«Non si può non essere d’accordo con Justin Glyn – afferma Roberto Franchini, educatore e pedagogista, docente all’Università Cattolica di Brescia, dirigente nazionale dell’Opera Don Orione – quando nel suo libro “‘Noi’ non ‘loro’: disabilità, teologia cattolica e dottrina sociale” critica la “teologia dell’espiazione” per cui i malati, i “fragili” avrebbero come vocazione espiare i peccati del mondo, espiare i peccati dei “sani”. È una visione decisamente da superare»

Il professor Roberto Franchini è educatore e pedagogista, docente all’Università Cattolica di Brescia, dirigente nazionale dell’Opera Don Orione, formatore, supervisore e membro di associazioni scientifiche di settore. Attualmente fa parte dell’Organizzazione Ministeriale per il supporto del nuovo Decreto sul progetto di vita delle persone con disabilità (Decreto Legislativo 62/24) ed è membro del gruppo di esperti per la Pastorale delle Persone con Disabilità della CEI (Conferenza Episcopale Italiana).
Vorremmo approfondire con lei, professor Franchini, alcune questioni che ci sembrano decisive nel dibattito sulla presenza delle persone con disabilità all’interno della Chiesa Cattolica. Secondo lei, sta cambiando, e se sì come, la visione della disabilità e di chi ne è portatore all’interno della Chiesa, ma anche più in generale della società civile?
«Lo slogan “Noi non loro” che abbiamo adottato mutuandolo dallo scritto di Justin Glyn “Us” not “Them”: Disability and Catholic Theology and Social Teaching [“‘Noi’ non ‘loro’: disabilità, teologia cattolica e dottrina sociale”, N.d.R.] rende evidente che l’alternativa, o meglio ciò che finora ha guidato l’approccio alla disabilità e a chi ne è portatore, è stato “noi e loro”, cioè la divisione fra noi, i “sani”, e loro i disabili o, peggio, i “malati”, come se la disabilità, il limite non appartenesse a ciascun essere umano. In passato la disabilità era vista come la conseguenza di una malattia; oggi dobbiamo affermare con forza che non è così, la disabilità non è una malattia, ma un limite, limite del quale tutti, sia pur in diverse forme e gradi, facciamo esperienza. È stato dunque superato il paradigma clinico-funzionale, per cui i “sani” avevano il compito di risolvere, guarire il limite delle persone fragili».
Passando a parlare più nello specifico dell’àmbito religioso ed ecclesiale, pensa che l’esigenza di un cambiamento, a livello sia teologico che pastorale, nell’approccio alle persone con disabilità stia venendo recepita dalla Chiesa Cattolica? Quali passi sono stati fatti e quali ancora mancano per una reale inclusione delle persone con disabilità? Parlando poi della “gerarchia” della Chiesa Cattolica, ma anche del “popolo di Dio”, di coloro che formano le comunità ecclesiali, c’è, secondo lei, un approccio meno pietistico e paternalistico? E se non è così, quali strategie potrebbero essere messe in campo per “educare” le persone a un diverso approccio alla disabilità e a chi ne è portatore?
«Bisogna ammettere che negli ambienti ecclesiali vi è un duplice rischio che potrebbe penalizzare le persone con disabilità: uno riguarda quello che è stato per tanti anni nei confronti delle persone con disabilità il primato dell’iniziazione cristiana, per cui il bambino con disabilità viene più o meno integrato dentro un modello scolastico con l’obiettivo di fare i Sacramenti e poi tutto finisce lì. Come può accadere anche in altri ambiti, l’integrazione può avere dunque il respiro corto, ovvero quello dell’età scolastica, mentre nel trascorrere dell’arco evolutivo si indebolisce l’inclusione piena della persona con disabilità all’interno della comunità cristiana e della vita ecclesiale. Potrebbe dunque non essere pienamente sostenuta la possibilità di diventare adulti, perché l’adulto, dall’adolescenza in poi, porta con sé dei bisogni pieni, che vanno oltre l’istanza della crescita e dell’apprendimento.
Allo stesso tempo, però, tutti abbiamo una vocazione, un progetto di vita, che non è il progetto dell’uomo sull’uomo, ma il progetto di Dio sull’uomo, che noi scopriamo giorno per giorno. Ecco perché non si può non essere d’accordo con Justin Glyn quando critica la “teologia dell’espiazione” per cui i malati, i “fragili” hanno come vocazione espiare i peccati del mondo, espiare i peccati dei “sani” e il compito di questi ultimi è caso mai assistere pietosamente le persone che espiano i peccati del mondo. È una visione da superare: tutti, infatti, abbiamo una vocazione che scopriamo con l’aiuto degli altri, quindi la relazione è reciproca, non è univoca, perché l’altro mi aiuta a scoprire la mia vocazione e viceversa, ma soprattutto mi aiuta a scoprire il modo autentico di stare davanti a Dio.
Pensiamo per altro che anche da parte delle persone con disabilità sia necessario attivarsi per riuscire a essere membri attivi della comunità».
Ringraziamo Donata Scannavini per la segnalazione.
*A cura del blog “A Sua immagine? Figli di Dio con disabilità”. Quello qui ripreso, per gentile concessione, è un estratto dell’intervista originale, riadattato al diverso contenitore. Roberto Franchini è educatore e pedagogista, docente all’Università Cattolica di Brescia, dirigente nazionale dell’Opera Don Orione, formatore, supervisore e membro di associazioni scientifiche di settore.
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