«È certamente giunta l’ora di interrogarsi – scrive Marino Bottà – su quali e quanti posti saranno disponibili per le persone con disabilità e quali verranno a breve soppressi, con il progressivo crescere dell’intelligenza artificiale. Si sta infatti profilando uno scenario di esclusione delle fragilità e di disoccupazione selettiva legata alle competenze e al potenziale di apprendimento e vi è il rischio reale di essere travolti dal cambiamento tecnologico e dagli umanoidi»
C’è chi sostiene che l’intelligenza artificiale creerà nuovi posti di lavoro, temo però che la gran parte di questi non saranno appannaggio delle persone con disabilità. C’è infatti il rischio evidente che l’intelligenza artificiale unita alla robotica avanzata, così come è stato per l’elettronica e l’informatica, penalizzino le persone con disabilità in cerca di lavoro, soprattutto per chi ha una difficoltà cognitiva e per chi ha una bassa scolarità (ossia oltre il 70% degli iscritti al Collocamento Disabili). Per queste persone è sempre stato possibile un inserimento lavorativo come addetti alla produzione in mansioni quali operaio, assemblatore, confezionatore ecc. Ma oggi molte di queste attività sono svolte dalle macchine automatiche, dai robot o delocalizzate e acquistate sul mercato globale, cosicché domani sarà ancora peggio. Nelle fabbriche di ieri era possibile inserire una persona con difficoltà alla pari di tutti gli altri lavoratori, mentre oggi la tecnologia ha ridotto ampiamente le possibilità di inserimento, come è dimostrato anche dalle difficoltà che le aziende incontrano nell’esternalizzare commesse di lavoro alle Cooperative Sociali di tipo B, per delegare a loro le assunzioni, come previsto dalle convenzioni di cui al Decreto Legislativo 276/03.
Ora, quindi, le imprese, grazie all’intelligenza artificiale e ai robot umanoidi, potranno scaricare le nuove contraddizioni sulla società e quindi sullo Stato che dovrà affrontare una massa crescente di persone escluse dal mercato del lavoro, un problema, questo, che difficilmente potrà essere gestito ricorrendo a politiche assistenziali già oggi economicamente insostenibili.
Qualcuno sostiene la necessità di una radicale riforma del sistema formativo: giusto, ma non illudiamoci, questo servirà solo a coloro che hanno un potenziale di apprendimento per diventare un tecnico o un esperto; e per gli altri? Nei prossimi due anni il volume occupazionale prevede oltre 20.000 figure ad alta specializzazione negli àmbiti aerospaziale, aeronautico, difesa e nel campo dell’ingegneria strutturale e meccanica. Il colosso mondiale Bosch punta su Milano per la progettazione del cervello degli umanoidi, ed entro il 2030 si avrà un mercato di 20 miliardi di euro. Quanti lavoratori con disabilità troveranno una collocazione in questo mercato?
Oltre al personale tecnico, poi, si cercano esperti di gestione, organizzazione e coordinamento. Le imprese di riparazione e manutenzione avranno un ampio sviluppo orizzontale quantitativo e verticale qualificativo. Ecco dunque le nuove professioni e i nuovi posti di lavoro, riservati a tecnici e super esperti. Infinitamente pochi rispetto a quelli che verranno soppressi dal connubio fra robotica e intelligenza artificiale. E non si pensi nemmeno che questo riguarderà il futuro! L’Italia è attualmente al quattordicesimo posto al mondo per numero di umanoidi inseriti nel sistema produttivo (100.000 unità già operative) e settimi per valore di investimenti. Un umanoide costa circa 150.000 dollari, nel 2027 il costo scenderà a 30.000 dollari, più o meno, insomma, il “costo di un operaio”. Le ditte che li hanno introdotti dicono che i vantaggi sono innegabili. Innanzitutto, questa tecnologia consente di arginare la carenza di manodopera. Inoltre, sono di facile impiego, non richiedono impianti particolari o modifiche degli ambienti di lavoro, sono attivi per 24 ore, possono essere utilizzati per compiti di scarso valore e formati facilmente per affrontarne di nuovi. Qualcuno, inoltre, aggiunge sornionamente che non si ammalano e non creano problemi. A breve disporremo tra l’altro di umanoidi in grado di apprendere autonomamente dall’ambiente operativo e quindi di auto-formarsi, aggiornarsi e formare i nuovi arrivati (“apprendisti umanoidi”).
Non è fantascienza è quanto sta già accadendo, è una realtà con cui cominciare a fare i conti, non solo per tutelare le persone con disabilità, ma per salvaguardare l’intera umanità. Questa, infatti, è una tecnologia che non aiuta l’uomo-lavoratore, come è avvenuto da sempre, ma lo sostituisce!
E altri esempi potrei portare, per mostrare come sia già pienamente attivo l’impatto occupazionale dell’intelligenza artificiale: è già allarme nazionale, per dirne solo una, la crisi del settore che si occupa di call center, che vedrà, entro la fine di quest’anno, 15.000 persone perdere il posto di lavoro sui 35.000 occupati. Ovvero più di un terzo della forza lavoro impegnata!
Un altro aspetto da non sottovalutare è quello relativo alla riduzione della quota di riserva che, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, sta già letteralmente falciando posti di lavoro, riducendo quantitativamente anche quelli riservati alle persone con disabilità. Le banche, le assicurazioni e le società finanziarie, particolarmente sensibili al profitto, si sono immediatamente messe all’opera per ridurre i costi del personale e quindi della relativa quota di riserva.
La realtà già attualmente non è affatto rassicurante per gli iscritti al Collocamento Disabili, soprattutto per le persone con disabilità intellettiva, come rappresentato da una recente indagine condotta dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e dall’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), di cui si è potuto leggere anche su queste pagine: infatti, l’86,2% degli intervistati è considerato idoneo a svolgere un’attività lavorativa, ma solo il 10,9% riesce effettivamente ad accedere al lavoro come tirocinante o come dipendente, e un 10% di questi è impiegato come socio lavoratore nelle Cooperative Sociali; gli inserimenti, inoltre, si caratterizzano per l’elevata frammentarietà e instabilità.
Dati emblematici che evidenziano l’inefficacia dei canali istituzionali (solo il 10,9% degli intervistati ha trovato lavoro attraverso i Centri per l’Impiego “Collocamento Mirato”-Legge 68/99) e la mancanza di servizi di intermediazione efficaci.
In merito poi alle nuove tecnologie, il 68% degli intervistati teme un rischio di maggiore isolamento, perdendo la dimensione relazionale offerta dal lavoro. Del resto, le persone più vulnerabili sono da sempre fra le più esposte ai rischi di esclusione dai processi produttivi.
Come già accennato in precedenza, molte delle mansioni che storicamente hanno rappresentato occasioni di inserimento lavorativo, ossia attività semplici, ripetitive, strutturate, sono proprio quelle destinate ad essere totalmente automatizzate. Il confezionamento, l’assemblaggio, le attività esecutive di magazzino e i servizi di front office, sono attività che la robotica e i software intelligenti stanno progressivamente sostituendo all’attività umana. Infatti, l’intelligenza artificiale garantisce velocità, adattabilità cognitiva, competenze digitali, elevata autonomia e apprendimento continuo illimitato. Caratteristiche che rischiano di aumentare il divario rispetto a molte persone.
Non è quindi giunta l’ora di interrogarsi su quali e quanti posti saranno disponibili per le persone con disabilità e quali verranno a breve soppressi? Purtroppo, si sta profilando uno scenario di esclusione delle fragilità e di disoccupazione selettiva legata alle competenze e al potenziale di apprendimento. Serve quindi lo sviluppo di economie inclusive e politiche attive adeguate, ma purtroppo il dibattito è in ritardo anche su questo fronte, rischiando così di essere travolti dal cambiamento tecnologico e dagli umanoidi.
Personalmente non sono contrario alle innovazioni tecnologiche, anzi, ma quando queste sono al servizio dell’uomo per aiutarlo e migliorare la qualità di vita, non quando sono al servizio del potere economico e finanziario, per indirizzarlo, condizionarlo, plagiarlo e sottometterlo.
Solo una comunità viva, un welfare di prossimità e il ritorno al concetto di solidarietà, di collettività, di essere umano, potranno resistere alla corrente che ci sta portando rapidamente al post umano e alla “nuova emarginazione” (new marginalization) per chi non è al passo con la nuova velocità sociale.
*Già responsabile del Collocamento Disabili e Fasce Deboli della Provincia di Lecco, oggi presidente dell’ANDEL (Agenzia Nazionale Disabilità e Lavoro) ([email protected]).
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