Specie dopo l’entrata in vigore della Direttiva Europea sull’Accessibilità, l’accessibilità va considerata come un nuovo standard del digitale, non un’opzione, né un intervento una tantum, ma una pratica da integrare stabilmente, supportata da formazione continua e da una cultura inclusiva diffusa in tutta l’organizzazione. Grazie a Eye Able, diamo spazio ad alcuni falsi miti a causa dei quali sin troppo spesso accade che i siti e i servizi digitali non siano ancora accessibili a tutti e tutte
L’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio sulle Comunicazioni Agcom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) rileva che nel mese di marzo di quest’anno ben 44,55 milioni di utenti avevano navigato in rete in Italia, trascorrendo in media oltre 75 ore e 13 minuti online. L’uso del web, dunque, è ormai un’abitudine consolidata e in continua crescita, diventando uno spazio centrale per lavoro, studio, servizi e intrattenimento. Nonostante però la rete giochi un ruolo così centrale nella vita quotidiana, non tutti riescono ad accedervi con la stessa facilità. Le persone con disabilità, in particolare, incontrano ancora numerosi ostacoli, a causa di siti e servizi digitali non pienamente accessibili.
Ebbene, secondo il monitoraggio AgID 2024, ove l’acronimo AgID sta per Agenzia per l’Italia Digitale, lo scorso anno sono state pubblicate 65.681 dichiarazioni di accessibilità, con un trend crescente rispetto agli anni precedenti. Si tratta di documenti ufficiali pubblicati dai siti web e dai servizi digitali delle Pubbliche Amministrazioni e delle aziende, in cui viene dichiarato il livello di conformità del sito alle Linee Guida internazionali sull’accessibilità (WCAG). E tuttavia, solo il 13% di tali dichiarazioni risultava pienamente conforme alle norme, mentre il restante 87% lo era solo parzialmente o non lo era affatto. Questo indica che, sebbene sempre più enti pubblici e aziende stiano dichiarando i propri livelli di accessibilità, nella pratica la maggior parte dei siti web non garantisce davvero un accesso completo alle persone con disabilità.
Con l’entrata in vigore della Direttiva Europea sull’Accessibilità il 28 giugno scorso (European Accessibility Act), l’accessibilità digitale è divenuta non solo una questione etica, ma anche un obbligo di legge per tutte le aziende che offrono prodotti e servizi digitali nel mercato europeo. Eppure, nonostante la crescente attenzione sul tema, permangono convinzioni errate che ostacolano la reale adozione di pratiche inclusive e ritardano la trasformazione del web in uno spazio veramente aperto a tutti e tutte.
A tentare di individuare e chiarire i principali fraintendimenti, è Eye Able, scale-up italiana (forma societaria in fase avanzata di crescita) impegnata appunto nell’àmbito dell’accessibilità digitale, che ha raccolto i cinque falsi miti più diffusi per rendere i propri siti davvero raggiungibili per tutti. Vediamoli di seguito.
1. “Ho il widget, quindi il mio sito è accessibile”
Uno degli errori più comuni è credere che installare un widget di accessibilità – termine che si riferisce a un piccolo programma o componente grafica che offre funzionalità specifiche e un accesso rapido a informazioni o azioni, senza dover aprire l’applicazione principale – renda automaticamente un sito conforme. Il widget permette sicuramente di personalizzare e migliorare l’esperienza di navigazione, ma non crea testi alternativi per le immagini e non può correggere una struttura di navigazione inadeguata. È uno strumento utile, ma l’efficacia di esso dipende dal lavoro che viene fatto “dietro le quinte”: senza interventi tecnici sul sito, infati, il widget da solo non è sufficiente a garantire una reale accessibilità.
2. “L’accessibilità serve solo alle persone con disabilità”
L’accessibilità digitale è in realtà una questione che riguarda tutti e tutte, se è vero che un sito veloce, con navigazione chiara, testi leggibili e video sottotitolati migliora l’esperienza di ogni utente, dagli anziani a chi ha un infortunio temporaneo, agli adulti poco digitalizzati, fino a chi naviga con connessioni lente o da smartphone. Come recita la citata Direttiva Europea sull’Accessibilità, si tratta di garantire «indipendenza e autonomia per ogni cittadino». L’accessibilità, infatti, è un valore comune, non un’esigenza di nicchia.
3. “Non riguarda la mia azienda”
Con la Direttiva Europea sull’Accessibilità, gli obblighi di accessibilità si estendono a tutti coloro che offrono o vendono prodotti e servizi digitali nel mercato europeo, quindi siti web, e-commerce, servizi bancari, trasporti, piattaforme di streaming e dispositivi come gli ATM (acronimo di Automated Teller Machine che indica lo sportello automatico per le operazioni bancarie come prelievi, versamenti, pagamenti e ricariche). Solo le microimprese sono escluse dagli obblighi, anche se la normativa ne incoraggia comunque l’adozione. Infatti, il punto centrale non sono i soli requisiti tecnici, ma la “finalità olistica”, ovvero rendere il digitale realmente inclusivo.
4. “È troppo costosa e complessa da implementare”
L’accessibilità non è un costo, ma un investimento. Chi non si adeguerà alla Direttiva Europea Sull’Accessibilità, infatti, rischierà sanzioni fino al 5% del fatturato, oltre al ritiro temporaneo del prodotto o alla sospensione del servizio. Integrare i criteri di accessibilità sin dalle prime fasi di progetto, consente di ridurre tempi e costi di adeguamento. Ed essere accessibili significa anche rafforzare la reputazione del marchio come inclusivo e affidabile agli occhi di clienti e partner.
5. “Una volta fatto, sono a posto”
L’accessibilità non è un traguardo, ma un processo continuo. Ogni aggiornamento del sito o dei contenuti di esso richiede una verifica dell’assenza di barriere digitali rilevanti, per cui il processo di verifica deve essere costante.
In conclusione si può sintetizzare dicendo che l’accessibilità va considerata come un nuovo standard del digitale, non un’opzione, né un intervento una tantum, ma una pratica da integrare stabilmente, supportata da formazione continua e da una cultura inclusiva diffusa in tutta l’organizzazione. (S.D. e S.B.)
Per ulteriori informazioni: Roberta Vaia ([email protected]).
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