Per un nuovo linguaggio dell’umano: dal deficit all’interazione

di Tonino Urgesi*
«Credo che il contributo della filosofia – scrive Tonino Urgesi -, di cui ha parlato in Superando Luca Grecchi, possa essere ancora più significativo se affiancato da una riflessione pedagogica e psicologica sul linguaggio e sulle pratiche relazionali. Solo così potremo passare da una cultura della separazione a una cultura autenticamente relazionale, in cui non esiste qualcuno da includere, ma persone che già condividono lo stesso orizzonte umano e che, attraverso l’interazione, costruiscono insieme la comunità»
Oksana Potomkina, "Interazione. Sfumature e Forme", 2024
Oksana Potomkina, “Interazione: Sfumature e Forme”, 2024

L’articolo di Luca Grecchi Perché la filosofia può apportare un notevole contributo all’inclusione (e viceversa), in cui si sostiene appunto che la filosofia può apportare un notevole contributo all’inclusione e viceversa, mi ha suscitato grande interesse e, allo stesso tempo, ha acceso in me alcuni interrogativi. In particolare, mi ha spinto a riflettere su due termini che utilizziamo frequentemente nel dibattito educativo e sociale: inclusione e integrazione.
Quando utilizzo la parola inclusione, mi accorgo che implicitamente sottintendo che la persona con deficit non faccia già parte del nostro nucleo sociale. Anche consultando la Treccani trovo conferma di questa impressione: tra i sinonimi compaiono termini come introduzione, inserimento, immissione. Tutti questi vocaboli sembrano pertanto presupporre che la persona sia inizialmente fuori dal sistema e che qualcuno debba permetterle di entrarvi. Questo mi porta a interrogarmi sul fatto che, forse inconsapevolmente, considero il soggetto con deficit come qualcuno che non appartiene pienamente al mio stesso mondo.
Una riflessione analoga mi nasce quando utilizzo il termine integrazione. Anche in questo caso sembro essere sempre io a dover integrare l’altro, così come sono io a doverlo includere. I sinonimi di integrazione – completamento, aggiunta, inserimento, assimilazione – sottolineano ancora una volta una distanza tra un io e un tu, una separazione che rischia di impedire la costruzione di un autentico noi.

Per questo motivo sento sempre più l’esigenza di ripensare al linguaggio che utilizziamo. Come affermava il filosofo Emanuele Severino, il linguaggio non è mai neutro: esso costruisce la nostra visione del mondo, del tutto. Credo quindi che abbiamo bisogno di parole nuove, capaci di esprimere un orizzonte antropologico e filosofico unitario. Quando penso di dover includere o integrare qualcuno, rischio infatti di considerarlo diverso da me, prima ancora che come persona, etichettandolo anzitutto come “disabile”.
Da questa riflessione nasce anche la scelta che sto portando avanti in un mio nuovo libro sul deficit. Ho deciso, infatti, di evitare il termine disabilità, sostituendolo con l’espressione persona con deficit. La parola disabile, letteralmente, significa “non abile”, e questo mi porta a chiedermi: in cosa io non sono abile? Chi può dirsi davvero abile in tutto? Quel prefisso dis- sembra privare la persona delle sue capacità, quasi annullarle. Il termine deficit, invece, mi appare linguisticamente più rispettoso e meno carico di una contrapposizione sociale così netta.

Proprio a partire da queste considerazioni, nel mio prossimo libro proporrò anche un terzo termine che considero più adeguato: interazione. Non voglio parlare più di inclusione o integrazione, ma di interazione. Con questa parola intendo dire che l’altro è già dentro il mio mondo, dentro la mia realtà. Non deve essere “portato dentro”: è già parte della stessa trama relazionale. Io, semplicemente, entro in relazione con lui.
Interazione significa relazione, scambio, reciprocità. Significa riconoscere che l’identità umana si costruisce sempre all’interno di processi relazionali e che ogni persona, con o senza deficit, contribuisce alla costruzione del tessuto sociale. In questa prospettiva, non si tratta più di colmare una distanza, ma di riconoscere un’interconnessione originaria tra le persone.
Da un punto di vista psicologico e pedagogico, questa prospettiva mi sembra particolarmente feconda. L’essere umano, infatti, non è un individuo isolato che viene successivamente inserito nella società, ma è un essere che si forma attraverso le relazioni. Parlare di interazione significa allora riconoscere che la crescita di ciascuno avviene sempre dentro una rete di scambi, di incontri e di riconoscimenti reciproci.

Per questo motivo credo che il contributo della filosofia, di cui parla Luca Grecchi, possa essere ancora più significativo se affiancato da una riflessione pedagogica e psicologica sul linguaggio e sulle pratiche relazionali. Solo così potremo passare da una cultura della separazione a una cultura autenticamente relazionale, in cui non esiste qualcuno da includere, ma persone che già condividono lo stesso orizzonte umano e che, attraverso l’interazione, costruiscono insieme la comunità.

*Esperto di affettività e sessualità delle persone che vivono in un contesto disabilizzante.

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