Il baskin e lo sport che cambia per far giocare tutti, ovvero essere necessari, non soltanto accolti

di Antonio Pio Piazzolla*
Nel baskin (“basket inclusivo”) persone con e senza disabilità, uomini e donne, giocano nella stessa squadra grazie a regole che attribuiscono a ciascuno un ruolo nel risultato. In questo nostro approfondimento, Antonio Bodini, presidente dell’Associazione Baskin, ne spiega il principio, il valore sociale e le questioni ancora aperte
Monfalcone, giugno 2026, finali del Campionato Nazionale di baskin
Tutto esaurito, nel giugno scorso, al Palazzetto di Monfalcone, per le finali del Campionato Nazionale di baskin

Cosa accadrebbe se, invece di chiedere alle persone di adattarsi allo sport, fosse lo sport ad adattarsi alle persone? Il baskin prova a rispondere sul campo. Il pallone e i canestri standard ricordano la pallacanestro, ma ci sono anche canestri laterali più bassi, spazi protetti e ruoli differenti. Le regole non pretendono che tutti abbiano le stesse capacità: prendono sul serio quelle differenze per consentire a ciascuno di incidere sulla partita.
Nato a Cremona nei primi Anni Duemila, il baskin – “basket integrato” – permette a persone con e senza disabilità, uomini e donne, di giocare nella stessa squadra. Non è soltanto un’attività ricreativa: si disputano campionati territoriali e nazionali, oltre a tornei internazionali. Il suo elemento distintivo è il regolamento, che modifica materiali, spazi e ruoli: i giocatori sono assegnati a ruoli da 1 a 5 in base alle competenze motorie e, nei casi previsti, è possibile l’intervento di un tutor.

Non basta soltanto aprire la porta
Quando si parla di inclusione, spesso si comincia dall’accesso: poter entrare in palestra, partecipare all’attività, indossare la maglia di una squadra. Ma essere presenti non equivale necessariamente a poter contribuire. Abbiamo contattato Antonio Bodini, presidente dell’Associazione Baskin, che spiega perché per questa disciplina non basti far giocare insieme persone differenti: «Per rendere inclusivo uno sport, il baskin per esempio, bisogna non solo accogliere tutte le possibili funzionalità arrivando ad aprirsi anche verso quelle più severe, ma occorre anche che tutte le funzionalità presenti abbiano il potere d’azione di arrivare all’obiettivo finale che è quello di fare canestro. Il conferimento del potere d’azione si ottiene grazie al regolamento che riconosce che i punti di partenza non sono uguali per tutti. Per questo a un giocatore con tetraparesi spastica non si può chiedere di tirare a 3,05 metri con una palla tradizionale. Il regolamento gli consente di tirare in un canestro alto 1,10 metri con una pallina più piccola da una distanza inferiore. La codificazione nel regolamento è il riconoscimento condiviso che i due canestri valgono 3 punti entrambi, purché siano rispettate le prescrizioni regolamentari. Senza il regolamento condiviso questo riconoscimento non sarebbe tale».
Non si chiede dunque a tutti di superare una prova identica, ma di concorrere al punteggio attraverso possibilità di gioco riconosciute da un regolamento condiviso; l’uguaglianza del valore attribuito ai canestri non cancella le differenze di partenza bensì le considera.

Essere necessari, non soltanto accolti
L’inclusione, in questo modo, non è raccontata come una concessione di spazio da parte di chi ha maggiori possibilità motorie. Per vincere bisogna anche conoscere e valorizzare le capacità dei compagni ed è sul campo che possono incrinarsi pregiudizi più profondi; Bodini li descrive così: «Credo che ogni pregiudizio sia figlio di una scarsa conoscenza. Nel caso della disabilità il pregiudizio più frequente che sconfina nella paura, a volte, è che le persone con disabilità richiedano sacrificio e con loro non ci sia spazio per divertirsi. Entrando invece profondamente a contatto nella squadra di baskin, si scopre che tutti abbiamo bisogno dei punti degli altri per vincere e che in un clima di lotta condivisa che richiede i sacrifici di tutti da tutti possono arrivare le soddisfazioni anche da chi ha gravi disabilità. Soddisfazioni sportive a cui sottendono soddisfazioni umane. Quindi il principale pregiudizio sfatato è che con le persone con disabilità non ci si possa divertire».
Quest’ultima osservazione sposta l’attenzione dalla sola presenza delle persone con disabilità alla reciprocità: la competizione crea una responsabilità comune, e le soddisfazioni non appartengono a un solo gruppo di giocatori. Non si tratta di negare la fatica, ma di riconoscere che il divertimento e il risultato possono essere condivisi.
La partecipazione ha anche un volto concreto. Daniele Lucarelli, atleta del Baskin Senigallia, racconta che questa esperienza gli ha permesso di tornare a praticare sport dopo una lunga pausa: «Il baskin ha portato un cambiamento radicale nella mia vita». Per lui ha significato «ritrovare la possibilità di fare sport dopo quasi 25 anni di inattività fisica». Ricorda l’emozione della prima partita di campionato, vissuta con la responsabilità di dare il massimo per i compagni e le compagne, e la prima vittoria: «La prima vittoria, invece, è stata una grande soddisfazione condivisa, capace di far schizzare in alto l’umore di tutti e di darci ancora più entusiasmo e motivazione».

Il piacere di giocare che si trasmette
C’è poi il tema della diffusione. Bodini non propone una singola storia come emblema del baskin; insiste piuttosto su ciò che, a suo giudizio, accomuna molte esperienze. Anche per questo preferisce parlare del passaparola che nasce tra chi partecipa: «C’è la storia del baskin che attesta ciò che succede a chi lo pratica. Innanzitutto viene comunicato ai conoscenti il gusto di praticarlo. Questo piacere è contagioso e le squadre si moltiplicano. Se non fosse bello da giocare non crescerebbe in modo così contagioso. La storia del baskin ci dice che le persone che lo giocano non solo stanno bene, ma riescono a trasmettere agli altri questo stato d’animo tanto da indurli a provare. Non credo sia giusto invece citare un’esperienza piuttosto che un’altra. È corretto sottolineare la tendenza generale».
Quello del Presidente è un invito a non elevare una vicenda individuale a regola generale ed è anche un richiamo alla cautela nel raccontare l’inclusione, che non si esaurisce in una storia esemplare. Il racconto di Lucarelli, ad esempio, non pretende di rappresentare tutte le esperienze, ma aggiunge una voce dal campo: «Ho riscoperto il piacere dei muscoli doloranti la mattina dopo un allenamento, la soddisfazione di correre in campo e di riprendere in mano un pallone da basket dopo così tanto tempo», racconta, ricordando anche il piacere di stare insieme dopo gli allenamenti. E descrive i cambiamenti osservati nei suoi due anni di baskin: «In questi due anni ho assistito a trasformazioni incredibili nelle persone che mi circondano, vedendo conquistare abilità e raggiungere traguardi che magari, all’inizio, sembravano impossibili».

L’agonismo e le questioni ancora aperte
Adattare una disciplina non significa privarla dell’agonismo. Secondo il resoconto dell’EISI (Ente Italiano Sport Inclusivi), alla finale nazionale del giugno scorso, a Monfalcone (Gorizia), i Baskings Reggio Emilia hanno battuto Zio Pino Udine 90-88 con un canestro allo scadere: un risultato che testimonia la dimensione competitiva del baskin.
Il successo sul campo, tuttavia, non elimina ogni questione organizzativa. Bodini, interrogato sui principali ostacoli alla crescita, distingue infatti fra la voglia di giocare, che considera diffusa, e i rischi legati alla gestione del movimento: «Non vedo grandi ostacoli, mi sembra che praticare questo sport sia un bisogno condiviso. Più che di ostacolo parlerei di rischio e precisamente l’entusiasmo e il coinvolgimento affettivo che si vive giocando o allenando il baskin a volte fa pensare che i casi particolari della propria squadra abbiano un valore generale. Questo processo di forzata generalizzazione a volte spinge in direzioni che inducono confusione e rivendicazioni che vanno gestite. Da questo punto di vista servirebbe che accanto alla Disciplina Paralimpica Baskin ci fosse anche un’entità giuridica che la potesse gestire in proprio e che non fosse il CIP (Comitato Italiano Paralimpico). Ma questo, per ora, sembra che il diritto sportivo non lo consenta. D’altra parte le leggi le fanno gli uomini e si possono sempre migliorare per renderle sempre più aderenti alla realtà sportiva».
Il baskin, per altro, dispone già di un organismo di riferimento, che è il già citato EISI, riconosciuto dal CIP, che promuove e governa questa e altre discipline inclusive. L’auspicio di Bodini sembra quindi riguardare un’ulteriore autonomia giuridica specifica del baskin, distinta dall’assetto attuale. La possibilità di realizzarla resta una questione da chiarire sul piano normativo. Anche l’organizzazione dello sport, dunque, può richiedere regole capaci di evolversi.

E se il problema fosse anche nelle regole?
Il baskin non è una risposta universale a ogni questione di accessibilità, né tutte le discipline possono essere ripensate con lo stesso schema. Ma solleva una domanda che arriva oltre il parquet: quando qualcuno resta ai margini di una scuola, di un luogo di lavoro o di un’attività collettiva, quanto dipende dalle sue caratteristiche e quanto dalle regole con cui quell’ambiente è stato costruito? Qui l’inclusione è cominciata riscrivendo una parte del gioco. Il risultato non è uno sport nel quale le differenze scompaiono, ma una competizione che, per funzionare, ha bisogno che ciascuno possa contribuire.

*Giornalista pubblicista.

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