservatorio di Bologna e a un’esperienza determinante sulla vocalità presso la Scuola Malagola (Teatro delle Albe di Ravenna).
Speaking Cables nasce circa due anni fa; l’espansione accessibile matura in seguito, grazie a residenze e contesti che hanno permesso di concentrarsi sul piano tattile. Da allora, il progetto continua a raccogliere feedback: livelli diversi di ipovisione, diversa familiarità con il Braille, tempi di lettura e di ascolto. «È una forma ufficializzata, ma resta una ricerca aperta».
Nel dialogo con lei riaffiora spesso il tema del corpo che ascolta: non solo orecchie, ma ossa e pelle, vibrazione e postura. Nei laboratori, dice, piccoli stratagemmi a conduzione ossea sorprendono i partecipanti: ci si accorge che i suoni gravi “passano” attraverso lo scheletro più che per via aerea. È un’educazione sensoriale che interroga le gerarchie percettive della nostra cultura, così spesso sbilanciata sulla vista: «La vista è il senso con più illusioni – osserva -, usarla come unica lente di conoscenza ha un prezzo». Speaking Cables risponde proponendo un’altra ecologia dell’attenzione: ascoltare come atto fisico, come modo di orientarsi e, insieme, di immaginare.
A fine chiacchierata resta un’immagine semplice: una persona, un microfono, dodici altoparlanti, dodici bobine. E una voce che, staccandosi – senza retorica – dal corpo che l’ha generata, disegna sul bianco figure essenziali, le sposta, le cancella, le riaccende.
Tra rigore e abbandono, pieno e vuoto, luce e buio, Speaking Cables invita a toccare il suono e a vedere con l’ascolto. Perché, come suggerisce Banti, la voce non è solo parola: è spazio, relazione, presenza. E, soprattutto, una possibilità condivisa.
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