Abilismo (“benevolo”), segregazione e i diritti che diventano costi da tagliare

di Fabrizio Acanfora*
Certe idee espresse recentemente con forza in Italia e fuori d’Italia, ad esempio sulla necessità di separare gli alunni con disabilità dalle classi comuni, «non sono nient’altro che idee di segregazione – scrive Fabrizio Acanfora – frutto di una concezione strutturalmente abilista della società, un abilismo, tra l’altro ,”benevolo”, che si traveste da cura, da protezione e da pedagogia pensata su misura. E quando certe figure parlano di merito, di sacrifici e di chi rallenta gli altri, teniamo bene a mente la storia del Novecento»
"Piramide dell'abilismo"
Una raffigurazione grafica della cosiddetta “piramide dell’abilismo”

Niente esperimenti sui nostri bambini è il titolo con il quale l’AfD della Sassonia-Anhalt ha decretato nel proprio programma di governo la fine dell’inclusione scolastica. Alle elezioni del Land del 6 settembre scorso il partito ha ottenuto il 43,8% dei voti.
In realtà questa posizione non è una novità, infatti, nel programma sassone del 2024 l’AfD già diceva di voler realizzare un’inclusione “con misura”, in cui le scuole speciali avrebbero garantito ai bambini con disabilità il sostegno necessario, in modo da non sovraccaricare gli insegnanti della scuola ordinaria e non ostacolare il progresso degli altri studenti. In quel programma la separazione veniva presentata come una forma di attenzione per le alunne e gli alunni con disabilità.
Nel programma della Sassonia-Anhalt per le elezioni del 2026, invece, l’inclusione viene definita senza mezzi termini come un esperimento fallito. Secondo questa narrazione gli alunni con disabilità non riceverebbero l’attenzione necessaria e non formerebbero legami con i compagni, rallentando le lezioni e rimanendo al di sotto delle proprie possibilità. Anche qui le scuole speciali vengono proposte per il loro bene, perché «proprio i bambini con disabilità hanno bisogno di una pedagogia specificamente adeguata alla loro situazione, che è possibile soltanto nelle scuole speciali».
Solo più avanti si arriva ai motivi reali, e cioè che secondo il partito di estrema destra tedesco, due insegnanti per classe assorbirebbero risorse preziose in tempi di carenza di personale. La conclusione è porre immediatamente fine all’inclusione e potenziare le scuole speciali, dal momento che «la crescente eterogeneità dei gruppi di apprendimento, in assenza di adeguati strumenti di differenziazione, è correlata a una crescente percentuale di studenti con scarso rendimento. La differenziazione in base al rendimento è pertanto una condizione necessaria per migliorare la qualità».

Un discorso simile, in Italia, lo porta avanti il generale Vannacci, che già nel 2024 sosteneva, senza apportare alcuna prova, come le classi con «caratteristiche separate» aiuterebbero «i ragazzi con grandi potenzialità» a esprimersi al massimo e quelli «con più difficoltà» a ricevere un aiuto peculiare. Per lui il punto è mettere insieme persone con prestazioni simili perché altrimenti, a suo dire, il livello di tutti finirebbe per appiattirsi verso il basso. Quest’anno ha riproposto classi distinte per merito e profitto, sostenendo paradossalmente che raggruppare studenti simili sarebbe inclusione e non discriminazione.
Per ora il generale si limita a esprimere queste posizioni nelle interviste, nei comizi e sui social senza averle inserite nel programma pubblicato dal suo partito. Il meccanismo è noto: si lancia una frase qua, una battuta là, si misura l’indignazione che suscita e si aspetta che la “finestra di Overton” si sposti di quel tanto che basta a modificare il confine di ciò che è accettabile dire in pubblico. Così un’idea detta a un comizio o lasciata sfuggire durante un’intervista, col tempo, potrebbe diventare una proposta di governo che non scandalizzerà quasi più nessuno.

Quello che sta accadendo, in realtà, ha un nome: segregazione. E la segregazione è il risultato di una concezione strutturalmente abilista della società. Spesso l’abilismo viene ridotto alla discriminazione delle persone con disabilità, ma questa discriminazione è una conseguenza del fatto che a monte c’è una società organizzata intorno a un ideale di individuo “abile” che non esiste, eppure viene assunto come modello universale.
È la vittoria della normalità, di una media statistica trasformata, nell’arco di oltre centocinquant’anni, in misura dell’essere umano.

I programmi dell’AfD e le dichiarazioni di Vannacci mostrano inoltre che l’abilismo non si presenta sempre in modo ostile, con la violenza del disprezzo, ma a volte si traveste da cura, da protezione e da pedagogia pensata su misura. È l’abilismo benevolo, la cui benevolenza difficilmente nasce da una convinzione caritatevole (che sarebbe già un problema di suo), ma è una narrazione costruita per convincere chi magari appoggerebbe pure certe idee, ma si scandalizza davanti alla tesi nuda.
Basta leggere con attenzione per trovare cosa c’è sotto: la disabilità riduce il rendimento generale, è un peso e ha un costo anche economico per l’intera società. Pietà e contabilità nello stesso discorso, e l’esclusione che prima viene presentata come attenzione e poi viene messa in conto come risparmio.
Dietro questo racconto riemergono un lessico e un immaginario eugenetici ripuliti e presentati come buonsenso. Per questo motivo appellarsi all’umanità di chi propone tali politiche è tempo perso. Per loro la pietà è una vetrina dietro la quale si nasconde la convinzione che alcune vite valgano meno di altre, che siano da nascondere, da gestire separatamente.
E anche con chi li sostiene e li vota, l’appello alla giustizia e all’empatia funziona poco perché quella vetrina è fatta apposta per rassicurarli, per dire loro che stanno dalla parte del bene. Mostrare la nostra sofferenza agli uni e agli altri serve a poco perché i primi la mettono già in conto, e i secondi la leggono come ingratitudine.

Nel frattempo le leggi si muovono. In Italia il Disegno di Legge Zaffini sulla salute mentale propone di portare la durata massima del TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) da 7 a 15 giorni, con possibilità di proroga per effettive esigenze cliniche; prevede inoltre strutture idonee per gli accertamenti sanitari obbligatori e innalza da venti a venticinque il limite dei posti letto nelle REMS (Residenze per l’Esecuzione delle misure dei Sicurezza). Tra le critiche c’è proprio il rischio di un’espansione delle strutture residenziali e semiresidenziali, che alcune associazioni e attivisti hanno già ribattezzato come “manicomietti”.
Negli Stati Uniti un ordine esecutivo del luglio 2025 ha rilanciato l’internamento civile involontario come risposta alla povertà di strada, in particolare per persone con condizioni mentali o dipendenze ritenute pericolose o incapaci di provvedere a sé stesse.
In Argentina le previsioni di bilancio per il 2026 indicavano circa 155.000 pensioni di disabilità in meno rispetto all’anno precedente. Nel frattempo l’Agenzia Nazionale che le gestiva è stata sciolta, dopo essere stata coinvolta in un’inchiesta su presunte tangenti negli appalti di farmaci destinati alle persone con disabilità.
Rinchiudere o abbandonare sono due strade diverse che portano nello stesso posto, e ogni volta che si annunciano nuove strutture vale la pena chiedersi chi le gestirà, con quali risorse, con quali garanzie di controllo e, in un sistema che privatizza ogni tipo di servizio, chi ne ricaverà profitto.

Torno infine alla questione della carenza di insegnanti e in generale al discorso che fa leva sui costi elevati del sostegno e dell’assistenza, che in Italia viene tirato in ballo soprattutto quando si parla di progetto di vita individuale e partecipato.
La scarsità di insegnanti (ma il discorso vale per la scarsità di risorse in generale e non solo nella scuola) è soprattutto il risultato di anni di disinvestimenti nella scuola pubblica, precarizzazione del lavoro e peggioramento delle condizioni di insegnamento, e l’inclusione non c’entra. Usarla contro gli alunni con disabilità significa alimentare coscientemente una guerra tra poveri.

E chiudo con un suggerimento di lettura utile per comprendere meglio il legame, tutt’altro che nuovo, tra potere economico e destre autoritarie: Operazione austerità. Come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo di Clara Mattei, libro che racconta come, un secolo fa, una parte dell’economia liberale abbia visto proprio nel fascismo lo strumento per rimettere in ordine i conti, cioè per rimettere al loro posto le classi subalterne. L’austerità produce scarsità, disciplina il lavoro e trasforma diritti e servizi pubblici in costi da tagliare, o in merci accessibili solo a chi può permettersi di pagarle.
È così che la disabilità diventa un costo, il sostegno uno spreco, l’inclusione un fallimento e la segregazione buonsenso. Teniamolo a mente quando certe figure parlano di merito, di sacrifici e di chi rallenta gli altri.

Ringraziamo Maurizio Cocchi per la segnalazione del presente contributo.

*Nel suo blog “Eccentrico”, ove il presente contributo è stato pubblicato, Fabrizio Acanfora scrive di sé: «Leggo, suono il clavicembalo, scrivo di disabilità e neurodivergenza come questioni politiche, provando a mettere in luce la dimensione materiale delle oppressioni».

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