«Sono un’attivista. La disabilità non è il mio tema, è il mio punto di partenza per parlare di tutto il resto e preferisco pensarmi come una persona che fa domande». E le domande di Valentina Tomirotti, giornalista e attivista che ha trasformato la propria esperienza in uno spazio pubblico di riflessione, denuncia e consapevolezza, sono domande necessarie, anche scomode, a conferma di quanto la disabilità sia ancora raccontata troppo spesso attraverso il filtro del pietismo o, peggio, dell’eroismo forzato

«Sono un’attivista. La disabilità non è il mio tema, è il mio punto di partenza per parlare di tutto il resto». E quando qualcuno le attribuisce l’etichetta di “rompipalle”, lei sorride e rilancia: «Preferisco pensarmi come una persona che fa domande». Domande necessarie, anche scomode, a conferma di quanto la disabilità, nel nostro Paese, sia ancora raccontata troppo spesso attraverso il filtro del pietismo o, peggio, dell’eroismo forzato.
Giornalista, attivista e anima del progetto Pepitosa, Valentina Tomirotti ha trasformato la propria esperienza in uno spazio pubblico di riflessione, denuncia e consapevolezza. Il suo lavoro non nasce dal desiderio di “commuovere”, ma da quello di cambiare lo sguardo: spostare l’attenzione dal corpo individuale alla responsabilità collettiva, dalle storie edificanti ai diritti.
«Perché la disabilità deve sempre essere raccontata come una tragedia o come una favola a lieto fine?», è una delle domande che attraversano spesso i suoi interventi. Per Valentina, parlare di disabilità significa prima di tutto chiamare le cose con il loro nome. Senza eufemismi, senza edulcorazioni. La disabilità è una condizione sociale e politica, non un difetto personale da compensare con la buona volontà.
Nel suo lavoro emerge con forza il rifiuto di quello che lei stessa definisce senza giri di parole Inspiration Porn ossia l’uso strumentale delle persone con disabilità come esempio motivazionale per chi disabile non è. «Se la mia vita serve solo a far sentire migliore qualcun altro, allora c’è un problema», osserva. Una posizione netta, che interroga anche il mondo dell’informazione, della pubblicità e della comunicazione in generale.
È proprio in questo spazio, spesso ambiguo, che si colloca un’altra parte importante del lavoro di Valentina Tomirotti: quello di consulente per la comunicazione. Negli anni ha collaborato con brand noti e realtà strutturate, accompagnandole in un percorso che va ben oltre la semplice “inclusione di facciata”. Il suo contributo consiste nel ripensare linguaggi, immagini e campagne affinché la disabilità non sia usata come leva emotiva, ma riconosciuta come parte della complessità del reale.
Ma chi sono i suoi interlocutori principali? In larga parte associazioni, aziende, enti e organizzazioni del Terzo Settore. Ed è proprio in questo lavoro quotidiano, spesso meno visibile ma decisivo, che Tomirotti porta con maggiore forza il suo messaggio politico e culturale. Lavorare con queste realtà significa incidere sui processi, formare chi comunica, evitare errori che alimentano stereotipi e costruire narrazioni rispettose, capaci di parlare a tutti senza schiacciare nessuno in ruoli predefiniti.
Un impegno che si estende anche all’àmbito audio e narrativo. Valentina ha infatti collaborato alla scrittura del podcast Corpi politici, per l’Associazione Luca Coscioni, contribuendo a dare voce a temi complessi legati ai diritti, all’autodeterminazione e alla libertà di scelta. Anche qui la cifra resta la stessa: niente toni edificanti, niente scorciatoie emotive, ma attenzione ai contenuti, alle parole, alle responsabilità di chi racconta.
I temi su cui si concentra restano molteplici e intrecciati. C’è il turismo accessibile, raccontato non come concessione gentile ma come diritto di cittadinanza. C’è il corpo, con tutto ciò che comporta in termini di identità, desiderio, estetica, libertà di espressione. E c’è il linguaggio, terreno decisivo su cui si costruiscono immaginari e si consolidano disuguaglianze.
Ma cosa significa davvero accessibilità? E chi decide quando uno spazio, un servizio o una città possono dirsi inclusivi? Sono interrogativi che Tomirotti rivolge tanto alle Istituzioni quanto ai Cittadini e alle Cittadine, senza mai assumere un tono consolatorio. Il suo è un attivismo quotidiano, fatto di articoli, consulenze, interventi pubblici e confronto costante sui social, dove l’ironia diventa spesso uno strumento politico.
Uno sguardo, il suo, che non si limita alla critica, ma prova a costruire. Nelle prossime settimane verrà infatti presentato un importante progetto di accessibilità per la città di Mantova, promosso dall’Associazione Pepitosa in carrozza, di cui è Presidente, che punta a ripensare spazi e servizi in un’ottica realmente inclusiva. Un’iniziativa che conferma come parlare di disabilità, per Valentina Tomirotti significhi soprattutto immaginare città e comunità pensate per la pluralità dei corpi e delle vite.
Forse è proprio questo il punto: smettere di chiedere alle persone con disabilità di adattarsi al mondo così com’è, e iniziare a domandarsi perché il mondo continui a essere progettato per pochi. Una domanda scomoda, certo. Ma necessaria.
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