Andrea Corazza, il cinema che racconta l’amore senza retorica

di Filippo Visentin
Giovane regista e sceneggiatore, con un curriculum già ricco di riconoscimenti internazionali, Andrea Corazza affronta con naturalezza temi complessi, spesso scomodi, senza mai cedere alla retorica o al pietismo. Così è anche nel suo cortometraggio “As the Sea”, che sta raccogliendo premi in Italia e all’estero, non un film sulla disabilità, ma una storia d’amore nella quale la condizione dei protagonisti non diventa affatto il pretesto per suscitare compassione o costruire una narrazione edificante
"As the Sea" di Andrea Corazza
Una scena di “As the Sea” di Andrea Corazza

Venticinque anni, regista e sceneggiatore veneto, un curriculum già ricco di riconoscimenti internazionali e una passione per il cinema che emerge fin dalle prime battute della nostra conversazione. Ma ciò che più mi colpisce di Andrea Corazza è la naturalezza con cui affronta temi complessi, spesso scomodi, senza mai cedere alla retorica o al pietismo. Il suo è un cinema che vuole raccontare storie, ma anche suscitare domande, mettere in discussione pregiudizi e portare l’attenzione su aspetti dell’esperienza umana che troppo facilmente vengono lasciati ai margini.
La disabilità, la malattia oncologica, la guerra osservata attraverso gli occhi di una bambina: sono alcuni dei temi che attraversano il suo percorso artistico, già segnato da importanti riconoscimenti, tra cui il Creators for Change Award a Miami, negli Stati Uniti, mentre un suo lavoro ha ottenuto una nomination allo United Nation Peace Prize di Nagasaki, in Giappone.
Nella sua formazione ha avuto un ruolo fondamentale Oliviero Toscani, del quale è stato allievo e con il quale ha instaurato una profonda amicizia, coltivata fino agli ultimi giorni di vita del fotografo. Un rapporto che ha lasciato un segno nel suo modo di intendere le immagini, non soltanto come espressione artistica, ma anche come strumenti capaci di provocare, comunicare e mettere in discussione ciò che siamo abituati a considerare scontato.

È in questo percorso che si inserisce As the Sea, il cortometraggio che negli ultimi mesi sta raccogliendo premi e riconoscimenti in Italia e all’estero. Tutto ha avuto inizio da una visita al Centro Don Orione di Chirignago (Venezia), dove Andrea è stato accompagnato da un’amica, volontaria presso la struttura. Un incontro dal quale è nata l’idea di realizzare un film insieme ai ragazzi del Centro. «Con il mio film – mi dice – ho voluto raccontare l’amore». È questa  la frase che meglio restituisce il senso di As the Sea. Non un film sulla disabilità, dunque, ma una storia d’amore, nella quale la condizione dei protagonisti non diventa il pretesto per suscitare compassione o costruire una narrazione edificante.

Ispirato a una storia vera, il cortometraggio racconta la relazione tra Alessandro e Giulia, interpretati da Andrea Bruni e Jessica Bordin. Due persone che si amano, con i loro sentimenti, i loro desideri e il diritto di vivere liberamente una relazione. Nulla di straordinario, si potrebbe osservare. Eppure, proprio questa apparente normalità ci pone di fronte a una questione sulla quale vale la pena soffermarsi.
Quando parliamo di disabilità, ci occupiamo spesso di assistenza, autonomia, lavoro, accessibilità. Tutti temi fondamentali, naturalmente. Ma quanto spazio davvero riserviamo all’affettività, all’intimità, alla sessualità? Quanto siamo disposti a riconoscere che il desiderio di amare e di essere amati appartiene a ogni persona, indipendentemente dalla sua condizione?
As the Sea affronta questi interrogativi senza trasformarli in una lezione e, soprattutto, senza chiedere allo spettatore di commuoversi per la disabilità dei protagonisti. Al centro rimangono le persone e la loro storia.

Andrea Corazza
Il giovane regista e sceneggiatore Andrea Corazza

C’è un episodio accaduto durante le riprese, che mi colpisce e che trovo particolarmente significativo. «Su un set cinematografico – mi dice Andrea ridendo -, al termine di un ciak, regista e attori si limitano, quando va bene, a una stretta di mano. Con Andrea Bruni e Jessica Bordin accadeva invece qualcosa di diverso: dopo ogni ciak, i due protagonisti correvano ad abbracciarmi». Un gesto spontaneo che racconta il clima nel quale è stato realizzato il cortometraggio. Dietro la macchina da presa non c’era soltanto un regista impegnato a dirigere i suoi interpreti, ma una relazione umana costruita giorno dopo giorno, fatta di fiducia, complicità ed entusiasmo.
Un altro aspetto di cui mi parla Andrea riguarda il fatto che, seppure con un budget limitato, la realizzazione di As the Sea ha visto la partecipazione di tantissimi professionisti, animati unicamente dalla convinzione che quella storia meritasse di essere raccontata.

Dopo l’anteprima del marzo scorso a Mestre, il cortometraggio ha iniziato a viaggiare attraverso festival cinematografici, scuole, teatri e incontri pubblici. Tra i riconoscimenti più significativi, figurano il premio per la Migliore Sceneggiatura Originale ai London Movie Awards e il primo premio assoluto al Festival del Cinema Nuovo di Bergamo, dove Corazza ha ricevuto anche quello per la migliore regia. Il film è inoltre iscritto in concorso ai David di Donatello 2027.
I premi, tuttavia, rappresentano soltanto una parte del percorso di As the Sea. Altrettanto importanti sono le occasioni di confronto che nascono al termine delle proiezioni, quando il pubblico pone domande, esprime curiosità, cerca di approfondire questioni sulle quali non aveva mai riflettuto. È lì che il cinema può continuare a svolgere la propria funzione anche dopo i titoli di coda, aprendo spazi di dialogo e contribuendo a modificare il nostro modo di guardare la realtà.
L’attenzione di Corazza per le questioni sociali, del resto, non si esaurisce nella scelta dei soggetti cinematografici. Dopo avere ottenuto infatti un riconoscimento al Breaking Down Barriers International Film Festival di Mosca, ha deciso insieme alla troupe di non recarsi in Russia per ritirare il premio, inviando invece un videomessaggio dedicato alla pace e ai diritti umani.
Una scelta analoga a quella già compiuta nel 2023, in occasione di un riconoscimento attribuito a Make a Wish, cortometraggio dedicato alla guerra raccontata attraverso gli occhi di una bambina.

Verso la fine della nostra conversazione torniamo a parlare di Oliviero Toscani. Gli chiedo se, tra i tanti insegnamenti ricevuti, ve ne sia uno che più di altri abbia lasciato un segno nel suo percorso artistico, ma soprattutto umano. La risposta arriva senza esitazioni: «Oliviero mi ha insegnato che se una strada che vorresti percorrere ti fa paura, vuol dire che quella strada è giusta e la devi percorrere».
Una frase che sembra trovare riscontro nelle scelte artistiche di questo giovane regista, nella sua volontà di affrontare argomenti delicati senza cercare scorciatoie e nella convinzione che il cinema possa essere qualcosa di più di un semplice intrattenimento.

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