«Chi propone classi differenziate – scrive Daniela Mignogna – dovrebbe avere il coraggio di chiamarle con il loro vero nome: un ritorno al passato. Un passato che l’Italia aveva avuto la lungimiranza di superare e che oggi qualcuno sembra voler riportare in vita. Non per migliorare la scuola, ma per nascondere sotto il tappeto i problemi che non si è stati capaci di risolvere. Ma la scuola del futuro non si costruisce separando, bensì investendo, sostenendo e includendo. Tutto il resto è nostalgia di un modello che appartiene a un’epoca che non dovrebbe tornare»

Ogni tanto qualcuno rispolvera una vecchia idea e la presenta come una soluzione innovativa. È il caso della proposta di creare classi separate per gli studenti e le studentesse con disabilità. Un’idea che, dietro parole apparentemente rassicuranti, nasconde una realtà molto semplice: la segregazione.
C’è chi sostiene che dividere gli alunni possa migliorare l’apprendimento. Ma la domanda è un’altra: davvero nel 2026 pensiamo che la risposta alle difficoltà della scuola sia allontanare chi ha più bisogno di supporto? Davvero vogliamo tornare alla logica delle classi differenziali, quelle che per anni hanno isolato migliaia di bambini e ragazzi considerati “diversi”?
Le classi differenziali non furono superate per un capriccio ideologico. Furono abolite perché rappresentavano un fallimento educativo e umano. Separavano, etichettavano e condannavano molti studenti a sentirsi “cittadini di serie B”. Oggi riproporre modelli simili significa ignorare decenni di progresso culturale e civile.
Il problema non sono gli studenti con disabilità. Il problema è una scuola che troppo spesso riceve investimenti sufficienti, ha classi sovraffollate, insegnanti di sostegno precari e risorse limitate. Ma invece di affrontare queste criticità, qualcuno preferisce indicare come soluzione la separazione dei più fragili. È una scorciatoia comoda, ma profondamente sbagliata.
Una società democratica si misura da come tratta chi ha più bisogno di essere tutelato. Se la risposta è creare spazi separati, il messaggio che passa è chiaro: invece di rendere la scuola più inclusiva, si chiede agli studenti più vulnerabili di farsi da parte.
L’inclusione non è un favore concesso a qualcuno. È un diritto. Ed è anche un’opportunità per tutti gli altri studenti, che imparano a confrontarsi con la diversità, a costruire relazioni e a vivere in una società reale, fatta di persone diverse tra loro.
Chi propone classi differenziate dovrebbe avere il coraggio di chiamarle con il loro vero nome: un ritorno al passato. Un passato che l’Italia aveva avuto la lungimiranza di superare e che oggi qualcuno sembra voler riportare in vita. Non per migliorare la scuola, ma per nascondere sotto il tappeto i problemi che non si è stati capaci di risolvere.
La scuola del futuro non si costruisce separando. Si costruisce investendo, sostenendo e includendo. Tutto il resto è nostalgia di un modello che appartiene a un’epoca che non dovrebbe tornare.
*Referente per l’Emilia Romagna del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti).
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