Caro Ultimo, perché non potrò vivere la stessa emozione che vivranno gli altri spettatori del tuo concerto?

di Patrizia Gariffo*
«Caro Ultimo – scrive Patrizia Gariffo – sono una giornalista e una persona con disabilità che vorrebbe assistere a un tuo concerto senza che questo diventasse una corsa a ostacoli, trasformando la gioia in frustrazione. A Messina, nel tuo concerto del prossimo anno, i posti dedicati agli spettatori con disabilità saranno 25 su circa 40.000 perché esiste una sola tribuna accessibile. So bene che tu non progetti gli stadi e non costruisci le tribune, ma so anche che un artista della tua forza può chiedere agli organizzatori: davvero non esiste un modo migliore?»
Luglio 2026: concerto di Ultimo a Roma Tor Vergata, prove generali per le persone con disabilità
Alla vigilia del recente concerto di Roma Tor Vergata, il cantante Ultimo ha aperto le aperto le prove generali a 1.500 persone con disabilità e ai loro accompagnatori

Caro Ultimo, questa non è solo la lettera di una fan, ma di una giornalista e persona con disabilità che, come migliaia di altre, vorrebbe poter assistere a un tuo concerto senza che la realizzazione di questo desiderio diventasse una corsa a ostacoli, trasformando la gioia in frustrazione.
Qualche giorno fa hai fatto una cosa che mi ha colpita: hai aperto le prove generali del concerto di Tor Vergata a 1.500 persone con disabilità e ai loro accompagnatori, promettendo che quella non sarebbe stata «solo una prima volta, ma la prima di molte altre». Non era un gesto dovuto. È stata una scelta. E le scelte raccontano le persone più delle parole.
Come quella di chiamarti Ultimo e di dare voce a chi spesso si sente ai margini, a chi cerca il proprio posto nel mondo senza smettere di credere nei propri sogni. Tante tue canzoni raccontano questo. Da Il ballo delle incertezze a Ti dedico il silenzio parlano proprio di fragilità, di incomprensioni, del bisogno di essere ascoltati. È anche per questo che penso tu possa capire quello che potrebbe accadere ancora una volta a Messina. Tra meno di un anno sarai allo Stadio “Franco Scoglio” e, aperte le prenotazioni dei biglietti, per le persone con disabilità, è iniziata una corsa diversa da quella di tutti gli altri.
Prima bisogna riuscire a capire come prenotare, districandosi tra FAQ, rimandi ai siti degli organizzatori e procedure che spesso cambiano da concerto a concerto. Poi bisogna sperare di rientrare nei pochissimi posti disponibili. Dopo essermi attivata subito per prenotare un biglietto e aver mandato e-mail e messaggi sui social, finalmente mi è stato comunicato che la mia prenotazione è stata accettata, ma non per il 28 giugno, già sold out, ma per il 29 quando non potrò andare e, quindi, dovrò rinunciare.

A Messina, i posti dedicati agli spettatori con disabilità sono soltanto 25 su circa 40.000 complessivi. Il motivo è sempre lo stesso: esiste una sola tribuna accessibile e, di conseguenza, quella diventa l’unica possibilità per chi si muove in carrozzina. Ho sentito il bisogno di rivolgermi direttamente a te, perché manca ancora un anno al concerto e c’è tutto il tempo per immaginare una soluzione diversa.
Ti chiedo una cosa semplice: perché una persona con disabilità, quando compra un biglietto per il concerto dell’artista preferito, non può prenotare come tutti gli altri e deve accettare che qualcun altro scelga dove deve stare? Perché non può decidere se stare più vicino o più lontano dal palco, se assistere allo spettacolo con gli amici o con la propria famiglia, come fanno tutti gli altri spettatori?
Negli Stati Uniti questa domanda se la sono posta e hanno risposto attuando le ADA Standards, che regolano l’accessibilità degli impianti sportivi e dei luoghi di spettacolo, stabiliscono che i posti per le persone in carrozzina debbano essere distribuiti in diversi settori dello stadio, garantire una visuale equivalente a quella degli altri spettatori anche quando il pubblico è in piedi e offrire una reale possibilità di scelta. È ciò che accade anche in altri Paesi, dove impianti come il Wembley Stadium in Inghilterra o il Melbourne Cricket Ground in Australia hanno postazioni accessibili distribuite in più aree e non concentrate in un unico settore. E tutto questo non inficia in alcun modo la sicurezza degli spettatori.
In Italia, invece, continuiamo a considerare normale che una persona con disabilità possa assistere a un concerto soltanto dal posto che qualcun altro ha deciso per lei. Spesso lontano dal palco, separata dagli amici, con una visuale diversa e senza alcuna possibilità di scelta. In nome di una sicurezza non sempre comprensibile.
So bene che tu non progetti gli stadi e non costruisci le tribune. Ma so anche che un artista della tua forza può fare una domanda agli organizzatori che nessun altro può fare: davvero non esiste un modo migliore? Prendendo come riferimento ciò che accade all’estero, magari.
A Roma Tor Vergata hai dimostrato che l’accessibilità non è soltanto una questione tecnica, ma soprattutto culturale. Hai scelto di dedicare un momento speciale a persone che troppo spesso vengono considerate un problema organizzativo anziché spettatori come tutti gli altri. Hai dimostrato che, quando c’è la volontà, si possono trovare soluzioni nuove. Vorrei che quello stesso spirito arrivasse anche a Messina e non solo. Questa non è la richiesta di un privilegio ma di poter vivere la stessa emozione che vivranno gli altri spettatori. E sarebbe bello se il cantante che ha scelto di chiamarsi Ultimo ricordasse ancora una volta che gli ultimi non chiedono di passare davanti agli altri. Chiedono semplicemente di poter stare insieme agli altri. Grazie.

*La presente Lettera Aperta è già apparsa in «la Repubblica – Palermo» e viene qui ripresa, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

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