«L’ennesima notizia di un omicidio nei confronti di una persona con disabilità e del suicidio di chi l’ha commesso – scrive Tonino Urgesi – solo il fallimento di due donne, ma, come ogni tragedia simile che ci tocca leggere sui giornali, costituisce il fallimento dell’intera società. Nella sostanza, non è cambiato nulla: la persona con deficit continua a rimanere ai margini della comunità»
A proposito dell’ennesima notizia riguardante l’omicidio di una donna con deficit, di 47 anni, affetta da una forma di autismo, uccisa dalla madre di 78 anni, vedova da otto mesi, che poco dopo si è tolta la vita, ho ascoltato sia il dibattito televisivo successivo alla tragedia, sia i commenti delle Associazioni per i diritti delle persone con deficit, profondamente sconvolte dall’accaduto. Ho letto inoltre, su queste stesse pagine, la proposta di introdurre il neologismo disabilicidio, una proposta che mi lascia fortemente perplesso, perché, ancora una volta, si riduce l’identità di un essere umano esclusivamente al suo deficit. Occorre infatti prestare attenzione: in un contesto narrativo in cui la figura della madre rischia di essere rappresentata come “martire”, la creazione di un neologismo per questo tipo di crimini potrebbe, agli occhi del legislatore e della società nel suo complesso, costituire una possibile attenuante, contrariamente a quanto avviene nel caso del femminicidio.
Quando si verificano fatti di questo genere, mi interrogo come sempre su quale atteggiamento sia necessario assumere. Forse ci sta sfuggendo il punto focale: l’omicidio-suicidio avvenuto in Sicilia non rappresenta solo il fallimento di due donne, ma, come ogni tragedia simile che ci tocca leggere sui giornali, costituisce il fallimento dell’intera società. Nella sostanza, non è cambiato nulla: la persona con deficit continua a rimanere ai margini della comunità.
Non parlerei più soltanto della “Legge sul Dopo di Noi”, ma piuttosto di un necessario “Durante Noi”, che implichi un’educazione della società alla disabilità. Non alla disabilità dell’individuo, bensì a quella della società stessa: è la società a essere disabile, perché incapace di leggere e interpretare i contesti di vita delle persone. Le tragedie che riempiono le pagine dei quotidiani e i talk show televisivi sono dei campanelli d’allarme sociale inascoltati; invece, dovrebbero stimolarci a trovare strumenti adeguati per prevenirle e contenerle, a tutela delle persone con deficit e delle loro famiglie.
Ritengo tutto ciò un fallimento antropologico e sociologico. Questa società ha fallito nel momento in cui ha prodotto normative ad hoc inserite in un’epoca priva di un autentico contesto umano, segnata dall’assenza di empatia e di solidarietà.
Ora proviamo a immaginare una famiglia che abbia al proprio interno una persona con disabilità destinata a diventare adulta: quali prospettive le offre questa società? Una struttura residenziale, un istituto oppure, nel caso di famiglie economicamente privilegiate, un tutore legale che se ne occupi attraverso la citata “Legge sul Dopo di Noi”. Raramente vengono presi in considerazione i desideri, i sogni e le aspettative, delle persone con deficit: come vorrebbero vivere, dove e con chi. Nella maggior parte dei casi sono le Istituzioni a decidere al loro posto, esercitando quello che definisco un ego sociologico, che afferma: «Io so che cosa è meglio per te».
Tornando all’amara tragedia di Corleone in Sicilia, non intendo giustificare — perché non c’è nulla da giustificare — ma mi interrogo sulla solitudine che quelle due persone hanno vissuto e sul dolore che ha spinto la madre a compiere quel gesto estremo. È per questo che ribadisco che la società ha fallito. Una società che si riempie la bocca di buoni propositi solo di fronte alla morte, e questi buoni propositi, come spesso accade, arrivano troppo tardi. Manca un tessuto sociale capace di riconoscere la solitudine e la sofferenza, di prendersene cura e, soprattutto, di saper ancora tendere una mano.
Alla vicenda in Sicilia cui fa riferimento Tonino Urgesi, Superando ha già dedicato i testi: Fondamentale un progetto di vita che garantisca un futuro a una persona con disabilità di Vincenzo Falabella (a questo link); Omicidi-suicidi: quelle solite narrazioni di Simona Lancioni (a questo link); Il più grande atto d’amore? Insegnare al figlio con disabilità a rendersi autonomo di Maurizio Cocchi (a questo link); Non solo vive, ma anche libere! di Marta Migliosi (a questo link).
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