Il lavoro di un’istruttrice di orientamento e mobilità, all’opera con persone cieche o ipovedenti, come fa Laura Tessari, è complesso e concreto allo stesso tempo. «Ma quando vedo una persona cieca che attraversa la strada da sola o che prende un autobus senza timore – dice Laura -, mi emoziono sempre un po’. Perché capisco che quello che insegni non sono solo delle tecniche: è la possibilità di andare dove si vuole, con sicurezza e dignità»

Laura Tessari lo dice senza enfasi, come fosse la cosa più naturale del mondo. Eppure è il filo che collega tutta la sua storia. Già educatrice presso la Fondazione Robert Hollman, dove segue bambini con disabilità visiva, oggi è anche un’istruttrice di orientamento e mobilità. Ma questo suo percorso, a ben vedere, da qualche parte stava già scritto quando era poco più che una ragazzina. «Avevo 13 anni – racconta – e in un tema scrissi che il mio sogno era lavorare con le persone con disabilità. Volevo aiutarle a fare quante più cose possibili».
Anni dopo, per una coincidenza di quelle che la vita ogni tanto regala, ha incontrato una sua vecchia insegnante: le ha raccontato del suo lavoro, delle persone che segue, del fatto che una parte grande della sua giornata è dedicata proprio a ciò che aveva immaginato da bambina. «È stato emozionante – dice – mi sono resa conto che quel sogno, in fondo, non l’ho mai tradito».
Sorride, perché non è stato tutto facile: in famiglia qualcuno l’avrebbe preferita avvocata, o magari commercialista. «Loro ci speravano – commenta con una punta di tenerezza -, ma io sentivo che dovevo andare da un’altra parte».
Il lavoro di un’istruttrice di orientamento e mobilità è complesso e concreto allo stesso tempo. Non si tratta soltanto di insegnare a orientarsi in strada, ad attraversare un incrocio o a prendere un autobus. Autonomia significa anche riuscire a gestire la propria casa: cucinare una pasta senza bruciarsi, riordinare, separare i colori dei vestiti, fare una lavatrice, dare un minimo di ordine alla propria giornata. Tutte cose che a molti sembrano scontate, ma che, per chi non vede o vede poco, diventano vere e proprie conquiste.
Per arrivare preparata a questo mestiere, Laura ha frequentato un corso di formazione impegnativo. Una parte, probabilmente la più forte, prevedeva giornate intere bendata. «Non è la stessa cosa chiudere gli occhi per dieci minuti», precisa. «Per capire davvero occorre restare molto tempo senza vedere, finché il cervello non si arrende e prova a riorganizzarsi».

I primi giorni li ricorda ancora benissimo: «Ero agitata. Per strada avevo paura, anche se la mia formatrice mi seguiva a distanza. Col bastone bianco ho trovato di tutto: marciapiedi rotti, pali messi dove non dovrebbero essere, insegne all’altezza del viso».
E poi l’inciviltà, che sembra sempre sorprendere chi non ci è abituato: «Monopattini gettati di traverso, motorini, biciclette ovunque… più di una volta ho rischiato di cadere. E i ciclisti sul marciapiede, lasciamo perdere».
Quando le chiedo quale sia stata l’esperienza più dura, ci pensa un attimo. Non per trovare la risposta, ma per cercare le parole. «È stato accorgermi di come gli altri ti guardano. Di quanto la tua fisicità – il modo in cui ti muovi, il bastone che tieni in mano – cambi il modo in cui le persone si rivolgono a te. Mi è capitato di chiedere un’informazione e che rispondessero alla mia accompagnatrice, come se io non fossi lì».
Una pausa. «E poi quel tono… quel modo di parlarti un po’ da bambino, come se sapessero già cosa puoi fare o non fare. È difficile da spiegare, ma chi vive la disabilità lo riconosce subito».
Nonostante tutto, o forse proprio per questo, quel percorso l’ha cambiata. «È stato un cammino enorme, per me. Professionale, certo, ma soprattutto umano».
Con le persone cieche e ipovedenti che segue ogni giorno ha imparato che non esiste un modello valido per tutti. «Ci sono metodi collaudati, lo sappiamo. Ma ogni persona ha il suo tempo, il suo modo di imparare, le sue paure e le sue risorse».
Il problema, però, è che in Italia gli istruttori di orientamento e mobilità sono pochi. Pochissimi. «È un lavoro prezioso, ma spesso instabile. Dipende dai finanziamenti, dalle Associazioni, dagli Enti Pubblici. E questo limita moltissimo le possibilità di chi avrebbe bisogno di essere seguito con continuità».
Le chiedo allora cosa servirebbe, secondo lei, per cambiare davvero le cose. «Prima di tutto informazione – risponde senza pensarci troppo -: le persone ignorano, e non lo dico in senso negativo. Non sanno proprio come funziona questo mondo, cosa serve, che cosa significhi non vedere».
E poi – su questo insiste – bisogna iniziare presto. «Fin da bambini. Se la prima esperienza di autonomia arriva a vent’anni, è traumatica. Se invece familiarizzi con gli strumenti da piccolo, tutto diventa più naturale. E pensa che c’è ancora chi ha vergogna del bastone bianco, quando in realtà è una delle più grandi forme di libertà».
Alla fine Laura torna sempre lì: la libertà. «Quando vedo una persona cieca che attraversa la strada da sola o che prende un autobus senza timore, mi emoziono sempre un po’. Perché capisco che quello che insegni non sono solo delle tecniche: è la possibilità di andare dove si vuole, con sicurezza e dignità».
Articoli Correlati
- L’arte elogia la follia: la malattia mentale nelle opere dei grandi artisti Spazia dal Medioevo ai giorni nostri il ricco approfondimento dedicato al rapporto tra arte e follia, curato da Stefania Delendati, che scrive tra l’altro: «In un certo senso l’arte, se…
- Se la disperazione diventa un mercato: terapie ingannevoli e autismo Continuano ad emergere casi di genitori che, sopraffatti dalla disperazione, cadono vittime di percorsi alternativi e truffe in cerca di cure e soluzioni per l’autismo. Ringraziamo dunque con particolare calore…
- Ottenere una diagnosi di autismo a 33 anni e sapere cosa farne sono due cose completamente diverse Una testimonianza in prima persona, una diagnosi a 33 anni di disturbo dello spettro autistico, il “masking”, il lavoro e il vuoto dopo l’etichetta: sono alcuni elementi di questo prezioso…