Sperare nell’autista “buono”? No, c’è in gioco la libertà di movimento

di Claudio Calligaris*
«È necessario – scrive Claudio Calligaris, segnalando alcuni episodi di persone con disabilità lasciate a terra dagli autobus a causa dei loro ausili – un intervento a livello nazionale che adegui la normativa e garantisca a tutti il diritto a muoversi liberamente. L’attuale dicitura è infatti troppo restrittiva, consentendo di fatto il trasporto pubblico solo alle carrozzine in autospinta (e neppure a tutte), quando la motorizzazione delle carrozzine stesse è oramai, fortunatamente, diffusissima e dà a tante persone una grande autonomia»
Autobus del trasporto pubblico di Udine
Un autobus del trasporto pubblico di Udine

Un socio della nostra Associazione [Associazione Tetra-Paraplegici del Friuli-Venezia Giulia, N.d.R.] è stato lasciato a terra! Gli è stato cioè negato l’accesso a un autobus del Trasporto Pubblico Regionale perché si muoveva con una carrozzina motorizzata, il Triride, per capirsi.
Il motivo sta in un regolamento dell’azienda che, richiamandosi a direttive nazionali sul trasporto pubblico, esclude le sedie a rotelle la cui forma, altezza o dimensioni non consentano l’aggancio sicuro delle cinture di ritenuta; esclude sempre gli scooter elettrici e i dispositivi assimilabili; esclude infine le sedie a rotelle o i dispositivi che, insieme al peso della persona e di eventuali apparecchiature mediche collegate, superino complessivamente i 300 chili.
Non è un episodio isolato. Mesi fa un altro nostro socio si è visto rifiutare la salita perché l’autista non era “abilitato” alla manovra della rampa: a una persona è stato dunque impedito di viaggiare non per un suo limite, ma per una lacuna nella formazione di chi guidava.
Di fatto, esci di casa e, per prendere l’autobus, devi sperare nell’autista “buono”. È una situazione inaccettabile: andare al lavoro, a una visita medica, a trovare un amico non può dipendere dalla fortuna di incontrare la persona giusta. Le norme devono essere uniche, chiare e non lasciate alla discrezione di ciascun trasportatore. Ma devono essere anche congrue. Sostenere che non si può salire sugli autobus in carrozzina motorizzata perché la si equipara a uno scooter elettrico è un azzardo, se non un errore grossolano. È pertanto necessario, e non più rinviabile, un intervento a livello nazionale che adegui la normativa e garantisca a tutti il diritto a muoversi liberamente. L’attuale dicitura è infatti troppo restrittiva: di fatto consente il trasporto pubblico solo alle carrozzine in autospinta (e neppure a tutte), quando la motorizzazione è oramai, fortunatamente, diffusissima e dà a tante persone una grande autonomia. Impedirne l’uso significa fare un salto indietro di decenni.
Tutto questo, probabilmente, in nome della “sicurezza” e dell’ingombro. Ma chi afferma che il Triride è uguale a uno scooter elettrico, siamo sicuri che ne abbia mai visto uno? E un passeggino doppio per gemelli, quanto ingombra? Si può forse agganciare con le cinture? Eppure nessuno lo lascia a terra. E allora perché gli scooter sotto i 300 chili non dovrebbero poter salire?
Non si tratta di un dettaglio burocratico: qui è in gioco la libertà di movimento, e con essa il lavoro, la salute, la vita sociale di molte persone.
C’è ancora tantissimo da fare perché il diritto alla mobilità di tutti diventi finalmente realtà, e non resti un’affermazione di principio smentita alla prima fermata.

*Presidente dell’Associazione Tetra-Paraplegici del Friuli-Venezia Giulia.

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