Da una pizzeria di quartiere a Bergamo, fino alle Nazioni Unite

di Mirella Madeo*
Da una pizzeria di quartiere a Bergamo alle Nazioni Unite: è un percorso che racconta una significativa storia di inclusione lavorativa del nostro Paese. È la storia di “Pit’sa”, progetto che sarà tra i protagonisti degli eventi organizzati a New York nell’àmbito della diciannovesima Conferenza degli Stati Parti sulla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (COSP19), in programma da domani, 9 giugno, fino a giovedì 11
Gruppo di componenti dello staff di "Pit'sa"
Un gruppo di componenti dello staff di “Pit’sa”

Da una pizzeria di Bergamo alle Nazioni Unite: è un percorso che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato improbabile, ma che oggi racconta una delle storie più significative dell’inclusione lavorativa in Italia.
Si parla di Pit’sa, progetto fondato da Giovanni Nicolussi e Valentina Giacomin, che sarà appunto tra i protagonisti degli eventi organizzati a New York nell’àmbito della diciannovesima Conferenza degli Stati Parti sulla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (COSP19), in programma da domani, 9 giugno, fino a giovedì 11 al Palazzo delle Nazioni Unite, come abbiamo già riferito in alcune altre parti del giornale. Un riconoscimento importante per una realtà che ha scelto di coniugare innovazione, sostenibilità e inclusione, trasformando il lavoro in uno strumento concreto di partecipazione sociale.
Ieri, 7 giugno, dunque, il team di Pit’sa ha preparato le proprie pizze nella St. Patrick’s Cathedral di Manhattan, davanti a rappresentanti istituzionali, imprenditori e ospiti internazionali e mercoledì 10 il progetto verrà presentato direttamente all’interno della sede delle Nazioni Unite durante una serie di incontri dedicati alla valorizzazione delle persone con disabilità.
L’invito è arrivato dalla ministra per le Disabilità Locatelli, che ha individuato nell’esperienza bergamasca un modello capace di rappresentare l’Italia in un contesto internazionale sempre più attento ai temi dell’inclusione.

La presenza di Pit’sa a New York non si limiterà per altro alla preparazione dei prodotti, se è vero che al centro vi sarà soprattutto il modello organizzativo sviluppato dall’azienda. La pizzeria, infatti, impiega stabilmente persone con sindrome di Down e altre disabilità cognitive attraverso un sistema proprietario che standardizza e semplifica i processi di lavoro, rendendoli accessibili anche a chi normalmente incontra maggiori ostacoli nell’inserimento professionale.
L’obiettivo non è creare un contesto assistenziale, ma costruire un ambiente produttivo nel quale ciascuno possa svolgere il proprio ruolo in modo autonomo e professionale.
«Non andiamo a New York semplicemente per cucinare, ma per raccontare un modo diverso di fare impresa – afferma Giovanni Nicolussi -. Vogliamo cioè dimostrare che semplificare il lavoro tramite la tecnologia non significa togliere umanità, ma renderla accessibile a tutti».

La storia di Pit’sa nasce dall’incontro tra esperienze personali e visione imprenditoriale. Da un lato la malattia della madre di Nicolussi, che ha portato la famiglia a riflettere sul rapporto tra alimentazione e salute. Dall’altro il legame con il fratello con disabilità, che ha fatto emergere una domanda semplice ma spesso trascurata: come costruire opportunità di lavoro autentiche e non soltanto percorsi protetti per chi convive con una vulnerabilità? Da questa riflessione è nato un progetto che oggi coinvolge 14 lavoratori/lavoratrici con disabilità e che si fonda su un sistema brevettato in grado di ridurre gli sprechi alimentari a meno dello 0,5% e di formare nuovi operatori in tempi molto rapidi.
A sostenere il percorso di crescita dell’azienda c’è stato anche Startup Geeks, incubatore italiano dedicato a startup e progetti imprenditoriali innovativi. Nicolussi aveva infatti avviato il proprio percorso partecipando al programma Startup Builder, esperienza che ha contribuito alla strutturazione e alla validazione del modello di business oggi presentato anche a livello internazionale. «La storia di Pit’sa – dimostra che l’inclusione può diventare impresa concreta, sostenibile e scalabile. In tal senso siamo fieri di avere supportato Giovanni Nicolussi nel suo percorso e di contribuire oggi a portare questa esperienza fino a New York, in un contesto internazionale così importante».

Il viaggio di Pit’sa negli Stati Uniti assume quindi un significato che va oltre il successo di una singola impresa. Da anni, infatti, il dibattito pubblico parla di inclusione lavorativa delle persone con disabilità, ma i dati continuano a mostrare difficoltà nell’accesso all’occupazione e nella costruzione di percorsi professionali stabili. Esperienze come quella di Bergamo mostrano invece che l’inclusione diventa possibile quando vengono ripensati i processi produttivi e quando l’organizzazione del lavoro si adatta alle persone, anziché pretendere il contrario.
Non si tratta di concedere opportunità speciali, ma di rimuovere barriere che spesso impediscono a molte persone di esprimere competenze e capacità.
Da una pizzeria di quartiere, dunque, a uno dei luoghi-simbolo della diplomazia mondiale, il percorso di Pit’sa racconta che accessibilità, innovazione e partecipazione possono procedere insieme, trasformando un’esperienza locale in un modello osservato e studiato anche a livello internazionale.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e alcuni riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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