«Sono Pinocchio – scrive Claudio Imprudente nella sua rubrica “Pensiero Imprudente” -, quel burattino che ha scombinato i piani delle persone e delle realtà che mi hanno circondato durante le mie avventure. Anch’io sono andato a scuola come tutti i bambini, ma ero un po’ diverso. Ma io, Pinocchio, non voglio più una scuola che incoraggi solo la competizione. Voglio una scuola che ci accompagni verso la felicità, perché la felicità va a braccetto con la libertà»

Eccomi qui, salto fuori dalle mani di Geppetto, il falegname più famoso del mondo, dopo San Giuseppe. Ho avuto un padre fantastico, in tutti i sensi: un genitore, un maestro e un pedagogo. Del resto non era facile avere un figlio come me, nato da un pezzo di legno.
Ah, dimenticavo di presentarmi, ma sicuramente lo avrete intuito: mi chiamo Pinocchio. Il mio nome deriva proprio dall’albero di pino, perché sul suo tronco ci sono dei nodi che sembrano degli occhi.
Sì, sono proprio quel burattino che ha scombinato i piani delle persone e delle realtà che mi hanno circondato durante le mie avventure.
Anch’io sono andato a scuola come tutti i bambini, ma ero un po’ diverso.
Del resto, la scuola è un posto dove tutti dovrebbero avere la possibilità di far emergere le proprie capacità. Invece è uno specchio che riflette i valori culturali della nostra società, dove i cosiddetti “diversi” vengono obbligati a rientrare il più possibile nella norma e anche ad imparare le nozioni che per la società sono utili.
Ma la mia domanda è: «È più importante imparare a memoria le gesta di Napoleone, oppure imparare ad essere persone consapevoli, libere e avere una vita autonoma e indipendente?». Ma soprattutto: «Questo chi me lo dovrebbe insegnare, la scuola o altre figure educative?». È una domanda che è nella mia testa, da quando Geppetto mi ha creato.

In fondo, mi sento come se dovessi percorrere una strada che è già indirizzata da Google Maps per rientrare nei canoni dell’esistenza, ma sono nato burattino, da un papà falegname! Che ci posso fare?!
Che ci posso fare se proprio questa diversità, che mi contraddistingue, mi spinge a essere curioso e a ricercare nuove esperienze che rispondano ai miei dubbi e alle mie domande?
Al contrario, mi sembra che la scuola odierna non sempre mi accetti per quello che sono, che non voglia supportare questa mia identità, impedendomi di spiccare il volo.
È davvero una scuola, quella che insegna a bambini e ragazzi a rispettare dei programmi prestabiliti? Che non apre i propri confini alle questioni portate avanti dalla collettività, dalle persone “diverse” e marginalizzate, tutte quelle che vogliono attivarsi ed essere libere?
Sarebbe bello se la scuola non solo promuovesse l’idea di inclusione, che è utopica, ma anche quella di partecip-AZIONE che, come dice la parola stessa, implica un’azione, non solo da parte del contesto che include, ma anche dalla persona stessa che ha desiderio di partecipare.
Questo lo dico perché le mie diversità, le mie difficoltà, le mie lotte possono essere comuni e condivise per il benessere di tutta l’umanità.
Io, Pinocchio, non voglio più una scuola che incoraggi solo la competizione. Voglio una scuola che ci accompagni verso la felicità, perché la felicità va a braccetto con la libertà.
Tutte queste suggestioni sono frutto dei princìpi e dei valori che mi ha trasmesso il mio papà Geppetto e sarebbe bello se anche la scuola promuovesse questo tipo di pensiero, ponendosi in dialogo costante con tutte le persone, promuovendo la cooperazione e la ricerca di possibilità per creare un mondo più accogliente.
Concludo con le parole di una delle canzoni che più amo, La libertà (1972) di Giorgio Gaber: «La libertà non è star sopra un albero / Non è neanche il volo di un moscone / La libertà non è uno spazio libero / Libertà è partecipazione […]».
E voi, vi sentite liberi e felici? Scrivete a [email protected] oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.
*Il presente contributo è già apparso nella testata «Messaggero di sant’Antonio», con il titolo “Pinocchio tra i banchi di scuola” e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.
Pensiero Imprudente
Dalla fine del 2022 Claudio Imprudente è divenuto una “firma” costante del nostro giornale, con uno spazio fisso che abbiamo concordato assieme di chiamare Pensiero Imprudente, grazie al quale sta impreziosendo le nostre pagine, condividendo con Lettori e Lettrici il proprio sguardo sull’attualità.
Persona già assai nota a chi si occupa di disabilità e di tutto quanto ruota attorno a tale tema, Claudio Imprudente è giornalista, scrittore ed educatore, presidente onorario del CDH di Bologna (Centro Documentazione Handicap) e tra i fondatori della Comunità di Famiglie per l’Accoglienza Maranà-tha. All’interno del CDH ha ideato, insieme a un’équipe di educatori e formatori specializzati, il Progetto Calamaio, che da tantissimi anni propone percorsi formativi sulla diversità e l’handicap al mondo della scuola e del lavoro. Attraverso di esso ha realizzato, dal 1986 a oggi, più di diecimila incontri con gli studenti e le studentesse delle scuole italiane. In qualità di formatore, poi, è stato invitato a numerosi convegni e ha partecipato a trasmissioni televisive e radiofoniche.
Già direttore di una testata “storica” come «Hp-Accaparlante», ha pubblicato libri per adulti e ragazzi, dalle fiabe ai saggi, tra cui Una vita imprudente. Percorsi di un diversabile in un contesto di fiducia, Da geranio a educatore. Frammenti di un percorso possibile, entrambi editi da Erickson e il più recente Scritti imprudenti. Idee e riflessioni intorno alla disabilità (La Meridiana).
Ha collaborato e collabora con varie riviste e testate, come il «Messaggero di Sant’Antonio», per cui cura da anni la rubrica “DiversaMente”. Il 18 Maggio 2011 è stato insignito della laurea ad honorem dall’Università di Bologna, in Formazione e Cooperazione.
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