«Solitamente, nei Paesi occidentali, sui temi importanti i dati – scrive Luca Grecchi – possono mancare per due motivi: o non interessano, o si preferisce che non siano disponibili. Nel caso della disabilità, almeno per quanto concerne la scuola, temo che il primo motivo sia quello prevalente. In ogni caso, la mancanza di rilevazioni, ossia di analisi, anche se si verifica per disinteresse, è sempre una questione politica oltre che culturale, e come tale, dunque, va affrontata»
Ottenere dati precisi sulla disabilità è spesso un problema. Se si ricerca, ad esempio, anche solo quale sia il numero di persone con disabilità in Italia, fonti pur autorevoli oscillano in stime tra i 3 e i 13 milioni. Ciò è, nella fattispecie, dovuto alla complessità della materia: non esiste infatti, come noto, una linea divisoria netta tra chi è disabile e chi no, ma solo un range di riduzione dell’autonomia personale, all’interno del quale, per varie finalità, si sceglie il punto da cui partire per le valutazioni. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, la mancanza o la arbitrarietà dei dati è dovuta non alla complessità della materia, bensì ad un sostanziale disinteresse verso la medesima. Mentre infatti se si ricercano statistiche sui prezzi al consumo, sulla produzione industriale o sul commercio estero se ne trovano subito di accurate e aggiornate, non così accade per la disabilità.
Solitamente, nei Paesi occidentali, sui temi importanti i dati possono mancare per due motivi: o non interessano, o si preferisce che non siano disponibili. Nel caso della disabilità, almeno per quanto concerne la scuola, che rappresenta l’àmbito principale di questa mia riflessione, temo che il primo motivo sia quello prevalente. In ogni caso, la mancanza di rilevazioni, ossia di analisi, anche se si verifica per disinteresse, è sempre una questione politica oltre che culturale, e come tale, dunque, va affrontata.
Nella scuola, quali sono i dati che mancano? Vorrei partire da una esperienza personale. Lo scorso anno, mentre stavo scrivendo il libro Filosofia, inclusione, comunità, cercavo una documentazione statistica. Volevo cioè sapere se gli studenti con disabilità (e magari anche con DSA-Disturbi Specifici dell’Apprendimento) della scuola secondaria italiana fossero, in proporzione, bocciati di più o di meno rispetto agli altri studenti. Mi chiedevo, cioè, se, dopo circa 20 anni di normative inclusive molto accurate, GLO, PEI, PDP, eccetera [acronimi che stanno rispettivamente per Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione, Piano Educativo Individualizzato e Piano Didattico Personalizzato, N.d.R.], gli studenti con disabilità continuassero ad essere respinti 6 volte di più rispetto agli altri, come riportava in un suo libro del 2006 uno dei maggiori esperti in materia, ossia Raffaele Iosa. Pensavo che avrei reperito facilmente i numeri di cui avevo bisogno, ma mi sbagliavo.
All’inizio, essendo io, come alcuni sanno, primariamente uno studioso di filosofia antica, ho creduto che la colpa fosse mia: forse non sapevo cercare nei posti giusti. Chiesi allora ad amici specialisti di Pedagogia dove avrei potuto reperire rilevazioni, ministeriali o non, su questo tema. Dopo qualche giorno di silenzio, mi dissero che purtroppo nemmeno loro riuscivano a trovarne. Domandai allora al Centro Studi Erickson, forse il maggiore riferimento scientifico in Italia su questi argomenti. Mi risposero che, nel loro pur ampio catalogo, non vi era una sola pubblicazione su questo tema. Mi rivolsi a quel punto, con crescente sconcerto, direttamente al Ministero dell’Istruzione, dove un importante dirigente mi confermò l’assenza di questi dati, insieme tuttavia all’impegno a valutare la loro rilevazione per il successivo anno scolastico.
L’impressione che mi fece questa vicenda fu la seguente: decine di norme, convegni, libri sull’inclusione, ma ben poche persone, nel mondo della ricerca, realmente interessate a verificare se tutto quell’impegno abbia prodotto, per questi giovani esseri umani, almeno il risultato di evitare loro maggiori inique bocciature.
Per un adolescente con disabilità, che solitamente non viene incluso nei gruppi sociali dei coetanei, essere escluso, a causa di una bocciatura evitabile, da un contesto classe in cui magari è stato accolto bene, non è infatti solo un fallimento formativo, ma una vera e propria tragedia. Una tragedia che spesso conduce, soprattutto se il fatto si ripete, ad abbandonare la scuola: l’Eurostat rileva infatti che nel 2024 il tasso di abbandono scolastico nell’Unione Europea – verosimilmente correlato al numero di ripetenze – degli studenti con gravi forme di disabilità è stato di oltre 5 volte superiore rispetto a quello degli studenti senza disabilità. Se si considera inoltre che il suicidio costituisce la seconda causa di morte tra i giovani, e che esso risulta molto più frequente tra le persone con disabilità, vi è materia su cui riflettere.
“Dare i numeri”, dunque, in questo àmbito, non significa “sragionare”, ma, al contrario, effettuare indagini, verifiche, controlli per analizzare se, effettivamente, le misure intraprese stiano raggiungendo il loro fine, oppure, in caso contrario, se si debba correggere la traiettoria. Fare questo vorrebbe dire che l’inclusione, almeno in questi aspetti misurabili, rappresenta davvero il fine delle Istituzioni ad essa preposte. Non farlo lascia invece molti dubbi. Cosa penseremmo infatti, per fare solo un esempio, di una multinazionale che promuova decine di incontri, studi, linee guida per sollecitare l’utilizzo di un certo farmaco al fine di prevenire alcune malattie, ma che poi, venduto il farmaco, si disinteressasse totalmente di andare a vedere se, dopo un determinato lasso di tempo, l’utilizzo di quel farmaco ha effettivamente ridotto le malattie? Come minimo, penseremmo che il fine di quella impresa non era realmente la salute delle persone.
Quando i numeri mancano, in effetti, è verosimile che il problema non stia davvero a cuore a chi pure dovrebbe occuparsene. Le persone con disabilità, del resto, sono le prime a risultare “invisibili” anche nei numeri. Nella mia esperienza, ormai piuttosto lunga, mi sono in effetti trovato spesso di fronte a persone che dichiaravano di essere molto interessate a favorire l’inclusione; poche volte, tuttavia, mi sono trovato di fronte a persone realmente interessate a favorire l’inclusione.
Le parole, come scriveva Democrito circa 25 secoli fa, sono tuttavia sempre meno importanti dei fatti. Si può affermare ciò che si vuole, ma la realtà mostra la verità in maniera inequivocabile, per chi sappia comprenderla.
Gli studenti con disabilità, anche intellettiva, se adeguatamente supportati, possono raggiungere importanti traguardi scolastici, per poi inserirsi nel contesto sociale ponendo in essere tutte le loro migliori potenzialità. Ma affinché ciò si verifichi, occorre che l’inclusione diventi una teoria e una prassi diffusa. La cultura deve impegnarsi per influenzare in questo senso la politica. In caso contrario, assisteremo a crescenti processi di esclusione delle persone con disabilità, non solo dalla scuola, ma da ogni altro àmbito.
*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca ([email protected]), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione costituisce l’estratto di un testo già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it». Per gentile concessione.
Articoli Correlati
- L’arte elogia la follia: la malattia mentale nelle opere dei grandi artisti Spazia dal Medioevo ai giorni nostri il ricco approfondimento dedicato al rapporto tra arte e follia, curato da Stefania Delendati, che scrive tra l’altro: «In un certo senso l’arte, se…
- Se la disperazione diventa un mercato: terapie ingannevoli e autismo Continuano ad emergere casi di genitori che, sopraffatti dalla disperazione, cadono vittime di percorsi alternativi e truffe in cerca di cure e soluzioni per l’autismo. Ringraziamo dunque con particolare calore…
- Amministrazione di sostegno: quando la dignità umana viene negata ai "fragili" Agli esperti della Legislazione il compito di studiare le modifiche necessarie alla legge sull'amministrazione di sostegno, lo scopo di questo approfondimento, invece, è riflettere sull’aspetto umano di quei troppi casi,…