L’accessibilità letta dal punto di vista architettonico, normativo e culturale

di Stefano Sacchetti
«L’accessibilità – scrive Stefano Sacchetti – è un concetto, e anche un approccio, che prevede l’impiego di diverse discipline per trovare un’applicazione concreta e funzionale, poiché è il primo gradino su cui poggia l’autonomia e, di conseguenza, l’inclusione, sociale e non solo. L’obiettivo della collana editoriale “Per una Nuova Cultura della Disabilità”, diretta da Rodolfo Dalla Mora, il cui terzo volume è dedicato all’accessibilità, è proprio quello di promuovere una nuova cultura della disabilità in grado di garantire l’inclusione»

R. Dalla Mora, "Accessibilità"L’accessibilità è la chiave di volta per trascorrere una vita piena, è parte integrante delle dimensioni di un individuo e della società: una frase, questa, piena di buon senso, che sarebbe bene fosse messa in pratica nel quotidiano. L’accessibilità si fonda sul concetto di autonomia, pilastro del vivere in maniera autonoma e indipendente, se non addirittura più consapevole.
Proprio all’accessibilità l’architetto Rodolfo Dalla Mora, da sempre attivista e presidente della SIDIMA (Società Italiana Disability Manager) e dell’AIDIMA (Associazione Italiana Disability Manager), ha dedicato la terza uscita della collana “Per una Nuova Cultura della Disabilità”, da lui stesso diretta, per la casa editrice Il Prato, nell’àmbito della cosiddetta “Equazione delle 4 A”, ossia “Autonomia, Accessibilità, Ausili e Assistenza” [se ne legga già ampiamente anche sulle nostre pagine, N.d.R.].

Nella pubblicazione di cui si parla, Dalla Mora propone una riflessione che va oltre l’aspetto tecnico e normativo, per restituire all’accessibilità il suo significato più profondo: quello di diritto umano e sociale fondamentale. «L’accessibilità – scrive – […] unitamente agli ausili e all’assistenza, si configura come un fattore essenziale ai fini dell’autonomia e dell’inclusione […]: è la precondizione necessaria per rendere effettivi i diritti delle persone con disabilità».
L’assunto di base su cui poggia è quello dell’autonomia, intesa come concetto chiave che orienta a trecentosessanta gradi la vita delle persone in generale, ma diventa obiettivo primario per chi si trova a vivere condizioni di fragilità. Procediamo, dunque, per gradi.

Nel dicembre 2006 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adotta la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che considera globalmente il concetto di persona, riducendo così lo spazio dato alla malattia e alla disfunzione, e ponendo al centro la dimensione biopsicosociale della persona. La disabilità diventa dunque un fattore, una variabile influenzata in gran parte dalle condizioni ambientali, spaziali e dal contesto.
Tale assunto trova le proprie radici culturali anche nella progettazione e nell’architettura dei decenni precedenti. A partire dagli Anni Novanta, infatti, i temi dell’inclusione e dell’accessibilità hanno acquisito sempre più importanza nel rapportarsi alle fragilità. Nello specifico, all’interno della cultura inclusiva sono stati elaborati tre approcci (sommariamente riassunti di seguito), vale a dire l’Universal Design, il Design for All e l’Inclusive Design.
L’Universal Design è nato in particolare grazie al contributo dell’architetto americano Ronald Mace, tramite quello che viene definito come “un approccio preventivo”, cioè in grado di evitare l’emergere di ostacoli che impediscano lo svolgersi della vita quotidiana, partendo cioè dall’assunto di progettare fin dall’inizio prodotti, ambienti e servizi utilizzabili dal maggior numero possibile di persone, senza bisogno di adattamenti successivi, come può essere ad esempio una rampa integrata nell’ingresso principale. L’impronta è legata all’architettura.
Il Design for All nasce invece negli anni Novanta per lo più in Europa sull’onda dell’Affermative Action (“azione positiva”) e coltiva un approccio che si basa su una filosofia progettuale imperniata sull’inclusione universale, garantendo pari opportunità di accesso e partecipazione. Ha un taglio incentrato sulla dimensione valoriale e filosofica della progettazione. Una concreta applicazione può vedersi in un sito della pubblica amministrazione reso accessibile, multilingue, con linguaggio chiaro e alternative per utenti con diverse abilità digitali.
L’Inclusive Design, infine, nasce nel Regno Unito all’inizio degli Anni 2000 e si basa su un approccio chiave secondo il quale riconoscere che nessun progetto può includere davvero tutti e tutte, mentre si può però ridurre attivamente l’esclusione. All’atto pratico troviamo ad esempio i sottotitoli nei video, presenti nella nostra quotidianità in diverse piattaforme, in quanto sono utili a persone sorde, ma anche a chi guarda un video in un luogo rumoroso.

Nella pubblicazione di Dalla Mora, però l’accessibilità non è relegata ad una narrazione settoriale. Prevale infatti un approccio multidisciplinare che riunisce più punti di vista e diversi attori sociali: istituzioni, professionisti, amministrazioni e cittadini. E anche ciò che avviene dal punto di vista normativo non è secondario.
In tal senso, negli ultimi anni l’Europa ha tracciato una rotta normativa precisa. La Direttiva 2019/882, meglio nota come European Accessibility Act, ha ampliato l’orizzonte, estendendo i requisiti di accessibilità a servizi e infrastrutture, ma anche relativamente a prodotti quali le piattaforme di e-commerce, i terminali automatici, gli smartphone e i servizi bancari.
L’Italia ha recepito queste indicazioni attraverso un percorso normativo articolato. La Legge 4/04, nota anche come “Legge Stanca”, ha tradotto gli obblighi europei nella pratica quotidiana delle amministrazioni pubbliche e dei soggetti che erogano servizi di pubblica utilità. Le Linee Guida dell’AGID (Agenzia per l’Italia Digitale) hanno poi definito criteri tecnici, modelli di dichiarazione e metodologie di controllo.
Parallelamente, l’accessibilità “fisica” – quella che si misura tra marciapiedi, edifici e spazi pubblici – continua a rappresentare una sfida aperta. Nonostante decenni di normative, infatti, dalla Legge 13/89 al DPR 503/96, le barriere architettoniche sono ancora una presenza diffusa. In questo contesto, i PEBA (Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche) emergono come strumenti fondamentali di programmazione territoriale: mappare, pianificare, intervenire. Tre azioni che chiamano i Comuni a un impegno strutturale e continuativo.

L’accessibilità, dunque, è un concetto, e anche un approccio, che prevede l’impiego di diverse discipline per trovare un’applicazione concreta e funzionale, poiché è il primo gradino su cui poggia l’autonomia e, di conseguenza, l’inclusione, sociale e non solo. L’obiettivo della collana editoriale diretta da Dalla Mora è proprio questo, promuovere una nuova cultura della disabilità in grado di garantirla.

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