«Un insegnante di sostegno – scrivono Marta Frisenda e Riccardo Tosin – non può limitarsi a lavorare esclusivamente con alcuni alunni. Deve lavorare con tutta la classe. Perché i ragazzi “con Bisogni Educativi Speciali” e la classe non sono due entità diverse. Devono andare nella stessa direzione. E devono farlo insieme»

A volte l’insegnante di sostegno, nella scuola secondaria di primo grado, assomiglia a un esploratore all’avventura nella giungla. Non si aggira tra alberi giganti e belve feroci, ma tra i banchi e gli alunni, che sono un ibrido tra «sono grande e me la vedo da solo» e «possiamo vedere un cartone della Disney?». È un’avventura: intercettare un bigliettino, fingere di non vedere dei compiti copiati all’ultimo secondo, simulare un colpo di tosse per far mettere via la merendina sfoderata a metà lezione.
Osservarli, proprio come farebbe un esploratore, permette di capire cosa amano fare, come cambia il loro sguardo, in quali momenti si sfregano le mani, si toccano i capelli, quali sono i sorrisi veri e quali no, a chi li fanno. E come un provetto Indiana Jones, unire tutti questi indizi ci permette di trovare quel pezzo di puzzle che mancava. E che sa spiegare molte cose.
Osservare significa avvicinarsi al loro mondo, alle loro emozioni, ai loro pensieri. Significa provare a immedesimarsi per poterli sostenere in una fase della vita complicata e che per alcuni di loro pesa ancora di più perché si sentono diversi.
Il diverso è bello, è colorato, è allegro, è un arcobaleno. Ma a dodici anni chi vuole essere diverso? Chi vuole avere un PC quando tutti gli altri usano il quaderno? Chi vuole usare la calcolatrice quando agli altri non è concesso?
A quell’età non si accetta nemmeno di avere scarpe diverse dall’ultimo modello di Nike. Figuriamoci uscire dall’aula con l’insegnante di sostegno, mentre gli altri rimangono in classe. Nella loro testa, quella porta che si chiude significa una cosa molto semplice: io non faccio parte di questa classe.
E allora cosa deve fare l’insegnante? Deve esserci senza stare addosso. Ma deve esserci per tutti. Deve diventare un punto di riferimento per l’intera classe e non soltanto per chi è fragile. Perché tutti hanno delle fragilità, anche chi dimostra sempre di essere più bravo. Anche chi non disturba la lezione.
L’uso di uno strumento compensativo non deve essere un tabù. Usare una calcolatrice, studiare su uno schema colorato, lavorare assieme all’insegnante di sostegno, non devono definire un ragazzo. Bisogna educare a non essere giudicanti. Senza sostituire il giudizio negativo con il pietismo. Anche compatire un compagno lo mette in una posizione diversa dagli altri.
Un insegnante di sostegno non può limitarsi a lavorare esclusivamente con alcuni alunni. Deve lavorare con tutta la classe. Perché i ragazzi “con BES” [Bisogni Educativi Speciali, N.d.R.] e la classe non sono due entità diverse. Devono andare nella stessa direzione. E devono farlo insieme.
Nel percorso scolastico ogni ragazzo avrà il diritto e il bisogno di “sostegno”. Per questo quella sedia non deve avere il posto fisso allo stesso banco, ma deve essere come una trottola. Ci saranno alunni per cui ci si ferma per trenta minuti, altri a cui ne servono cinque, ad altri basta un occhiolino. Poi l’ora dopo cambia tutto. In questo modo si presta attenzione ai bisogni di tutti. In questo modo nessuno viene stigmatizzato.
Uscire dall’aula va bene, ma perché devono uscire sempre i soliti due o tre? Le attività fuori aula possono essere fatte con gruppi eterogenei e sempre diversi. Si può valorizzare il peer tutoring, approfondire particolari temi, dare a tutti l’opportunità di defaticare (anche chi è “bravo” si stanca).
Quante volte mi è capitato di preparare un fumetto per spiegare la mitologia greca e poi di distribuirlo a tutta la classe? Non perché era più facile da capire. Il facile non esiste. È una costruzione personale. Esiste quello che è meglio per me.
Il nostro compito non è nascondere la diversità, non è far finta che tutti siano uguali, perché non lo siamo. È fare in modo che la diversità non diventi una vergogna, qualcosa da nascondere, o peggio, da compatire. Questo significa soprattutto smettere di pensare che esista un unico modo giusto per stare in classe. Che ci sia una classe dentro la classe.
Ma non esistono due classi in una classe, esiste una classe. E dentro quella classe ci siamo tutti, quelli “bravi”, quelli “con difficoltà”, quelli “che fanno casino”, quelli che “non li senti neanche” e anche noi insegnanti. Perché, a volte, quelli “bravi” e quelli “con difficoltà” si possono intercambiare in un istante.
*Marta Frisenda è docente di sostegno, Riccardo Tosin è educatore scolastico.
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