“Pensiero Imprudente”: restare a bocca aperta

«Il/la badante – scrive Claudio Imprudente nella sua rubrica “Pensiero Imprudente” – fa assistenza oppure dà importanza alla persona e al suo Progetto di Vita? Perché se è così, è necessario cambiare formalmente tipologia di contratto a quelli che assistono al Progetto di Vita, migliorandone le condizioni lavorative e riconoscendone una maggiore dignità. Vorrebbe dire supportare un cambio di paradigma a livello culturale che rafforzerebbe l’autodeterminazione, decentrando quello che si definisce come Progetto di Vita dai concetti di mera assistenza e cura»
Claudio Imprudente
Claudio Imprudente, che cura per Superando la rubrica “Pensiero Imprudente”

Spesso la gente, quando mi vede in compagnia di una persona che spinge la carrozzina, mi chiede se l’accompagnatore/trice in questione sia il/la badante.
Molto bene! Ragioniamoci su un momento… La parola “badante” è proprio il participio presente del verbo “badare”, che ho scoperto derivare dal latino medievale batare, cioè “stare a bocca aperta”. Un fatto davvero curioso perché questa azione può essere riconducibile sia allo sbadiglio che ad una manifestazione di meraviglia.
Uno sbadiglio è infatti un riflesso che si manifesta quando dovremmo prestare attenzione a qualcosa, ma è come se ci venisse sonno; però restare a bocca aperta può essere, come accennavo prima, una manifestazione di meraviglia; così, il termine batare ha acquisito nel tempo anche il significato di “guardare con stupore”, assumendo varie sfumature di significato tra cui quella di indugiare.
Infatti, come si può leggere nell’Enciclopedia Treccani, la parola “indugiare” significa “trattenersi, perder tempo” e la parola badare anche “far caso, dare importanza a cosa o persona”.

Tutto questo per sollevare un paio di riflessioni: l’etimo, ormai non più in uso, di “indugiare” è diventato consueto di fare attenzione/assistere, un’azione generalmente di competenza del/della badante; la seconda considerazione riguarda un dubbio che vi pongo: il/la badante fa assistenza oppure dà importanza alla persona e al suo Progetto di Vita?
Nel giugno scorso ho partecipato come relatore al panel sulla vita indipendente dell’evento ExpoAID 2026, organizzato a Rimini dalla ministra per le Disabilità Locatelli. Tra i vari interventi mi ha colpito quello di Christopher Castellini, una persona con disabilità che svolge la professione di “illusionista della mente”, secondo il quale coloro che accompagnano le persone con disabilità nel loro Progetto di Vita non possono essere considerati/e semplici badanti, persone che nel nostro Paese hanno un contratto di lavoro domestico come “assistente personale”.
Il Progetto di Vita è un salto di qualità: oltre all’assistenza, che è necessaria, c’è tutto un altro aspetto che è quello di valorizzare le capacità delle persone con disabilità, tramite il supporto di tutti quei promotori d’inclusività che collaborano alla realizzazione del loro progetto.
Cambiare formalmente tipologia di contratto a quelli che assistono al Progetto di Vita, migliorandone le condizioni lavorative e riconoscendone una maggiore dignità, significa supportare un cambio di paradigma a livello culturale che avvalora e rafforza l’autodeterminazione, cioè le scelte personali di ciascuna persona con disabilità.
Tutto ciò comporta una rivoluzione dal punto di vista politico, perché decentra quello che si definisce come Progetto di Vita dai concetti di mera assistenza e cura.

Tutto questo è un pensiero che si sta sviluppando in questo periodo nel nostro Bel Paese. Non è facile fare un ragionamento culturale e politico, ma credo che sia l’unica strada per affrontare meglio questo processo, sia da parte delle Associazioni di categoria, sia dei singoli protagonisti del progetto che devono lottare per il cambiamento.
So bene che non è semplice, perché c’è tutto un discorso di informazione che rema al contrario, togliendo importanza alle risorse destinate al Progetto di Vita.
Spero dunque che questa riflessione sia utile per “stare a bocca aperta”, indugiando e dando importanza alle persone e contribuendo al cambiamento.
E voi, date importanza alle persone? Scrivete a [email protected] oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.

*Il presente contributo è già apparso nella testata «Messaggero di sant’Antonio», con il titolo “Restare a bocca aperta!” e viene qui ripreso con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.

Pensiero Imprudente
Persona ben nota a chi si occupa di disabilità e di tutto quanto ruota attorno a tale tema, Claudio Imprudente è giornalista, scrittore ed educatore, presidente onorario del CDH di Bologna (Centro Documentazione Handicap) e tra i fondatori della Comunità di Famiglie per l’Accoglienza Maranà-tha. All’interno del CDH ha ideato, insieme a un’équipe di educatori e formatori specializzati, il Progetto Calamaio, che da tantissimi anni propone percorsi formativi sulla diversità e l’handicap al mondo della scuola e del lavoro. Attraverso di esso ha realizzato, dal 1986 a oggi, più di diecimila incontri con gli studenti e le studentesse delle scuole italiane. In qualità di formatore, poi, è stato invitato a numerosi convegni e ha partecipato a trasmissioni televisive e radiofoniche.
Già direttore di una testata “storica” come «Hp-Accaparlante», ha pubblicato libri per adulti e ragazzi, dalle fiabe ai saggi, tra cui Una vita imprudente. Percorsi di un diversabile in un contesto di fiducia,  Da geranio a educatore. Frammenti di un percorso possibile, entrambi editi da Erickson e il più recente Scritti imprudenti. Idee e riflessioni intorno alla disabilità (La Meridiana), oggetto, quest’ultimo, della presentazione del 7 ottobre.
Ha collaborato e collabora con varie riviste e testate, come il «Messaggero di Sant’Antonio», per cui cura da anni la rubrica “DiversaMente”. Il 18 maggio 2011 è stato insignito della laurea ad honorem dall’Università di Bologna, in Formazione e Cooperazione.
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