«Nel dichiarare che la Dottrina Sociale della Chiesa si svolge alla luce del Vangelo, papa Leone XIV chiarisce però come esso vada vissuto incarnandolo nella storia e la Dottrina Sociale che ne deriva si avvalga del contributo delle scienze umane. Ciò permette di enuclearne i princìpi fondamentali, ai quali si ispirano pure i diritti umani»: si conclude così la prima parte del commento di Salvatore Nocera all’enciclica “Magnifica humanitas” di papa Leone XIV, incentrata sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale

Caduta nel 135º anniversario dell’enciclica Rerum novarum di papa Leone XIII, l’enciclica Magnifica humanitas prodotta nel maggio scorso da papa Leone XIV, è interamente incentrata «sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale», primo documento papale di questo tipo dedicato a tale tema. Per un giornale come il nostro, che si occupa di diritti e di umanità, si tratta di un testo di assoluto interesse e pertanto diamo ben volentieri spazio al commento di Salvatore Nocera, diviso in tre parti. Quella qui di seguito è la prima parte.
Dal momento che il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato le Linee Guida per l’introduzione dell’intelligenza artificiale nelle scuole, di cui si è potuto leggere anche su queste pagine, sono stato molto colpito dall’invito all’educazione delle nuove generazioni rivolto da papa Leone XIV alla conclusione della sua lunga e importante enciclica proprio sull’intelligenza artificiale.
Questa la frase che mi ha colpito: «Educare le nuove generazioni a credere che l’evoluzione delle tecnologie non segue un percorso inevitabile, ma può essere orientata dalla responsabilità personale e collettiva, costituisce uno dei servizi più preziosi al bene comune». Pertanto, propongo di parlarne.
In occasione del 135° anniversario dalla Rerum Novarum di Leone XIII, papa Leone XIV ha promulgato la sua prima enciclica che, come tutti gli atti importanti della Santa Sede, prende il titolo dalle due prime parole del testo Magnifica humanitas. Il documento, quindi, pur essendo stato ispirato dalla necessità di affrontare la “novità” dell’intelligenza artificiale, ha come tema centrale la salvaguardia della dignità umana rispetto al potere invasivo delle nuove tecnologie informatiche, i cui effetti sono da studiare rispetto al mantenimento e al potenziamento della dignità umana stessa.
Il testo si compone di 37 pagine suddivise in cinque capitoli, divisi a loro volta in 245 paragrafi, corredati da circa dieci pagine di note bibliografiche, a integrazione sostanziale, talora, del testo stesso.
Sull’enciclica sono già stati pubblicati numerosi importanti articoli scritti da illustri studiosi, alcuni dei quali possono leggersi sulla rivista «Nuovi Lavori» del 7 luglio scorso. Da parte mia, non essendo in grado di scendere così in profondità, mi permetterò di tentarne una sintesi, utilizzando i brani che mi hanno particolarmente colpito e cercando di collegarli tra loro. Farò questo in tre successivi articoli dei quali il primo affronterà i primi due capitoli, il secondo il 3° e il 4°, e il terzo il 5° e la conclusione.
Mi spinge a ciò l’intenzione di convincere così i lettori e le lettrici, incuriositi dai brani dell’enciclica citati, a leggere il testo completo, specie per il contesto dai quali ho estrapolato le singole frasi. Altri avrebbe potuto scegliere altri brani secondo la propria sensibilità. So bene che forse è un modo scorretto di approcciarmi ad un testo così importante, ma mi auguro che giovi allo scopo.
Nel suo incipit il Papa invita la Chiesa a collaborare con tutti gli uomini e donne di buona volontà per edificare nel bene la società presente e futura. Di fronte a questo compito prospetta due icone bibliche: la torre di Babele, per la cui edificazione la tracotanza dei costruttori produsse la confusione delle lingue e la discordia e l’incomprensione tra loro, e l’opera paziente di Neemia nel riedificare, con la pacifica collaborazione dei suoi compagni, le mura di Gerusalemme distrutte dai Babilonesi.
Di fronte alla necessità di costruire una società umana rispettata dall’invadenza delle nuove tecnologie, il Papa invita a seguire l’esempio di Neemia, così esprimendosi: «Infine, edificare nel bene domanda un linguaggio evangelico. Evitiamo parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie. Non benediciamo entusiasmi ingenui, non alimentiamo paure sterili. Piuttosto, indichiamo criteri di discernimento – dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace – e traduciamoli in prassi: progettazione responsabile, valutazioni dʼimpatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace» (paragrafo 14).
La dignità umana, «mostrata nella sua pienezza in Cristo», è salvaguardata «rimettendo Dio allʼorizzonte del nostro agire e lʼessere umano al centro delle nostre scelte. Allora le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata dʼangolo, e sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove lʼamore e la verità finalmente sʼincontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr. Sal 85,11)» (paragrafo 16 [grassetti redazionali in questa e nelle successive citazioni, N.d.R.]).
Terminata così l’Introduzione, il Papa comunica di voler ripercorrere l’evolversi della Dottrina Sociale della Chiesa, senza indebite ingerenze politiche, ma perché la Chiesa cammina con l’umanità orientandola alla luce del Vangelo: «La storia è perciò uno dei luoghi in cui la Chiesa si lascia istruire dallo Spirito sulla portata umanizzante del Vangelo e impara a declinare il proprio insegnamento a servizio della dignità di ogni persona e del bene dei popoli» (paragrafo 22).
Seguendo le indicazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II e dei pontefici che lo hanno promosso e attuato sino a lui, il Papa afferma l’importanza delle scienze sociali per aiutare l’umanità ad affrontare le sfide che sempre le nuove tecnologie pongono: «È da qui che scaturisce la funzione propria della Dottrina Sociale, che non pretende di sostituirsi alle responsabilità della politica e delle istituzioni, ma si offre come sostegno al discernimento comune, aiutando a riconoscere e promuovere ciò che serve alla dignità delle persone, alla vitalità delle comunità e al bene di tutti» (paragrafo 24).
La Dottrina Sociale della Chiesa dev’essere intesa come «discernimento comunitario»: «La comprensione della verità come dono da condividere e non come possesso da rivendicare libera la Chiesa dalla tentazione di rimpiangere forme di presenza fondate sul potere» (paragrafo 25).
Alla luce poi dell’insegnamento di San Giovanni Paolo II e di Papa Francesco si afferma: «San Giovanni Paolo II invitava a guardare con sincerità ai tempi in cui si è ceduto a “metodi di intolleranza e persino di violenza nel servizio alla verità”, [16] per ritrovare la via evangelica dellʼannuncio mite e della verità che non si impone. Sulla stessa scia, ho ribadito che la Chiesa “non vuole alzare la bandiera del possesso della verità”, [17] perché la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere. Questa stessa prospettiva è stata riassunta da Papa Francesco nelle note parole secondo cui “il tempo è superiore allo spazio”: [18] non conta anzitutto occupare spazi di potere o presidiare roccaforti culturali, ma avviare processi di bene e lasciarli maturare; così la verità del Vangelo non si impone dallʼalto, ma cresce nel tempo, dentro lʼintreccio concreto delle vite, delle comunità e delle culture. È una verità che non teme la diversità, ma la accoglie e la ordina; che non elimina i conflitti, ma li trasfigura; che ricompone ciò che la storia tende a disperdere. Da qui anche lʼimmagine del poliedro, una figura dalle molte facce, nelle quali si riflette, da angolature diverse, la stessa verità del Vangelo [19]» (paragrafo 25).
Il Papa fa quindi presente il dovere della Chiesa di rispettare le realtà locali nello svolgersi della Dottrina Sociale: «La tensione feconda tra universalità della missione e radicamento locale appartiene intimamente alla vita della Chiesa» (paragrafo 26).
E segue: «Alla luce di quanto sin qui detto, la Dottrina Sociale della Chiesa appare nel suo volto più autentico: non un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario. Essa nasce dallʼincontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia, si lascia interrogare dai segni dei tempi; si alimenta del contributo delle scienze, delle culture e delle esperienze umane» (paragrafo 27).
Successivamente viene proposta una sintesi della storia della Dottrina Sociale della Chiesa, partendo da Leone XIII, passando per il Concilio Vaticano II, e pervenendo al Magistero recente dei Papi, a partire dal Concilio, ossia Giovanni XXIII e Paolo VI. Significativo il passaggio: «Per il nostro tempo, attraversato da conflitti diffusi e da nuove forme di interdipendenza globale, restano particolarmente significativi l’orizzonte universale del suo appello, il riferimento ai diritti umani come grammatica condivisa e la convinzione che la pace duratura richieda istituzioni e relazioni tra i popoli ispirate alla dignità di ogni persona» (paragrafo 33).
Così pure l’altro brano che segue: «In questo orizzonte si colloca anche la Dichiarazione Dignitatis Humanae, nella quale il Concilio riconosce che la libertà religiosa è un diritto fondamentale radicato nella dignità della persona, che devʼessere garantito dallʼordinamento giuridico perché nessuno sia costretto ad agire contro coscienza o impedito nel cercare e professare la verità in privato e in pubblico. [30] Questo principio, di grande rilevanza per il nostro tempo, continua a offrire alla Dottrina Sociale criteri decisivi per la tutela della persona e per la costruzione di società pluralistiche e pacifiche» (paragrafo 34).
Altrettanto significativo è il seguente brano in cui si dà un senso concreto alla pace tra i popoli di cui tanto sempre si parla: «Per la Dottrina sociale della Chiesa, il lascito più esigente di Paolo VI è proprio questo: finché nel mondo vi saranno popoli esclusi da uno sviluppo degno dellʼessere umano, la comunità cristiana non potrà accontentarsi di proclamare la pace in astratto, ma dovrà lasciare che il Vangelo giudichi, a partire da chi ne resta ai margini, quelle strutture economiche e politiche che, come avrebbe ricordato Giovanni Paolo II, possono diventare vere e proprie “strutture di peccato”, [34] perché nessuna persona e nessun popolo sia trattato come sacrificabile nei processi di sviluppo» (paragrafo 36).
Arrivando quindi al Magistero di San Giovanni Paolo II, si osservano, tra gli altri, i seguenti passaggi significativi: «Il lavoro non è considerato solo un problema da gestire o un mezzo per ottenere reddito, ma un bene fondamentale per la persona, principio dellʼattività economica e chiave dellʼintera questione sociale» (paragrafo 37). «Denuncia inoltre meccanismi economici, finanziari e commerciali che, gestiti dai Paesi più forti, favoriscono strutturalmente i loro interessi e soffocano le economie più deboli, e chiede che siano sottoposti anche a un serio giudizio etico, non solo tecnico” (paragrafo 38).
Concludendo su San Giovanni Paolo II, un brano significativo è il seguente: «San Giovanni Paolo II rilancia il messaggio di Pio XII secondo cui la Chiesa può apprezzare la democrazia nella misura in cui garantisce la partecipazione effettiva dei cittadini, consente di scegliere e sostituire pacificamente i governanti e impedisce che il potere sia monopolizzato da élite ristrette mosse da interessi particolari o ideologici [40]» (paragrafo 39).
Rispetto a Papa Benedetto XVI, si affronta il tema della globalizzazione e dei suoi aspetti positivi e negativi. Per quelli negativi così si esprime: «Constata però che nei Paesi ricchi si formano nuove categorie di poveri e si moltiplicano forme inedite di esclusione, mentre nelle regioni più povere piccoli gruppi vivono in un benessere consumistico che convive con situazioni di miseria disumanizzante» (paragrafo 40).
E così conclude: «La novità del suo contributo [di Benedetto XVI] sta nel mostrare che sviluppo, giustizia, istituzioni e mercato non sono realtà neutre, ma luoghi in cui la carità nella verità deve prendere forma storica» (paragrafo 41).
Viene quindi introdotto il Magistero di Papa Francesco: «Il Magistero sociale di Papa Francesco si sviluppa nella linea della Gaudium et spes, che invita a guardare la storia a partire dalle ferite e dalle speranze delle persone e a metterle in dialogo con il Vangelo. Questo orientamento emerge con particolare chiarezza in Evangelii gaudium, dove si afferma che lʼannuncio cristiano ha unʼintrinseca dimensione sociale e si invoca una Chiesa capace di ascoltare il grido dei poveri, dei migranti e delle vittime delle nuove schiavitù. In tale prospettiva, si colloca anche lʼinsistenza di Francesco su una Chiesa sinodale, una Chiesa che “cammina insiemeˮ, che cerca di leggere i segni dei tempi alla luce del Vangelo e si lascia evangelizzare dai poveri con cui condivide la storia [47]» (paragrafo 42).
Accennando poi all’enciclica Laudato si’, così ne sintetizza l’importanza: «In Laudato si’ Francesco offre la prima grande elaborazione sistematica della crisi ambientale in una Enciclica sociale, mostrando che essa non è una questione settoriale, ma lʼaspetto ecologico della crisi socio-economica contemporanea» (paragrafo 43).
«Di fronte alla disgregazione del tessuto sociale, alla “guerra mondiale a pezziˮ, alla globalizzazione individualista e alle conseguenze della pandemia sui legami comunitari, Francesco rilancia in Fratelli tutti il sogno di unʼumanità che sappia scegliere lʼamicizia sociale e la fraternità universale». «Con Dilexit nos, infine, mostra che questi grandi impegni sociali non sono separabili dal rapporto personale con Cristo» (paragrafo 44).
Dopo avere evidenziato i fondamenti teologici della Dottrina Sociale della Chiesa, il Papa scende quindi ad approfondirne i princìpi, che si esprimono: nel bene comune, nella destinazione universale dei beni, nella sussidiarietà, nella solidarietà e nella giustizia sociale.
A proposito della sussidiarietà, afferma tra l’altro: «Il principio di sussidiarietà vale in modo particolare nel contesto della rivoluzione digitale. Qui il livello superiore non è lo Stato, ma ogni grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle condizioni della vita comune. Il livello che assorbe competenze, dati e capacità decisionale è costituito da aziende e piattaforme, che definiscono condizioni di accesso, regole di visibilità, forme di relazione e perfino opportunità economiche. La sussidiarietà chiede che tali processi non si impongano dallʼalto in modo opaco e unilaterale, ma siano orientati al bene comune mediante trasparenza, responsabilità e forme reali di partecipazione (verifiche indipendenti, trasparenza sugli algoritmi, accesso equo ai dati, strumenti di ricorso) [96]» (paragrafo 71).
Passa poi a puntualizzare il concetto di «sviluppo umano integrale», riferito a «tutto l’uomo», ad ogni uomo e ad ogni popolo (paragrafo 82). «Perciò non è umano uno sviluppo che aumenta il consumo di alcuni scaricando costi e ferite su altri» (paragrafo 83).
Lo sviluppo umano integrale comprende anche l’ecologia integrale, la quale è «divenuta una dimensione imprescindibile della Dottrina Sociale della Chiesa» (paragrafo 84).
Sullo sviluppo integrale influiscono le nuove tecnologie: «Contribuiscono davvero a far crescere persone e popoli in umanità e fraternità, nel rispetto della Casa comune e delle generazioni future?» (paragrafo 85).
Questa parte si conclude con la coniugazione dei cinque princìpi all’interno della Chiesa perché essa sia credibile al mondo.
Concludendo, in questi primi due capitoli, il Pontefice, nel dichiarare che la Dottrina Sociale della Chiesa si svolge alla luce del Vangelo, chiarisce però come esso vada vissuto incarnandolo nella storia e la Dottrina Sociale che ne deriva si avvalga del contributo delle scienze umane. Ciò permette di enuclearne i princìpi fondamentali, ai quali si ispirano pure i diritti umani.
(1-continua)
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