La barriera nello sguardo

di Elena Malagoli*
«Penso che la vera accessibilità – scrive Elena Malagoli – non sia frutto delle leggi, degli obblighi, delle multe, né della compassione o della carità. Penso che possa nascere solo dal riconoscimento, dalla relazione, da una rifondazione dello sguardo. Uno sguardo capace di vedere in ogni persona, in ogni corpo, una possibilità di se stessi. E di tutti noi»

Grata fotografata in primo pianoIn una località che frequento, è stata effettuata la riqualificazione di uno spazio pubblico che ha purtroppo creato una barriera architettonica dove prima non c’era. Si è messa in moto la macchina amministrativa per risolvere la situazione, e questo è apprezzabile. Ma in tutta questa vicenda ho avuto modo di osservare le reazioni di molte persone, comuni cittadini e cittadine, e questo per me è stato l’aspetto più significativo.
Più volte ho ascoltato amici o conoscenti: chi diceva di apprezzare la nuova sistemazione del luogo, chi la preferiva come era prima, ma praticamente nessuno notava la barriera. Quando la mostravo e spiegavo cosa rappresenta per persone con difficoltà motorie o sensoriali – cioè l’impossibilità di accedere in sicurezza e quindi di fatto l’esclusione – in quel momento se ne accorgevano. «È vero – dicevano sorpresi – non me ne ero accorto, non ci avevo pensato, mi dispiace!». E posso assicurare che nella maggior parte dei casi si trattava di persone sensibili, sinceramente contrarie a qualsiasi forma di discriminazione. Ma, semplicemente, non vedevano, pur guardando.
Eppure, quando mi guardo intorno, io vedo: anziani con il deambulatore o dal passo incerto, mamme con il passeggino, persone con disabilità motoria in carrozzina, qualcuno che si è semplicemente rotto una gamba e temporaneamente usa le stampelle, persone non vedenti o ipovedenti, altre affaticate dal dolore o dalla malattia, e una vasta varietà di corpi per i quali una barriera architettonica può rappresentare un ostacolo.
Sono tanti, non sono una sfortunata eccezione. Sono lì, continuamente davanti ai nostri occhi, nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nei nostri posti di lavoro. Potremmo essere noi. E se invecchieremo saremo noi, se ci ammaleremo saremo noi. Eppure riusciamo a immaginare, e quindi a vedere, un mondo esclusivamente a misura di corpi efficienti e autonomi. Anche persone non indifferenti né insensibili, anche persone che quando glielo fai notare sono sinceramente sorprese e dispiaciute.
Perché guardiamo in questo modo? Perché continuiamo a immaginare, a progettare, a vivere il mondo come se la vulnerabilità riguardasse sempre qualcun altro? Come se fosse un’eccezione, un incidente?
Penso che la vera accessibilità non sia frutto delle leggi, degli obblighi, delle multe, né della compassione o della carità. Penso che possa nascere solo dal riconoscimento, dalla relazione, da una rifondazione dello sguardo. Uno sguardo capace di vedere in ogni persona, in ogni corpo, una possibilità di se stessi. E di tutti noi.

*Caregiver familiare, madre di una ragazza con pluridisabilità complesse, autrice, insieme a Filippo Visentin, del libro “Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie”.

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