Sognare il futuro: quando la scuola costruisce davvero un progetto di vita

di Rosita Lanciotti*
«La domanda – scrive Rosita Lanciotti raccontando la storia di Leo – non è se un giovane con sindrome di Down sia abbastanza competente per la società. La domanda è se la società sia disposta a diventare competente per lui. Quando questo accade, la diversità non è più un limite individuale. Diventa una ricchezza per tutta la comunità»
"Inclusione attraverso i nostri corpi..."
“Inclusione attraverso i nostri corpi…”

C’è una domanda che dovremmo porci più spesso quando lavoriamo con ragazzi e ragazze con disabilità: riusciamo davvero a immaginarli adulti? Non è retorica. Lo sguardo che rivolgiamo ai nostri studenti orienta le scelte educative, i percorsi proposti e, spesso, le opportunità che avranno dopo la scuola.
Per molti giovani con disabilità intellettiva, il passaggio dalla scuola alla vita adulta è ancora oggi segnato da un’unica prospettiva: l’inserimento in un centro diurno o, al massimo, la permanenza a casa. In un attimo, anni di inclusione rischiano di dissolversi. Eppure la legge indica un’altra strada.
Il diritto all’inclusione scolastica è sancito dalla Legge 104/92, rafforzato dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (ratificata in Italia con la Legge 18/09) e dal Decreto Legislativo 66/17, che collega il PEI (Piano Educativo Individualizzato) al Progetto di Vita. Il Decreto Legislativo 62/24 introduce quindi la sperimentazione basata sulla classificazione ICF (Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità), mentre la Legge 328/00 ricorda che i diritti esigibili impongono anche un dovere concreto: costruire le strade perché le persone possano partecipare alla vita sociale e lavorativa.
Chi ha sempre creduto nell’integrazione scolastica ha sperimentato strumenti concreti: tirocini mirati, PCTO personalizzati [Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento, N.d.R.], collaborazioni con il territorio. Come dice Aldo Tortello, chi lo ha fatto ha lavorato nella prospettiva “pensami adulto”. Significa non fermarsi al presente, ma costruire condizioni perché ciascuno possa partecipare, crescere, dare un contributo alla società.
Cambiare prospettiva richiede rigore e immaginazione. Il lavoro di un insegnante non è neutro: serve professionalità, passione, responsabilità. Nelle nostre mani c’è la vita delle persone e il compito di aprire loro strade concrete verso il futuro.

La storia di Leo
Leo ha 24 anni e la sindrome di Down. Al Liceo delle Scienze Umane di Senigallia (Ancona), faticava a stare in classe, usava un tono di voce molto alto e spesso manifestava comportamenti problematici per esprimere bisogni. Il lavoro scolastico era semplice, fuori dalla classe, con una figura di riferimento costante. Veniva trattato come un bambino.
Il primo passaggio è stato insegnargli a riconoscere il bisogno e nominarlo. Con routine, strumenti visivi e tempi concordati, l’urlo è diventato richiesta. E, progressivamente, i tempi di permanenza in classe sono aumentati. Non più copiature frustranti, ma attività culturalmente significative.
Pensare una persona con disabilità come futuro adulto significa non fermarsi alla gestione dell’oggi, ma costruire progressivamente le condizioni perché possa partecipare alla vita sociale, relazionale e lavorativa. Il primo passo allora è cambiare lo sguardo.
Nel 2001 il Museo dell’Igiene di Dresda organizzò una mostra intitolata L’essere umano (im)perfetto, individuando diversi modi di guardare alla disabilità: lo sguardo pietoso, quello medico, quello che annichilisce, quello che esclude. Ma esiste anche uno sguardo diverso: lo sguardo di chi immagina quei ragazzi come uomini e donne, capaci di crescere, sviluppare competenze e dare un contributo alla società.

La sfida era dunque quella di cambiare prospettiva: guardare Leo come un giovane adulto, valorizzando competenze e interessi. Sono stati costruiti materiali accessibili, attività condivise con la classe, verifiche adattate. Leo ha iniziato ad essere partecipe, ha sviluppato abilità sociali e comunicative.
La classe è diventata comunità inclusiva, sono stati attivati progetti cooperativi, riflessioni sul prendersi cura, attività sul territorio: visite, laboratori, PCTO in un ristorante. La prima esperienza lavorativa che lo ha fatto sentire adulto: «Vado a lavorare»!
Al quinto anno, con l’impossibilità di svolgere un tirocinio in albergo, il lavoro si è concentrato sulla maturità e sul Progetto Ponte in un Centro socio-educativo diurno. Qui Leo ha sperimentato attività di manutenzione di aree verdi, pulizia mezzi, laboratori e mensa, sempre accompagnato.
Verso la fine dell’anno, il Centro ha proposto di inserirlo nel reparto per persone con disabilità più gravi, perché non aveva sviluppato sufficienti capacità di autonomia. Partecipare diventa condizionato dalla performance, non dalle potenzialità e dagli interessi. Di fronte a questo scenario, famiglia, scuola e l’AGFI di Fano (Associazione Genitori e Figli per l’Inclusione) hanno costruito un’alternativa: permanenza a scuola per consolidare competenze e sviluppare autonomie, evitando l’istituzionalizzazione precoce.
Leo ha svolto attività presso un emporio di Fano e, l’anno successivo, presso la Caritas della sua città, proseguendo il PCTO e consolidando abilità utili al proprio progetto di vita. Attualmente è attivo un percorso di volontariato assistito alla Caritas per due giorni a settimana, nei servizi mensa e lavanderia. Nel frattempo è entrato in scena il coach familiare, dottor Berti, per affiancare la famiglia e accompagnare il percorso verso l’attivazione di un Tirocinio di Inclusione Sociale (TIS), finanziato dalla Regione Marche, con il supporto di un assistente. Non rappresenta un punto di arrivo, ma un passaggio fondamentale verso autonomia, responsabilità e una partecipazione reale.

La domanda non è se Leo sia abbastanza competente per la società. La domanda è se la società sia disposta a diventare competente per Leo. Quando questo accade, la diversità non è più un limite individuale. Diventa una ricchezza per tutta la comunità.
Una compagna di classe di Leo, che ha condiviso con lui un solo anno, scrive: «Grazie, Leo, sei stato fondamentale per questa classe. Mi hai fatto apprezzare il vero senso della parola inclusività. Mi hai fatto capire che la diversità è un dono che porta arricchimento e felicità nella vita di tutti. Perché sì, se alla mattina noi avevamo il sorriso, era anche grazie al tuo entusiasmo e alla tua voglia di regalare dolcezza e amore».
Questa frase chiude idealmente la storia: quando le transizioni sono curate e i percorsi costruiti con responsabilità e immaginazione, l’inclusione diventa concreta, trasformativa e arricchente per tutti. Una società inclusiva non è quella che offre a tutti la stessa risposta, ma quella che sa immaginare e costruire percorsi diversi per ciascuno. E perché ogni ragazzo e ogni ragazza, con o senza disabilità, ha diritto a essere pensato e accompagnato verso il proprio futuro adulto.

*Insegnante di sostegno.

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