«Quando si parla di intelligenza artificiale – scrive Maurizio Cocchi, prendendo spunto da un recente contributo pubblicato dal nostro giornale – ciò che interessa alle persone con disabilità è che aiuti a fare le cose che a causa di menomazioni funzionali non si riesce a fare, come guidare la carrozzella quando non hai altro che l’uso degli occhi, usare il computer quando non riesci ad utilizzare le mani, leggere le scritte per strada per i ciechi, i sottotitoli per i non udenti ecc.: sono queste le cose che contano veramente»
Tutto quello che hanno detto gli amici dell’Associazione Attiva-Mente su queste pagine [“Nulla sull’intelligenza artificiale che riguardi le persone con disabilità sia deciso senza il loro contributo”, N.d.R.] è sicuramente vero. Ciò che non va è il taglio che viene dato al ragionamento. Ma come? Abbiamo una bellissima bambina, l’intelligenza artificiale, con uno straordinario futuro davanti a sé, e noi cosa facciamo? La vestiamo di nero, manco fosse una strega, una dark lady da consegnare nelle braccia di tutti i fascismi del mondo.
Ma andiamo con ordine, e tenetevi forte, perché stavolta, nonostante il sentimento di amicizia e la simpatia che provo per voi per tutto quello che fate, stavolta vado fino in fondo, senza pietà per nessuno.
Già l’inizio del contributo di Attiva-Mente («L’intelligenza artificiale non è più un orizzonte lontano») denota una scarsa dimestichezza, una distanza, se non una repulsione per l’intero argomento. Immediatamente dopo affermate che «per qualcuno rappresenta una promessa di efficienza ed innovazione» e chi se ne frega? Non è certo questo che importa, ciò che interessa alle persone con disabilità è che aiuti a fare le cose che a causa di menomazioni funzionali non si riesce a fare, come guidare la carrozzella quando non hai altro che l’uso degli occhi, usare il computer quando non riesci ad utilizzare le mani, leggere le scritte per strada per i ciechi, i sottotitoli per i non udenti ecc.: sono queste le cose che contano veramente.
Più avanti vi domandate col terrore sui polpastrelli che schiacciano la tastiera «cosa succede quando la tecnologia prende decisioni che incidono sulla vita delle persone più vulnerabili?». Non abbiate timore, per secoli sono state prese decisioni che riguardavano la vita, e talora la morte o la castrazione, dei disabili. Se un tempo tali decisioni venivano prese in nome della necessità o ammantate con motivazioni religiose, oggi ci si può nascondere dietro l’intelligenza artificiale, per non assumersi nessuna responsabilità di fronte alla discriminazione e all’ingiustizia.
Voi dite giustamente che l’intelligenza artificiale riproduce e amplifica il pregiudizio discriminatorio, perché questo è quello più diffuso nell’opinione corrente. Avete perfettamente ragione. Ma chi utilizza questi strumenti per fare selezione del personale, gestire l’accesso ai servizi sociali o per fare valutazioni in campo sanitario e assistenziale, non è forse lui e l’ente che rappresenta che ha la responsabilità delle conseguenze generate? Dobbiamo solo capire se è incompetente, menefreghista o un delinquente che persegue obiettivi diversi dalla sua mansione ed è lui, l’utilizzatore dell’intelligenza artificiale, e soprattutto chi lo paga, che dobbiamo controllare.
Tutti noi dobbiamo conservare la nostra lucidità, non invocare chissà quale autorità superiore perché ragioni al posto nostro. Affidarsi ad una macchina, per quanto intelligente essa sia, è da stupidi e da irresponsabili.
Le nostre Associazioni dovrebbero aiutare i propri associati, e in genere le persone con disabilità e le loro famiglie, a capire e gestire queste complessità, attraverso corsi, attività formative e affiancamento, non possiamo aspettare l’intervento di imprecisate autorità esterne.
Quando giustamente diciamo che occorre mettere «al centro le persone con disabilità non come utenti passivi ma come protagonisti», dobbiamo anche provare a sottolineare cosa vuol dire e come attuarlo.
Naturalmente, chiedo scusa agli amici di Attiva-Mente per averli presi di mezzo per dire qualcosa rivolto a tutti, soprattutto al mondo dell’associazionismo.
Vedete che già sono in tanti a spargere paura e negatività, facciamo attenzione quando lanciamo allarmi a fornire anche soluzioni, possibilmente non astratte, che riguardano altri, ma che indicano sentieri e vie percorribili da tutti noi.
Dobbiamo essere ben consapevoli che l’unica via d’uscita sta nel nostro impegno civile. Per tenerci ben stretta la nostra vita e i nostri sogni, dobbiamo quotidianamente impegnarci per capire il mondo in cui viviamo e contribuire alla sua guida in favore di tutti.
*Consulente di impresa per il Terzo Settore, persona con disabilità.
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