«Noi non ci abituiamo e non ci abitueremo mai ad ogni forma di istituzionalizzazione e controllo sociale, agli abusi e al governo delle vite. L’indifferenza rende normali pratiche che non dovrebbero esserlo mai, ma i diritti fondamentali non sono negoziabili»: lo dicono dall’Associazione Diritti alla Follia, lanciando la campagna di sensibilizzazione denominata appunto “Noi non ci abituiamo”
“Noi non ci abituiamo”: la scritta gialla a caratteri cubitali risalta ipnotica sulla foto d’archivio in bianco e nero, scattata da Mario Vaiani nel 1922, che ritrae il dormitorio dell’ex Ospedale Psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia. Un tuffo nel passato, si dirà. L’istituzionalizzazione non era stata abolita? Invece no, essa è più viva che mai!
Noi non ci abituiamo è il nome della nuova campagna di sensibilizzazione promossa dall’Associazione Diritti alla Follia. «Noi non ci abituiamo e non ci abitueremo mai», scandiscono dall’Associazione, prendendo posizione «contro ogni forma di istituzionalizzazione e controllo sociale, contro gli abusi e il governo delle vite».
L’iniziativa condensa in qualche modo tutte le rivendicazioni portate avanti negli ultimi anni da Diritti alla Follia per contrastare la coercizione (non solo in àmbito psichiatrico), la perdita di diritti, l’idea che alcune persone possano essere governate, contenute, amministrate o private della propria voce.
Noi non ci abituiamo esprime la determinazione di chi ha deciso di reagire all’ingiustizia sociale, e di trasformare l’indignazione e la denuncia in presenza collettiva, proposta politica e cambiamento concreto. Il breve video abbinato alla campagna (pubblicato sul canale YouTube dell’Associazione a questo link) condensa, attraverso una pluralità di voci e volti, l’esperienza di chi nella vita ha incrociato in vario modo – sulla propria pelle, sulla pelle di persone care o vicine o per professione – la discriminazione, la violenza e l’abuso.
Noi non ci abituiamo è un’iniziativa promossa in collaborazione con l’APPP (Assemblea Permanente dei Pazienti Psichiatrici), il Collettivo SLEGA e GdL (Globalità dei Linguaggi) di Stefania Guerra Lisi, nonché insieme alle persone e alle realtà che ne condividono le finalità.
Questa la dichiarazione comune concordata con i soggetti aderenti: «Siamo persone, associazioni, collettivi, studiosi, attivisti e cittadini che provengono da percorsi diversi. Non condividiamo necessariamente ogni analisi, ogni linguaggio o ogni proposta. Ma condividiamo una convinzione fondamentale: non possiamo abituarci alla perdita dei diritti, alla coercizione, all’istituzionalizzazione, al paternalismo e a tutte quelle pratiche che riducono la persona a oggetto di decisioni altrui. Non accettiamo che il controllo prenda il posto dell’ascolto, che la protezione si trasformi in sostituzione della volontà, che l’assistenza diventi amministrazione delle vite. Non ci abituiamo alla contenzione, ai trattamenti imposti, alle pratiche coercitive, alla negazione della privacy, alla compressione dell’autodeterminazione e all’idea che alcune persone debbano vivere con meno diritti e meno garanzie degli altri cittadini. Non ci abituiamo a un consenso informato aggirato, svuotato di significato o ridotto a una formalità. Non ci abituiamo a vedere la parola delle persone direttamente coinvolte ignorata, svalutata o considerata meno credibile di quella di altri. Non ci abituiamo all’idea che una diagnosi, una condizione di vita o un momento di difficoltà possano diventare motivo per limitare libertà che appartengono a tutti. Sappiamo che tutto questo non riguarda soltanto la psichiatria. Riguarda il modo in cui una società guarda alle differenze, alla dipendenza, al dissenso e alla libertà. Riguarda il confine, spesso invisibile, tra sostegno e controllo, tra tutela e limitazione dei diritti. Per questo la nostra non è soltanto una campagna di denuncia. È una campagna che vuole rendere visibili esperienze, racconti e violazioni troppo spesso ignorati. È una campagna che vuole costruire alleanze. È una campagna che vuole trasformare il rifiuto dell’ingiustizia in proposte concrete di cambiamento. Perché ciò che oggi viene presentato come inevitabile può essere discusso. Ciò che viene considerato normale può essere messo in discussione».
L’ideazione della campagna ha preso le mosse dai lavori dell’ottavo congresso di Diritti alla Follia (“Diritti” e “Rovesci”. Psichiatria, giustizia e governo delle vite), svoltosi il 28 e 29 marzo scorsi a Collegno (Torino). Nella pagina web dedicata alla campagna (liberamente fruibile a questo link), oltre ai video del menzionato congresso e a maggiori informazioni sui soggetti che stanno supportando l’iniziativa, sono disponibili tutte le proposte concrete abbinate all’iniziativa, riguardanti la tutela dei diritti e l’introduzione di garanzie nel TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), la promozione dei diritti e dell’autodeterminazione nell’amministrazione di sostegno, una sezione denominata S/Pazzi, che fotografa gli spazi della psichiatria e la Zona Cineforum, una rassegna dedicata alle rappresentazioni cinematografiche della follia.
«Non abituarti anche tu», «L’indifferenza rende normali pratiche che non dovrebbero esserlo mai», «Sostieni le attività delle realtà coinvolte. Iscriviti e aiutaci a costruire un cambiamento concreto. Perché i diritti fondamentali non sono negoziabili»: sono gli inviti conclusivi rivolti a chi legge il materiale di sensibilizzazione. (Simona Lancioni)
Per ogni ulteriore informazione: [email protected].
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli e viene qui ripreso, con diverso titolo e alcuni riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.
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