L’audiodescrizione del film “Train Dreams”, candidato a quattro Premi Oscar, è stata curata da Savio Tanzi che ne parla qui di seguito, scrivendo tra l’altro di non volerne parlare «soltanto perché ci ho lavorato, quanto perché questo film sin da subito mi ha comunicato una certa multisensorialità che credo possa risultare piacevole o quantomeno “affine” alla sensibilità dei fruitori con disabilità visiva»
Anche quest’anno ci apprestiamo a vivere la tradizionale edizione dei Premi Oscar (la novantottesima, che vivrà la cerimonia conclusiva tra il 15 e il 16 marzo), e da traduttore audiovisivo e audiodescrittore, vorrei portare all’attenzione dei lettori di Superando l’audiodescrizione di una delle opere candidate che conta quattro nomination. Se “mi azzardo” a provare a commentare un’opera d’arte (pur avvertendo, non lo nascondo, un velo di inadeguatezza), è perché me n’è stata affidata l’audiodescrizione italiana, su Netflix.
Ma non intendo parlarne soltanto perché ci ho lavorato, quanto perché sin da subito mi ha comunicato una certa multisensorialità che credo possa risultare piacevole o quantomeno “affine” alla sensibilità dei fruitori con disabilità visiva. Tale multisensorialità è una virtù che per essere apprezzata da chiunque necessita dell’audiodescrizione, un ausilio costituito da un copione che descrive immagini, azioni, personaggi e tutto ciò che serve – non di meno, né soprattutto di più – alla comprensione di un’opera audiovisiva da parte del pubblico cieco o ipovedente, che deve affidarsi esclusivamente all’udito. La lettura del copione viene poi registrata in una traccia audio secondaria che si andrà “fondendo” a quella originale del film – o del suo doppiaggio, se straniero.
Credo di trovarvi d’accordo quando affermo che godremo davvero di accessibilità quando questa sarà garantita e “data per scontata” non solo negli àmbiti essenziali della vita di tutti i giorni (come le barriere architettoniche, che senza dubbio hanno la precedenza), ma anche in quel “di più” che ci rende umani: la cultura e l’intrattenimento, dimensioni che pur non essendo indispensabili alla nostra esistenza, la colorano, la esaltano, la nobilitano.
Il lungometraggio di cui voglio parlare è dunque il drammatico Train Dreams (2025) di Clint Bentley, tratto dall’omonimo romanzo di Denis Johnson. L’opera è distribuita da Netflix dallo scorso 21 novembre, ma credo sinceramente che avrebbe meritato lo spazio di una sala cinematografica per qualche settimana. Segue la parabola esistenziale di un taglialegna statunitense agli albori del ventesimo secolo, nel remoto stato americano dell’Idaho. Il suo nome è Robert Grainier e abbiamo l’opportunità di seguirne l’esistenza mentre si ricava il suo posto nel mondo, mette su famiglia e disbosca foreste di abeti e pini per una ferrovia in costruzione. Un racconto contemplativo che sfiora temi importanti e – visto il contesto – direi “sempreverdi”, tutti rigorosamente dal basso: la stessa esistenza umana, lo scopo dell’individuo, il dolore e l’impotenza che lo caratterizzano, la sua resilienza, il lutto, la natura invincibile e il suo corso inevitabile. E non solo: il contesto storico-sociale dell’opera offre anche un prezioso spaccato per riflettere sulla nascita e lo sviluppo particolare di un Paese, gli Stati Uniti d’America, che comunque la si pensi resta centrale nell’attuale scacchiere globale, irto com’è di attriti e contraddizioni. Proprio com’è vero per le anime delle persone, anche per quelle dei Paesi e dei popoli bisogna rivangare il passato, spesso dimenticato, per capire qualcosa in più del presente.
Non so se si tratti di mera deformazione professionale, ma sin dalla mia prima visione di Train Dreams, quando ancora non era stato ultimato il doppiaggio, ho pensato che l’opera fosse perfetta per essere audiodescritta. Sebbene mi sia stato giustamente insegnato che “tutto si può audiodescrivere”, è anche oggettivamente vero che esistono prodotti audiovisivi che rendono il lavoro più facile e appassionante: certo non più veloce. D’altronde, la passione richiama sempre cura e tempo. Parliamo di un lungometraggio assai contemplativo, animato da individui solitari e taciturni: uomini “di altri tempi” che comunicano con sguardi e lunghi silenzi, raramente a parole. I dialoghi si instaurano piuttosto con la vegetazione opulenta e rigogliosa che abita il film: boschi, gole, fiumi e laghi, radure erbose. Una natura “leopardiana” che diventa non solo un personaggio, ma un vero co-protagonista.
Ma l’opera non si presta così tanto all’audiodescrizione solo perché poco parlata, ma anche per una naturale “multisensorialità” che lo avvicina, da questo punto di vista, alla sensibilità dei fruitori con disabilità sensoriale; per questi ultimi, infatti, è cosa normale avere affinato gli altri sensi, per compensazione di quello di cui sono sprovvisti in parte o totalmente. In realtà, occorre specificare che una certa multisensorialità costituisce già di per sé la norma in un’opera audiovisiva: è la stessa definizione a sottolineare come sia il frutto della fusione di elementi “audio” e “visivi”, immagini e suoni (e quindi, anche parole) che si uniscono in una cosa sola e inscindibile. Ma Train Dreams è un’opera così estetica – gradevole sia quando è lieta e paradisiaca, sia quando è malinconica o drammatica e infernale – che diventa un vero piacere per gli occhi e per le orecchie. Il panorama delle sterminate foreste di conifere verdeggianti si offre insieme al fruscìo delle chiome mosse dal vento; le venature grezze del legno e del metallo che compongono i binari si accompagnano allo sferragliamento al passaggio dei treni dell’epoca; le faville dei falò nella foresta in penombra rilucono al crepitio delle fiamme, eccetera.
La pellicola è candidata agli Oscar 2026 come Miglior Film, Migliore Sceneggiatura Non Originale, Miglior Fotografia e Miglior Canzone Originale, oltreché a due Golden Globe come Miglior Attore in un Film Drammatico a Joel Edgerton e come Miglior Canzone all’omonima Train Dreams di N. Cave e B. Dessner.
Questo lungometraggio alza l’asticella e smuove qualcosa in chi lo guarda. Lungi da me farvi spoiler, mi limiterò a dirvi che, a mio avviso, è un film dal forte impatto visivo che innamora “a prima vista” con una natura meravigliosa, che si lascia apprezzare tanto nel suo trionfo quanto nella sua capitolazione: in entrambi i casi lascia senza fiato. Poi, come ogni vera seduzione, all’innamoramento estetico segue la sostanza. Il film suscita in chi lo guarda interrogativi e riflessioni che affollano le menti dell’umanità da quando esiste: da dove veniamo? Qual è il nostro posto nel mondo? Come vivere la nostra vita? Qual è l’impatto che la nostra esistenza ha sul grande meccanismo dell’universo? Che cosa può l’uomo impotente davanti all’invincibilità della natura? E mille altri. È un film che riempie la mente e poi lascia il tempo di riflettere, offrendo scorci mozzafiato da e per contemplare.
Gran parte del fascino che Train Dreams esercita nel pubblico italiano lo si deve poi allo splendido lavoro che è stato fatto per l’edizione italiana, a cura della Dubbing Brothers: i dialoghi sono di Gian Paolo Gasperi. Alla direzione del doppiaggio, una grande Claudia Razzi ha selezionato un cast di voci di altissimo livello: quella profonda e calda di Simone D’Andrea (che ha doppiato il protagonista Robert Grainier), quella dolce di Valentina Favazza (voce della moglie Gladys Olding), e quelle inconfondibili di due grandissimi del settore: Luca Dal Fabbro (nei panni del buon vecchio Arn Peeples, collega di Robert) e Angelo Maggi (voce narrante di questa commovente storia), che ho avuto già l’onore di intervistare in un mio precedente articolo su queste stesse pagine [a questo link, N.d.R.].
I dialoghi italiani hanno certo impreziosito l’opera, pur essendo contemplativa e silenziosa per natura. Da qui l’esigenza, in un’audiodescrizione degna di essere definita tale, di sapere quando, come, cosa e se descrivere: siamo dinanzi a un film che, nei suoi silenzi, fornisce tanti input sonori che trasmettono informazioni e sensazioni. Trovandoci in àmbito artistico, ogni minuzia è lì per un motivo: occupa uno spazio che il regista ha desiderato e pensato con cura.
A tal proposito, in una recente intervista, il regista Paolo Sorrentino ha affermato di essere consapevole che quello del regista è un lavoro che tende alla dissipazione, fatto di dettagli che andranno persi e non verranno colti (per distrazione, ad esempio). Nulla di più vero: l’audiodescrittore in questo contesto si aggiunge come ulteriore agente di perturbazione: interviene e “copre”, quasi malvolentieri, certi dettagli. Lo fa solo quando determina che l’ausilio che apporta vale più dello spazio che occupa. Va da sé che la discrezione non è mai troppa: un audiodescrittore non improvvisato interviene sempre in punta di piedi, solo dopo averci pensato bene. D’altronde, questo è un film che esige e merita tale livello di cura: è un capolavoro che mi ha innamorato dal primo istante. Ma prima di tutto lo meritano i fruitori che hanno il diritto di partecipare alla dimensione culturale di una società che possa dirsi evoluta.
Il mio auspicio è che anche voi Lettori e Lettrici possiate gradire quest’opera e che la mia audiodescrizione su Netflix possa fornirvi un ausilio discreto, utile e all’altezza del capolavoro che ho avuto l’onore di descrivere. Non so dire se sia degno di un Oscar, ma potrei essere di parte.
Che vinca il migliore!
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