«Saper cooperare a scuola – scrive Luca Grecchi – avvantaggerebbe davvero tutti, dagli studenti, che guadagnerebbero libertà di espressione, ai genitori, che potrebbero condividere in modo più partecipato i processi di apprendimento dei figli, ai docenti stessi, che potrebbero svolgere meglio la loro funzione educativa. Ma solo un insegnante umile, caratterizzato da rispetto e cura verso studenti, famiglie e colleghi, può agevolare quei processi cooperativi di apprendimento volti a creare comunità»
In un mio precedente articolo su queste stesse pagine (Solo la cooperazione può agevolare a scuola un ambiente inclusivo), mi ero soffermato sulla necessità di utilizzare maggiormente, nel percorso educativo scolastico, modalità di tipo cooperativo anziché competitivo, rispetto a quanto oggi quasi sempre viene fatto. Solo la creazione di comunità, che si ottiene appunto realizzando collaborazione per finalità buone, consente infatti di agevolare, a scuola come in ogni altro àmbito, l’inclusione, ovvero la partecipazione di tutti su base di uguaglianza.
Le tesi ivi esposte, considerando i commenti che mi sono finora giunti, non hanno trovato obiezioni sostanziali. Ne deduco che, probabilmente, si è per lo più convinti del fatto che la cooperazione, nel processo di apprendimento, sia preferibile alla competizione individuale, anche per agevolare l’inclusione.
Mi sono state rivolte, tuttavia, due osservazioni. Alcuni docenti hanno rimarcato infatti come, a loro avviso, la competizione stimoli a creare i migliori professionisti dopo la scuola, quelli cui ci rivolgeremo un domani per i nostri bisogni. A questo proposito vorrei però ricordare che nella scuola dell’obbligo, a cui quell’articolo principalmente si riferiva, gli studenti sono giovani e hanno tempo davanti per acquisire questo tipo di preparazione; una preparazione che non è detto, per altro, venga favorita dall’abitudine a competere più che da quella a cooperare. La scuola dell’obbligo, inoltre, non dovrebbe promuovere tanto le attitudini professionali dei futuri lavoratori, quanto lo sviluppo educativo dei futuri cittadini in senso comunitario. Per questo i docenti hanno un importante compito sociale, oltre che formativo ed etico.
Una seconda osservazione – in quello che auspico possa essere, anche in futuro, un dialogo costruttivo con le varie voci della scuola – ha invece fatto emergere una sostanziale diffidenza circa la “democrazia” in classe, che una visione comunitaria dell’attività educativa necessariamente sottintende. Il timore espresso è che la “democrazia” possa andare a discapito dell’“autorità” dei docenti. Mi chiedo tuttavia, malgrado effettivamente la struttura della scuola non nasca democratica, per quale motivo una cooperazione ben coordinata dovrebbe mettere in discussione l’autorevolezza di chi insegna. Un docente autorevole (non autoritario), ovvero che conosca ciò che deve insegnare e come farlo tenendo conto della specificità di ogni allievo, non ha bisogno di rimarcare continuamente il proprio potere. Gli studenti comprendono infatti facilmente chi, tra i propri insegnanti, sa favorire il loro bene, e tendono a seguirlo in maniera spontanea.
Penso inoltre, in merito, che saper cooperare a scuola avvantaggerebbe davvero tutti, dagli studenti, che guadagnerebbero libertà di espressione, ai genitori, che potrebbero condividere in modo più partecipato i processi di apprendimento dei figli, ai docenti stessi, che potrebbero svolgere meglio la loro funzione educativa.
Per insegnare ai propri allievi a cooperare occorre tuttavia, appunto, saper porre in secondo piano, con umiltà, il potenziale autoritarismo insito nel proprio ruolo. Dato che l’umiltà costituisce una virtù per ogni essere umano e favorisce i rapporti sociali, essa andrebbe maggiormente praticata anche nei contesti scolastici. Solo, infatti, un insegnante umile, caratterizzato da rispetto e cura verso studenti, famiglie e colleghi, può agevolare quei processi cooperativi di apprendimento volti a creare comunità. Il docente che si pensa invece autoritariamente come un “giudice monocratico”, incaricato non di formare persone, ma di stilare classifiche di “sommersi e salvati”, risulta senza dubbio dannoso.
La struttura della personalità di un insegnante non è, in effetti, un dettaglio marginale nel processo educativo, ma un elemento fondamentale. Troppi episodi scolastici, segnalati soprattutto da genitori di figli con disabilità, lasciano però purtroppo ritenere che questo aspetto sia, ancora oggi, molto trascurato nelle procedure di selezione del corpo docente, nonché di successivo controllo dei comportamenti tenuti in aula. Ci torneremo prossimamente, ma ora soffermiamoci sul fatto che, in generale, un atteggiamento educativo umile favorisce l’apprendimento.
Un docente umile, innanzitutto, è una persona consapevole dei propri limiti, non autocentrata, priva del bisogno compensativo di dover rimarcare sempre il proprio status, che pertanto sa abbassare le sue barriere difensive nei rapporti con gli altri, rendendo il dialogo con le persone più costruttivo, a beneficio di tutti. Un docente umile non ha bisogno, inoltre, di “dividere” i propri studenti per “dominarli”, ma sa, al contrario, che realizzare il loro bene significa unirli, ovvero lasciarli apprendere facendoli cooperare. Collaborando per un fine buono, infatti, il gruppo classe si aggrega in maniera comunitaria, e può dunque affrontare in modo coeso le questioni culturali più importanti, che sono poi quelle che la scuola dovrebbe proporre, facendo sì che si possa arrivare tutti insieme, ciascuno dando il proprio contributo, all’elaborazione migliore delle stesse. I grandi problemi del mondo, del resto, si risolvono solo cooperando, non agendo ognuno per proprio conto, sperando ciascuno di cavarsela. Ciò non è quasi mai detto dall’attuale società individualista, ma funziona così da sempre, e per sempre così funzionerà, poiché i maggiori problemi umani sono collettivi, ovvero riguardano tutti, per cui possono essere risolti solo in modo collettivo, ossia con la collaborazione di tutti.
Instaurando una dialettica comunitaria a scuola, faremo forse perdere tempo agli studenti più dotati, obbligandoli a rallentare per dare una mano agli altri? Oppure, in tal modo, li aiuteremo a maturare, nonché a migliorare il mondo, creando una società più inclusiva, in cui anche chi è in difficoltà possa crescere insieme a tutti, senza sentirsi uno scarto? Per il poco che vale la questione, il migliore, in ogni aula scolastica, anche universitaria, non è mai, a mio avviso, chi riesce a elaborare da solo la risposta giusta a una domanda, tenendosela per sé fino alla verifica, ma, al contrario, chi mette ogni proposta di soluzione in comune, facendola fruttare nel dialogo. Il sapere, infatti, trattenuto avidamente come in un forziere, non dà frutto, così come non ne dà il chicco di grano che non viene unito agli altri elementi della natura. Oggi invece, purtroppo, le modalità di apprendimento in prevalenza nella scuola, incoraggiano ciascuno a pensare solo al proprio presunto vantaggio, in maniera, tuttavia, miope, per i singoli come per la comunità.
Il passaggio a un processo educativo maggiormente cooperativo dovrebbe, per produrre il migliore risultato, essere avviato sin dalla scuola primaria. Se infatti, sin da quando sono piccoli, ai bambini si lasciano introiettare solo modelli di trasmissione passiva del sapere, e di conseguente valutazione competitiva delle conoscenze, difficilmente potrà poi partire da loro, negli altri àmbiti della vita sociale, la costruzione di inclusive modalità comunitarie.
Ai docenti che adottano questo metodo di insegnamento si dovrebbe, pertanto, ricordare che già Platone, nel Simposio, argomentava che il passaggio del sapere da una persona all’altra non avviene come il passaggio dell’acqua da un vaso all’altro, attraverso un filo di lana imbevuto (la lezione). A scuola si affrontano infatti contenuti educativi complessi, che vanno elaborati insieme per poter essere realmente interiorizzati. La scuola non può quindi limitarsi a dare informazioni da memorizzare, come fa la biglietteria di una stazione. Il vero sapere è insieme razionale e morale, per cui può costruirsi solo nel dialogo partecipato. La conoscenza autentica richiede in effetti, per poter essere fatta propria, compartecipazione emotiva ai temi culturali, dunque condivisione con insegnanti che siano anche buoni riferimenti etici, ovvero persone disposte a porsi davvero al servizio del bene degli studenti.
Modalità di apprendimento cooperative, se attuate, possono favorire l’inclusione di tutti anche nella futura vita sociale, dato che l’educazione è necessariamente un atto politico, come già sapevano i grandi filosofi antichi. La comunità è tuttavia, oggi, osservata con sospetto dal potere. Così è in quanto bambini che imparano sin da piccoli, con umiltà, a cooperare senza escludere nessuno, anzi avendo cura dei più fragili, interiorizzano modalità di vita che poi, da adulti, rischiano di risultare incompatibili con le strutture individualistiche dell’attuale modo di produzione sociale.
Anche per questo è difficile che quanto qui proposto possa trovare, in tempi brevi, attuazione. Una volta si diceva, però, che ciò che non è sul giornale non esiste, per cui non se ne può nemmeno parlare. Ecco: ora questa cosa è sul giornale, per cui se ne può, almeno, (ri)cominciare a parlare.
*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca ([email protected]), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.
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