Il “cieco nato” del Vangelo e la necessità di uno sguardo capace di vedere la persona prima del deficit

di Tonino Urgesi*
«In termini pedagogici – scrive Tonino Urgesi -, il deficit non appartiene esclusivamente alla persona. Esiste un deficit relazionale, culturale ed educativo che impedisce alla società di riconoscere il valore della differenza. La pedagogia contemporanea parla di barriere; il Vangelo, con la “guarigione dell’uomo cieco”, le aveva già individuate nel pregiudizio, nella paura, nell’esclusione religiosa, nel legalismo e nella rigidità culturale. Il limite più grave non è la cecità dell’uomo, ma l’incapacità della società di vedere davvero l’umano»
Mosaico dedicato alla "guarigione del cieco nato"
Un mosaico dedicato alla “guarigione del cieco nato”, raccontata nel Vangelo di Giovanni

La questione della disabilità attraversa ancora oggi il dibattito teologico, pedagogico e filosofico con una forza tale da interpellare profondamente la coscienza della società. Per secoli la menomazione è stata interpretata attraverso la retorica del “vuoto”, che ne ha sottolineato lo stato di dipendenza e insufficienza, alimentando modelli educativi orientati prevalentemente alla compensazione del deficit piuttosto che alla valorizzazione della persona stessa. In questa prospettiva, il limite è stato spesso considerato un problema da correggere, anziché una dimensione costitutiva dell’esistenza umana da comprendere e accogliere.

Il racconto del “cieco nato” che troviamo nel Vangelo di Giovanni (9,1-41) rappresenta, invece, una svolta radicale. Gesù non si limita a restituire la vista a un uomo cieco dalla nascita, ma libera l’intera società da una concezione religiosa che identificava la disabilità con il peccato e la colpa. Prima ancora della guarigione fisica, avviene una guarigione culturale e antropologica: viene cioè sanato lo sguardo deformato sul mistero della fragilità umana. Da questa prospettiva nasce l’esigenza di elaborare “una nuova pedagogia del deficit”, capace di superare i paradigmi assistenzialistici e di riconoscere nella persona con deficit un soggetto pienamente protagonista della propria storia, della vita e della società.
Il racconto si apre con una scena di straordinaria intensità: «Passando, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita». Questa breve annotazione suscita immediatamente due domande: come guardò Gesù quell’uomo? Con quale profondità posò il suo sguardo su di lui? Possiamo tentare una risposta. Se i discepoli lo interrogano, è perché nello sguardo del loro Maestro avevano già colto una domanda silenziosa che chiedeva una risposta. Prima ancora delle parole, essi videro nei suoi occhi un interrogativo che non poteva essere ignorato. Lo sguardo di Gesù non si limita solo a registrare una condizione; incontra una persona, con la sua storia, con i suoi desideri, ne riconosce la dignità e apre uno spazio di senso.
La domanda dei discepoli ci rivela, invece, una mentalità profondamente diversa: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». È la domanda di chi cerca una colpa per spiegare la sofferenza, di chi ritiene che ogni dolore debba necessariamente essere ricondotto a una responsabilità morale, etica. Essa manifesta una cultura religiosa nella quale ogni forma di fragilità esige un colpevole. Il limite diventa così un’accusa, la vulnerabilità una conseguenza del peccato e la diversità un’anomalia da giustificare.
Invece, Gesù capovolge radicalmente questa prospettiva e la estromette dalla storia della salvezza. La sua risposta è limpida e definitiva: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché in lui si manifestassero le opere di Dio». Con queste parole egli afferma, una volta per tutte, che non esiste alcun rapporto necessario tra peccato e sofferenza. Il dolore non è una condanna divina né il segno di una colpa nascosta.

La risposta di Gesù, inoltre, non si esaurisce in una semplice negazione. Egli spiega il riferimento alle “opere di Dio”: «Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo». Mi colpisce soprattutto il verbo al plurale: «dobbiamo». Gesù non dice «devo», ma coinvolge i suoi discepoli e con essi tutti noi nella medesima missione. Ci rende partecipi dell’opera del Padre, chiamandoli a collaborare affinché le sue opere continuino a manifestarsi nella storia.
Da queste parole emerge un autentico compito pedagogico ed esistenziale: imparare a guardare oltre noi stessi, uscire dall’indifferenza, riconoscere la dignità di ogni persona che ci tende uno “sguardo” di aiuto, e restituire speranza a chi sembra averla perduta. Il nostro sguardo non può essere superficiale né sterile; deve diventare uno sguardo educato alla contemplazione, capace di “fermarsi”, “vedere”, “osservare” quell’uomo ai margini di ogni storia. Solo uno sguardo formato dall’altruismo autentico riconosce nell’altro un volto e non un problema.

A questo punto Gesù compie un gesto tanto semplice quanto profondamente simbolico: sputa per terra, fa del fango con la saliva e lo spalma sugli occhi del cieco. Quel fango non costituisce soltanto il mezzo attraverso cui si realizza il miracolo, ma richiama il gesto creatore della Genesi e diventa il segno di una nuova creazione. Gesù restituisce all’uomo non solo la vista, ma un modo nuovo di abitare il mondo e farsi mondo egli stesso per gli altri e di guardare la realtà. Ridona speranza a chi, agli occhi della società, sembrava averla definitivamente perduta. Con quel gesto ci insegna che la vera interrelazione ha una forza creatrice: si manifesta quando ci facciamo prossimi all’altro, ci facciamo ascolto e cura, e così doniamo all’altro una vita nuova. Ogni autentica relazione, vissuta nella gratuità e nella compassione (patire-con), può restituire dignità a chi ne è stato privato.
Il miracolo, tuttavia, non si compie senza la collaborazione dell’uomo. Infatti, Gesù dice a quell’uomo: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe». Le parole di Gesù non si sostituiscono mai alla libertà dell’uomo; la precedono, l’accompagnano e la chiamano a rispondere alla propria esistenza. Così anche il cieco diventa protagonista della propria rinascita. Le nostre “azioni” si manifestano nell’incontro tra il dono gratuito della grazia e la libera risposta della persona.

Da un punto di vista pedagogico, questo passaggio assume un significato decisivo. Quando il deficit viene interpretato come colpa, la persona viene educata a percepirsi come incompleta, mentre la società si sente autorizzata a relegarla ai margini. E tale logica non appartiene soltanto al passato. Anche oggi, sebbene con linguaggi differenti, permane la tentazione di identificare la persona con la sua diagnosi, riducendo l’identità alla patologia e il valore umano alla funzionalità.
La risposta di Gesù interrompe definitivamente questa impostazione. Il problema non consiste più nell’individuare l’origine del deficit, ma nel riconoscere la dignità della persona stessa. Da un punto di vista filosofico, egli opera un passaggio fondamentale: sposta l’attenzione dall’ontologia della mancanza all’ontologia della relazione. L’essere umano non è più definito da ciò che gli manca, ma dall’interrelazione che si stabilisce con lui. La dignità precede ogni prestazione, l’identità precede ogni capacità e la persona precede ogni limite. È una prospettiva che anticipa in modo sorprendente molte acquisizioni del personalismo contemporaneo, secondo il quale il valore della persona non deriva soltanto dalla sua efficienza ma, piuttosto, dal suo stesso essere.
Il cieco nato ci conduce inoltre a un paradosso profondamente rivelatore. Alla conclusione del racconto non è più evidente chi sia realmente cieco. L’uomo nato privo della vista giunge progressivamente alla sua dignità, mentre i Farisei, pur vedendo con gli occhi del corpo, rimangono incapaci di riconoscere il valore dell’interazione. La cecità assume così un significato esistenziale e la vera disabilità consiste nell’incapacità di accogliere l’altro, con i suoi sogni e desideri.

In termini pedagogici, il deficit non appartiene esclusivamente alla persona. Esiste un deficit relazionale, culturale ed educativo che impedisce alla società di riconoscere il valore della differenza. La pedagogia contemporanea parla di barriere; il Vangelo le aveva già individuate nel pregiudizio, nella paura, nell’esclusione religiosa, nel legalismo e nella rigidità culturale. Il limite più grave non è la cecità dell’uomo, ma l’incapacità della società di vedere davvero l’umano.
Parlare oggi di “una nuova pedagogia del deficit” significa allora ribaltare il significato stesso di questa parola. Non si tratta di negare le difficoltà né di ignorare i bisogni specifici delle persone. Significa, piuttosto, riconoscere che il vero deficit appartiene spesso all’ambiente che non sa accogliere, alla scuola che non sa includere, alle Istituzioni che non garantiscono pari opportunità e a una cultura che continua a misurare il valore umano esclusivamente attraverso l’efficienza e la produttività.
“Una nuova pedagogia del deficit” non educa a vedere ciò che manca, ma ciò che è possibile. Essa non costruisce percorsi fondati sulla compassione, bensì sul riconoscimento della dignità, delle capacità e del diritto di ciascuno a partecipare pienamente alla vita sociale. L’educazione diventa così un autentico luogo di incontro, nel quale ogni persona, con i propri limiti e le proprie risorse, contribuisce alla crescita della società. La differenza non rappresenta un ostacolo da eliminare, ma una ricchezza da comprendere e valorizzare.
Il cieco nato diventa infatti “testimone” proprio attraverso la sua esperienza. Mentre i sapienti discutono, egli testimonia con la forza disarmante della verità vissuta: «Una cosa so: ero cieco e ora ci vedo» (Vangelo di Giovanni, 9,25). La testimonianza precede la dottrina, così come l’esperienza della rinascita del cieco precede ogni elaborazione teologica.

La società contemporanea continua a edificare la propria antropologia sull’efficienza, sulla produttività e sull’autonomia assoluta. Il Vangelo ci propone, invece, una vera filosofia della fragilità. L’essere umano non vale perché produce, perché è autonomo o perché è perfetto. Vale perché esiste. La vulnerabilità non diminuisce la dignità della persona; al contrario, la rende ancora più evidente, poiché richiama la verità fondamentale della condizione umana, che è relazione, dipendenza reciproca e apertura all’altro.
In questa prospettiva, la persona con deficit non è semplicemente qualcuno da integrare, ma diventa una provocazione permanente contro ogni cultura dello scarto e ricorda alla società che la reciprocità, la cura e la dipendenza non costituiscono un fallimento dell’esistenza, bensì dimensioni costitutive dell’umano.
Il racconto del cieco nato continua, pertanto, a interrogare la Chiesa, la pedagogia e la riflessione filosofica contemporanea. Gesù non elimina soltanto una cecità fisica; guarisce una cultura, demolisce una teologia della colpa e inaugura una pedagogia della dignità. La “nuova pedagogia del deficit” nasce precisamente da questa rivoluzione dello sguardo: dal riconoscimento che nessuna persona coincide con il proprio limite e che ogni fragilità può diventare luogo di manifestazione della “dignità”.
La vera metanoia [cambiamento radicale, N.d.R.] non consiste semplicemente nell’imparare a includere le persone con disabilità. Consiste, piuttosto, nel lasciarsi educare da esse. Spesso, infatti, sono proprio coloro che il mondo considera “mancanti” a rivelare ciò che realmente manca alla nostra società, ossia un nuovo sguardo capace di vedere la persona prima del deficit, la dignità prima della prestazione e “il volto della dignità” presente in ogni essere umano.

*Esperto di affettività e sessualità delle persone che vivono in un contesto disabilizzante.

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