«L’esperienza di varie mobilitazioni spontanee nate in diverse città italiane contro l’inflazione e la precarietà indica – scrive Daniele Romano – che la soglia di tolleranza delle famiglie è stata superata. Ma sul fronte della disabilità, senza un salto di qualità nella pressione sociale, il rischio è che la tutela di essa rimanga confinata all’interno di buone intenzioni legislative prive di gambe economiche»
Mentre l’Europa e l’Italia scendono in piazza contro l’inflazione e la precarietà, il mondo della disabilità assiste al varo di riforme a “invarianza finanziaria”. Fra il “Disegno di Legge sui caregiver” [Disegno di Legge n. 2063, N.d.R.] dai criteri stringenti e l’insufficienza dei fondi per i Progetti di Vita, si fa strada la necessità di una grande mobilitazione di massa.
Nelle ultime settimane le strade delle principali città italiane ed europee sono tornate a riempirsi. Studenti, lavoratori del settore pubblico, precari e autotrasportatori sono scesi in piazza per denunciare gli effetti paralizzanti del carovita, dei rincari energetici e dell’inflazione galoppante. Si tratta di una mobilitazione visibile e strutturata, capace di imporre la propria agenda al dibattito pubblico e di costringere le Istituzioni a un confronto immediato.
Sul fronte del movimento legato alle persone con disabilità — o almeno in quello ufficialmente riconosciuto e accreditato presso i tavoli istituzionali — il clima appare invece paradossalmente intenerito. Dai comunicati d’agenzia si rincorrono note di cauto apprezzamento per i recenti passaggi legislativi, a partire dall’iter della legge sui caregiver familiari fino ai Decreti Attuativi della Legge Delega sulla Disabilità [Legge 227/21, N.d.R.].
Eppure, grattando la superficie della retorica politica, la realtà vissuta quotidianamente da milioni di famiglie e persone con disabilità racconta una storia del tutto diversa.
L’esempio più evidente di questo divario riguarda l’assetto del già citato “Disegno di Legge sui caregiver”. Se da un lato si celebra il superamento di un vuoto normativo storico, dall’altro l’impatto economico della misura rischia di rivelarsi del tutto marginale. L’accesso alle tutele dirette e alle misure di sostegno economico viene infatti imbrigliato da paletti selettivi estremi, quali soglie ISEE ridotte al minimo (fino a 25.000 euro), requisiti assistenziali gravosissimi (almeno 91 ore settimanali di assistenza diretta), una platea effettiva di beneficiari drasticamente ridotta rispetto alle centinaia di migliaia di persone coinvolte nei carichi di cura familiari.
Una situazione analoga riguarda l’attuazione dei “Progetti di Vita”, cardine della riforma della disabilità. Di fronte alle richieste di un potenziamento strutturale dei finanziamenti territoriali, la risposta istituzionale si è attestata sulla conferma delle risorse già stanziate a bilancio, senza alcuna integrazione a regime, per coprire i reali fabbisogni stimati dagli Enti Locali e dal Terzo Settore.
L’argomento della “mancanza di risorse” mostra le sue fragilità quando viene confrontato con le scelte complessive della politica economica. La percezione di ingiustizia sociale cresce nel momento in cui il bilancio dello Stato individua importanti coperture finanziarie per misure a largo spettro — come le agevolazioni fiscali sulle tasse automobilistiche o i bonus aziendali — mentre dichiara l’impossibilità di ampliare il Fondo per i Progetti di Vita.
Non si tratta, dunque, di un’impossibilità contabile, ma di una chiara graduatoria di priorità politiche in cui l’assistenza e il diritto all’autonomia continuano a occupare gli ultimi posti.
Per decenni, la rappresentanza della disabilità ha preferito la via dell’interlocuzione formale: audizioni in commissione, emendamenti, tavoli tecnici e comunicati stampa. Tuttavia, di fronte a un contesto economico segnato dal carovita, questo metodo mostra tutti i suoi limiti. I comunicati d’agenzia senza una forza sociale che li sostenga rischiano di trasformarsi in routine burocratica, archiviata al termine della giornata senza produrre interventi concreti.
Un passaggio a forme di protesta e di mobilitazione di piazza incontra per altro ostacoli strutturali non trascurabili e tuttavia, nonostante queste difficoltà, l’esperienza delle mobilitazioni spontanee nate in diverse città italiane indica che la soglia di tolleranza delle famiglie è stata superata.
Senza un salto di qualità nella pressione sociale, la tutela della disabilità rischia di rimanere confinata all’interno di buone intenzioni legislative prive di gambe economiche.
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