Non più “frutti di peccato”, non più “prediletti da Dio”, ma credenti come tutti gli altri

di Salvatore Nocera
Sulla scia dell’importante intervista in cui Giampiero Griffo ha tratteggiato sulle nostre pagine un  lungo percorso storico di stigma sulla disabilità, Salvatore Nocera si sofferma sugli aspetti discriminanti attuati nei secoli dal cattolicesimo, fino al Concilio Vaticano II, che negli Anni Sessanta del Novecento ha fatto segnare una vera e propria svolta, portando, ai tempi nostri, a un atteggiamento pastorale radicalmente modificato, nei confronti delle persone con disabilità
Pieter Bruegel il Vecchhio, "The Beggars" ("Gli storpi"), 1568, Museo del Louvre di Parigi (particolare)
Pieter Bruegel il Vecchhio, “The Beggars” (“Gli storpi”), 1568, Museo del Louvre di Parigi (particolare)

A proposito dell’importante intervista di Maurizio Cocchi a Giampiero Griffo, pubblicata da Superando (Lo stigma sulla disabilità: un’eredità millenaria da superare), ringrazio innanzitutto Griffo per il suo continuare ad insistere sui pregiudizi sanitarizzanti ed abilisti nei nostri confronti da parte di quanti hanno rapporti con noi persone con disabilità.
Vorrei solo intervenire su un rapido passaggio del suo intervento, quando scrive: «Nonostante il cattolicesimo abbia introdotto il concetto di “persona”, questo non includeva effettivamente le persone con disabilità, spesso viste come la conseguenza di una sorta di maledizione divina».
In realtà il cattolicesimo ha stravolto la concezione di Gesù in modo ancora peggiore di quanto scritto da Griffo. Infatti, nel Vangelo di Giovanni viene narrato il miracolo operato da Gesù nei confronti della persona nata cieca, ove ai discepoli che gli chiedevano, secondo la concezione imperante nella religione ebraica di allora, se fosse nato cieco perché i suoi genitori avevano peccato, Gesù aveva risposto che non aveva peccato né lui né i suoi genitori e per confermare che egli non era frutto di peccati, gli aveva dato la vista.

Il cristianesimo, non potendo quindi più utilizzare l’argomento del peccato per discriminarci, si è servito nel passato, e sino a poco dopo la metà del secolo scorso, di uno stigma più sottile che invece di farci sentire arrabbiati per come venivamo trattati e discriminati negativamente, ci ha sublimati, dicendoci che eravamo dei “prediletti da Dio” poiché le nostre sofferenze erano unite a quelle di Gesù crocifisso per la salvezza del mondo. Pertanto, lungi da sentirci degli emarginati, avremmo dovuto sentirci dei privilegiati. Nulla di più alienante!
Aggiungo che il Codice di Diritto Canonico promulgato nel 1917, a seguito dell’influenza teologica ripresa da quella ebraica dei tempi di Gesù, aveva stabilito che fosse vietata l’ordinazione di sacerdoti con disabilità, proprio perché nella Bibbia era scritto che i sacerdoti dovessero essere “privi di difetti”.
Ci è voluto il clima teologico creato dal Concilio Ecumenico Vaticano II del 1963-1965 per abolire quell’ulteriore discriminazione; infatti, il nuovo Codice emanato qualche anno dopo ha cancellato tale norma e oggi abbiamo molti sacerdoti con disabilità fisiche e sensoriali.

Aggiungo ancora che sino a qualche anno fa venivano narrati dagli organi d’informazione incresciosi episodi di cronaca nei confronti di noi laici, in quanto in molte parrocchie veniva negata la prima comunione ai bambini con disabilità intellettive e con autismo. A seguito sempre del nuovo clima culturale e teologico introdotto dal Concilio Vaticano II, anche questa forma di discriminazione è stata superata. Infatti, prima del Concilio stesso si sosteneva che non fosse possibile somministrare la Comunione a quei bambini, perché non erano in grado di comprendere intellettivamente il significato teologico del sacramento. Con il cambiato atteggiamento delle nostre Associazioni di ispirazione cristiana, come il MAC (Movimento Apostolico Ciechi), di cui sono stato un dirigente, la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) ha istituito un Ufficio per la Pastorale delle Persone con Disabilità che, anche a seguito di numerosi convegni, è riuscita a fare radicalmente modificare l’atteggiamento pastorale nei nostri confronti, con la motivazione che il senso della Comunione stava nel comprendere la condivisione dell’amore di Gesù per tutti gli esseri umani, un aspetto, questo, comprensibile a livello emozionale anche da parte di bambini con disabilità intellettive e con disturbi del neurosviluppo. E a quanti, fuorviati da pregiudizi preconciliari, insistevano che comunque questi bambini non sarebbero stati capaci, crescendo, di attuare la fede in questo amore con azioni conseguenti, si è giustamente risposto che la crescita nella fede religiosa è frutto di tutta la comunità in cui ciascuna persona cresce e vive la quale si fa quindi carico della loro formazione. E così finalmente anche questi bimbi hanno potuto partecipare alla gioia di tutti i compagni di classe, quando, solitamente verso gli 8 o 9 anni, si fa la festa della Prima Comunione, sentendosi oggetto di particolare attenzione e quindi prendendo coscienza della propria soggettività alla pari degli altri compagni.

Purtroppo può capitare che qualche “ritardatario” voglia ancora fare teologicamente dei passi indietro, come il “gambero”, cosa che accade in taluni ambienti della destra conservatrice e reazionaria, che non ha accettato la lezione innovatrice del Concilio Vaticano II; ma ritengo siano “residuati bellici” di altri tempi, che vorrebbero addirittura tornare alle Crociate…

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